Il periodo natalizio si sta avvicinando repentinamente, anche quest’anno, e con lui si avvicina lo spettro dei regali di natale. Per alcuni è il momento più bello dell’anno, è l’occasione per scegliere tra mille idee regalo quella più azzeccata per il tal nipotino o la tal suocera, per altri – perché negarlo – è un supplizio. Per moltissimi italiani è proprio questo il momento per rivolgersi al mercato del libro, un mercato che offre mondi alteri e altri universi, viaggi spettacolari e avventurosi nel tempo e nello spazio, le più interessanti sfide del pensiero e molto altro ancora per cifre che restano solitamente inferiori ai 20 euro.
Un vero affare non c’é che dire, e non è certo un caso che i libri siano uno dei prodotti più regalati del periodo natalizio, caratteristiche che fa del natale una battaglia all’ultima marchetta per poter avere più spazio negli scaffali delle librerie e nelle menti dei potenziali lettori – non vi siete chiesti perché l’ultimo di Eco, di Ammaniti, di De Carlo, di Faletti e di tutta una serie di autori di bestseller assicurati, sono usciti o usciranno da qui a natale?
In questo primo episodio dei consigli natalizi di Booksblog, io mi permetto di andare controcorrente, di non consigliarvi uno dei tanti libripanettone, al contrario, vi voglio consigliare un libro magico per davvero, un librop che se fosse un dolce non sarebbe certo uno stopposo panettone di infima marca (come spesso sono i libripanettone), ma piuttosto uno di quei burrosi, uvettosi e caditosi monumenti al gusto, un vero e proprio archetipo del panettone fatto come si deve fare. Si tratta di Favole al telefono di Gianni Rodari.
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Leggendo il sottotitolo – “Se questa è vita” – e conoscendo l’argomento di questo romanzo della scrittrice palestinese Suad Amiry si potrebbe pensare che il libro in questione non sia adatto ad una lettura estiva, per definizione più lasciva e rilassata di quella invernale e probabilmente meno propensa alla pesantezza.
Ma basta iniziare a leggere le prime pagine – un dialogo assurdo e grottesco tra Suad e un ufficiale frontaliero israeliano – di Sharon e mia suocera per capire che non è affatto così, perché se è vero che il background delle vicende di Suad e della sua famiglia, intrappolate a Ramallah durante i giorni del coprifuoco israeliano nel 2002, è quello della tragedia del popolo palestinese, è altrettanto vero che Suad Amiry riesce a donare al suo racconto un alone di umorismo grottesco che strappa spesso il sorriso.
Ed è questa la forza del libro, la leggerezza di calviniana memoria che permette alle parole di superare le tragedie con l’umorismo, con il riso. Un riso che però, pur cercando di tenere a distanza la collera per le terribili ingiustizie di cui Suad – e il lettore con lei – è testimone, non riesce a disinnescare completamente l’ascesa di un sentimento misto di incredulità e di rabbia verso le assurde politiche del governo israeliano.
Suad Amiry
Sharon e mia suocera. Se questa è vita.
Feltrinelli
euro 8,50
Quali sono i libri indispensabili alla formazione letteraria (e non solo) di una persona? Di quali libri, un ragazzo di vent’anni, non può fare a meno? “I libri da leggere a vent’anni” (edizioni dell’asino, 199 pp., 12 euro, a cura di Giulio Vannucci e Nicola Villa) si propone proprio questo scopo: definire, argomento dopo argomento, i testi che bisogna assolutamente leggere.
I libri sono divisi, come si diceva, per argomento. Le sezioni sono numerosissime: si va da “ecologia” a “movimento gay”, a (ovviamente) “letteratura” a “Imkmigrazione”, “musica”, “sport”, e tante altre. La prima tentazione è di guardare sull’indice dei nomi il più citato. E a sorpresa scopro che lo scrittore più raccomandato da questa guida è Ivan Illich, il prete cattolico che più volte, per le sue idee, si scontrò con la Chiesa.
E, forse, non poteva essere altrimenti, dato che i curatori, così come tutte le altre persone che hanno contribuito a realizzare questa guida, sono tutti in qualche modo collaboratori de “Lo straniero”, la rivista diretta da Goffredo Fofi. La seconda tentazione è quella di vedere cosa c’è e cosa non c’è: a una rapida occhiata noto subito che manca Pirandello (e un ventenne dovrebbe aver letto qualcosa di Pirandello!), o Thomas Mann.
Miti romani, pubblicato qualche settimana fa da Einaudi e scritto a quattro mani da Licia Ferro e Maria Monteleone, ricercatrici universitarie in Antropologia del mondo antico all’università di Siena, è un libro veramente ben fatto, un bellissimo percorso narrativo alla scoperta dei racconti su cui si è fondata una delle più grandi civiltà del Mediterraneo e dei miti che ne hanno permeato sia la storia che la quotidianità.
Dai miti più arcaici, quelli detti dei “primordia” – da Giano a Saturno, da Giove ad Ercole – passando per quelli più celebri della fondazione – da Enea a Romolo e Remo – il percorso offertoci dalle autrici ci accompagna attraverso la storia di Roma, fino al famoso episodio delle oche del Campidoglio e del sacco di Roma del 390 a.C. ad opera dei Galli di Brenno, terminando con il discorso di Furio Camillo, eroe romano che sconfisse i Galli e secondo fondatore di Roma.
L’elemento notevole di questo libro, oltre naturalmente alla rigorosa cura “filologica” del racconto – basato sui testi di alcuni dei più grandi “narratori” della classicità, da Livio a Ovidio, da Virgilio a Plutarco – è la prospettiva proposta dalle due autrici, uno sguardo dall’interno, che fa della lettura di questo libro un’esperienza assolutamente coinvolgente, uno sguardo che trae la sua potenza e la nitidezza da uno stile curatissimo e suadente che spesso sembra assumere lo stesso ritmo, la stessa cadenza di alcune delle più grandi narrazioni della mitologia romana.
La lettura di quest’opera, arricchita da un interessante saggio introduttivo di Maurizio Bettini, dedicato all’annosa questione dell’esistenza o meno del mito romano, e da un folto apparato bibliografico, la consiglio a tutti, anche e soprattutