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Si chiama Francesca, questo romanzo, di Paolo Nori

pubblicato da Andrea Coccia

Si chiama Francesca, questo romanzo, di Paolo NoriDa qualche giorno è di nuovo nelle librerie, grazie a Marcos y Marcos, Si chiama Francesca questo romanzo, uno dei più quotati di Paolo Nori, scrittore parmense che ha fatto del proprio stile aderente al parlato, anacolutico e ripetitivo una vera e propria bandiera. Se avete mai avuto occasione di sentire Paolo Nori leggere i suoi scritti vi sarete senz’altro chiesti, da tanto quell’operazione di lettura risulti naturale, come mai non ne producano direttamente degli audiobooks (su ilpost.it trovate degli estratti letti dall’autore).

Protagonista di questo libro vorticoso - sia nello stile, come al solito a pioggia, sia nella costruzione avvolgente, è ancora una volta Leandro Ferrari. Per molti versi Leandro e Paolo si assomigliano, come spesso capita nella letteratura che si nutre della linfa vitale e delle ossessioni dell’autore che la mette in pagina. Ma a differenza di altri grandi narratori dell’ossessione, Paolo Nori sembra divertirsi a mettere sul palcoscenico della sua finzione il suo Leandro, personaggio un po’ impacciato un po’ pazzo, assillato dalle voci che sente nella testa e innamorato di Francesca.

Qualcuno potrebbe pensare che lo stile di Nori sia istintivo, raggiunto con facilità dall’autore perché aderente al parlato, quasi grossolanamente. Io non credo che sia così, credo che dietro alla voce di Leandro ci sia un lavoro mica da ridere di Paolo, che spesso dimostra nelle sue pagine di amare le circonvoluzioni logico-linguistiche. È questo il caso della pagina più bella del libro (pp. 110-111), quando Leandro si fa travolgere dalla confusione e dall’emozione mentre parla con una fotografa al Palazzo delle Esposizioni di Roma. Pagina che mi permetto di citare per intero dopo il salto.

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Marcos y Vintage, i leggendari esordi della Marcos y Marcos in vendita su internet

pubblicato da Andrea Coccia

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Forse non tutti sanno che prima di essere una delle case editrici più quotate del panorama editoriale italiano indipendente, la milanese Marcos y Marcos era praticamente una scommessa, un sogno racchiuso in una mansarda in zona Porta Venezia da dove si dice che uscissero libretti assemblati a mano e numerati.

Si dice, e per qualcuno è quasi diventata una leggenda questa storia di esordi autoprodotti, di libri inventati, di mansarde odorose di colla e carta pregiata. Ebbene, oggi questa leggenda ha un motivo in più per essere creduta vera e vidimata come Storia. Sì, perché quei leggendari libretti sono di nuovo disponibili per i collezionisti e i bibliofili - o semplicemente per gli aficionados di questa piccola grande realtà dell’editoria indipendente.

Tra queste undici perle, risalenti agli anni ‘80 e acquistabili via internet direttamente dal sito della casa editrice, ci sono i Frammenti sulla poesia di Novalis, Il mio Puškin di Marina Cvetaeva, la Novella del buon vecchio di Italo Svevo o ancora La società come milizia di Ludovico Geymonat e Il diluvio di Leonardo da Vinci.

Via | Marcos y Marcos

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Una conversazione con Ricardo Menendez Sàlmon, seconda parte.

pubblicato da Andrea Coccia

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Ieri vi avevamo proposto la prima parte della lunga e interessante conversazione che abbiamo avuto con Ricardo Menendez Sàlmon in piazza Alberti, durante il Festivaletteratura di Mantova. Come promesso oggi potrete leggere la seconda e ultima parte. Si parla del male, dell’amore, degli attentati che hanno sconvolto la Spagna l’11 marzo del 2004 e delle proteste degli Indignados spagnoli. Buona lettura!

Perché il male ha sempre un posto importante nelle tue opere? Perché ti interessa tanto?

A me non interessa il male in astratto, non ho alcun interesse a riflettere, come sant’Agostino o come Platone, su un’idea. A me interessa l’incarnazione fisica del male perché sono convinto che, in qualche modo, il male sia sempre un fatto immanente. E in tutti i miei libri ho cercato di fissare il male in un’essenza oggettiva, in un’epoca storica, in dei personaggi. Spostare la responsabilità dell’essere umano verso un essere astratto e sovrannaturale a cui io non credo mi sembra estremamente perverso. Il male non è niente di trascendente. Durante una visita ad Auschwitz, Benedetto XVI si chiedeva, “Perché, Signore, sei rimasto in silenzio?” Era una domanda veramente avvelenata, perché quando parlava del silenzio di Dio io credo che intendesse il grido di dolore dell’umanità che non ha niente a che vedere con un principio trascendente. E l’uomo è responsabile ed esecutore, e patisce l’esercizio del proprio male. In questo senso il male mi interessa perché credo che abbia sempre un compagno inseparabile, la libertà umana. E credo che l’esistenza oggettiva della malvagità ci parli anche dell’esistenza oggettiva della libertà. In questo io credo che rientri anche il tema della responsabilità, che è un po’ il cuore di ciò che scrivo.

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Una conversazione con Ricardo Menendez Sàlmon, prima parte.

pubblicato da Andrea Coccia

11 settembre, indignados, intervista, ricardo menendez sàlmon, marcos y marcosRicardo Menendez Sàlmon è uno dei più interessanti autori spagnoli di questi anni. I suoi libri - in Italia pubblicati da Marcos y Marcos - si confrontano con i temi più impegnativi del vivere umano, l’amore, la morte, il male, territori dove la banalità tende i suoi agguati a ogni angolo, mietendo molte vittime illustri.

Eppure Sàlmon è sempre stato abile nello schivare queste minacce, nel restare sempre ben al di là della sottile linea rossa che delimita il territorio periglioso dei sentimenti facili, della banalità e della stucchevolezza. Noi di Booksblog lo abbiamo incontrato a Mantova e nella stupenda cornice di piazza Alberti abbiamo discusso con lui di alcuni dei temi fondamentali di questo nostro strano tempo.

Si è parlato della nostra ignavia, della società della nausea, del male, del bene, di quello che il futuro ci offrirà e della tensione che sta attraversando le piazze d’Europa. Insomma una lunga chiacchierata, tutta la leggere. Dopo il salto trovate la prima parte, per la seconda dovrete aspettare domani.

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Voci dal Festivaletteratura di Mantova/1: un'intervista a Paolo Nori

pubblicato da Andrea Coccia

festivaletteratura, intervista a paolo nori, marcos y marcos, La meravigliosa utilit�  del filo a piombo
Ieri si è conclusa la quindicesima edizione del Festivaletteratura di Mantova, un’edizione come al solito ricca di eventi e di autori provenienti da tutto il mondo. Questa intervista è la prima di una piccola serie che pubblicheremo su queste pagine nei prossimi giorni. Si tratta di brevi interviste, conversazioni avute in questi giorni con alcuni degli autori presenti al Festival che ci hanno concesso qualche minuto del loro tempo.

Questo primo episodio della serie è dedicato a Paolo Nori uno degli scrittori più sorprendenti degli ultimi anni: autore prolifico di romanzi scoppiettanti, l’ultimo dei quali si intitola La meravigliosa utilità del filo a piombo, ed è pubblicato da Marcos y Marcos; ha tradotto dal russo Gogol, Turgenev, Puškin, Lermontov, redattore della rivista Il Semplice, da ultimo fondatore dell’Accalappiacani, rivista pubblicata da DeriveApprodi.

Una volta hai citato un’immagine molto bella di Foster Wallace sulla dittatura: «Ci sono due pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: “Salve, ragazzi. Com’è l’acqua?” I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa “L’acqua, quale acqua? “». Che cos’è per te la libertà?

Mi pare chiaro che per poterti muovere nel mondo devi capire dove sei, cosa hai intorno. Se sei nell’acqua o sulla terra, e malgrado le apparenze questa è una cosa molto difficile. Poi ci sono una serie di cose, io ero abituato a pensare fin da quando ero piccolo di essere una persona libera e che questa libertà derivava dal posto in cui vivevo. Col passare del tempo invece mi è venuto da pensare che la libertà non viene dal luogo in cui ti trovi, non viene dall’alto o non viene infusa ma dipende esclusivamente da te, è una cosa che bisogna coltivare se lo si vuole. C’è molta gente che preferisce vivere delegando agli altri le decisioni. Invece, ho amici che vivono o che hanno vissuto in Russia e che erano antisovietici e non ne facevano un mistero, e per questo hanno dovuto rinunciare a fare il mestiere che avrebbero voluto fare e andando a lavorare in fabbrica piuttosto che fare delle ricerche storiche. Però studiavano lo stesso il sabato e la domenica andavano in biblioteca, studiavano di notte, secondo me quelle sono tra le persone più libere che abbia conosciuto, e vivevano a Stalingrado, non a Parma o a Roma.

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Romolo il grande di Friedrich Durrenmatt

pubblicato da Andrea Coccia

Romolo il grande di Friedrich Durrenmatt Sono le idi di marzo del 476 d.C. e l’Impero Romano d’Occidente vive le sue ultime ore sotto la guida di quello che la storia ricorderà come il suo ultimo imperatore, Romolo Augusto. Ma il personaggio che prende vita dalla penna e dalla fantasia beffarda di Friederich Durrenmatt non è quello che la storia sembrerebbe suggerirci: difatti, invece di cercare in ogni modo di lottare per far sopravvivere l’Impero e la sua tradizione, Romolo Augusto rimane in attesa degli invasori nella sua villa campana.

E mentre tutti coloro che lo attorniano - dal prefetto Spurio Tito Mamma all’imperatore d’Oriente Zenone Isaurico, dalla moglie Giulia fino al commerciante di pantaloni Cesare Rupf - si affannano inutilmente nel cercare di risvegliare nell’imperatore il senso dello stato e dell’onore, Romolo Augusto li ignora, dedicando la propria attenzione all’allevamento di polli, ognuno dei quali porta il nome di un suo predecessore.

Tutto quanto cade a pezzi: da una parte l’Impero, che assiste all’invasione dei Germani, dall’altra la villa, messa in vendita pezzo dopo pezzo dallo stesso imperatore. Come può l’imperatore Romolo Augusto non accorgersene? Perché non fa nulla? Cosa aspetta a seguire il consiglio del suo generale Mares, che lo incita a chiamare il popolo romano alla mobilitazione generale?

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Dizionario affettivo della lingua ebraica, di Bruno Osimo

pubblicato da sara

bruno osimo“Dire “lingua” è un’astrazione. Le lingue non esistono in senso stretto. Esistono linguaculture, di cui le lingue sono la superficie verbale”, scrive Bruno Osimo, di mestiere traduttore, e autore di questo Dizionario affettivo della lingua ebraica edito da Marcos y Marcos.

Un romanzo di formazione filtrato da una saporita ironia yiddish, e diluito in lemmi di un “dizionario affettivo” in cui l’autore traduce i personalissimi significati che hanno determinate parole. La maggior parte delle quali sono mediate dal senso materno del mondo.

Si tratta della lingua “mammese” che Bruno inizia a parlare nei primi anni della sua vita, salvo poi rimanere traumatizzato dallo scoprire che il mondo attribuisce tutt’altro senso alle cose rispetto a quello dato loro dalla madre.

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Il correttore, di Ricardo Menéndez Salmòn

pubblicato da Andrea Coccia

Il correttore, di Ricardo Menéndez Salmòn Non capita spesso che la complessità del mondo riesca a convivere con i caratteri stampati di una storia di carta, di uno degli incontabili romanzi che l’ipertrofica macchina editoriale contemporanea. Eppure, tra le righe di questo romanzo dello spagnolo Ricardo Menéndez Salmòn, intitolato Il correttore e pubblicato da pochi giorni fa dalla Marcos y Marcos, il mondo affiora.

A partire dalla Tragedia, quella che sconvolse Madrid l’11 marzo del 2004, e al Dolore, alla Paura e all’Impotenza che l’essere umano istintivamente prova nel trovarsi di fronte alle macerie che la Storia lascia dietro di sé, quando questa si risveglia dal torpore, fino all’Amore, quello che lega Vladimir, il protagonista, il correttore di bozze, alla sua compagna Zoe, correttrice, o meglio, restauratrice di opere d’arte: gli ingredienti della vita ci sono tutti, e anche piuttosto ben mescolati, senza eccessi.

A parte – a voler essere severi – un paio di sbavature, infatti, la lunga giornata emotiva di Vladimir, alle prese con gli errori del mondo, oltre che con quelli dei Demoni di Dostoevskij, riesce a procedere sulla sottile linea rossa che separa la profondità dalla banalità, senza mai – o quasi – attraversarla. E non è cosa da poco, perché il nemico numero uno di un romanzo come questo, quello che miete vittime ogni giorno tra i romanzi contemporanei, è proprio la banalità.

Un bel romanzo, dunque, che scorre veloce ma che non è assolutamente superficiale, caratterizzato da una scrittura limpida e seducente, arricchita da un apparato di immagini e di metafore perfettamente modulate e da un dialogo continuo con la tradizione letteraria che riesce a non essere mai affettato o forzato.

Ricardo Menéndez Salmòn
Il correttore
Marcos y Marcos
euro 14,50

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Tredici: una collana speciale in uscita per Marcos y Marcos

pubblicato da Andrea Coccia

Tredici: una collana speciale in uscita per Marcos y Marcos I più informati tra voi sapranno già da tempo che il 2011 è un anno speciale per la casa editrice milanese Marcos y Marcos, uno degli storici marchi dell’editoria indipendente italiana, che proprio quest’anno festeggia i suoi primi trent’anni.

Tra le iniziative più interessanti che la casa editrice si è inventata per passare un anno indimenticabile con i suoi lettori segnaliamo oggi quella, a nostro parere più interessante, vale a dire la nuova ed esclusiva collana Tredici che, in una vesta grafica speciale, ripubblicherà una scelta della produzione marcosymarcosiana degli ultimi anni con nuove introduzioni d’autore inedite.

Si tratta, come forse avrete intuito, di tredici romanzi, tredici come il numero delle novità annue della casa editrice milanese, che già da questa scelta controcorrente rispetto all’insaziabile corsa alla pubblicazione di molti altri editori, dimostra il proprio valore.

I nomi nella lista sono molto succulenti, e includono nomi del calibro di Zandoorian e Boris Vian, fino all’italiano Cristaino Cavina, tutti introdotti da altrettanto succulenti firme, da Massimo Cirri fino a Stefano Benni. Una collana prodotta in serie limitata, imperdibile per gli aficionados della mitica Marcos y Marcos e che troverete nelle librerie a partire dalla fine di gennaio.

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Chi è senza peccato non ha un c. da raccontare, di Chinaski

pubblicato da sara

chinaskiChinaski ci piace perchè ricorda Bukowski. E non solo nel nome, ma anche nel suo essere cultore dell’alco e delle nude verità dell’esistenza. Come il vecchio Buk, anche lui è una pellaccia dal cuore tenero, e ti butta in faccia punte di lirismo quando non te le aspetti.

E così “il mondo si nasconde/dietro spigoli di luce/ in attesa che un Dio si decida a scendere” e “che brutta cosa le nuvole/piano/piano/girano il mondo senza intervenire/senza mai appoggiarsi”, mentre “cenere tabacco e clementine/è l’odore dei giorni/che confonde/il profumo della vita”.

A volte è puro Bukowski, perchè “di notte le sirene di polizia/e autoambulanze squarciano i sogni…Allora mi alzo vado in bagno e osservo/la trasformazione della birra (…)” e “c’è chi beve e si vanta/della propria ubriachezza. C’è chi si ubriaca e si vergogna/dei propri sentimenti. C’è chi osserva tutto questo/e lo sopporta solo bevendo”.

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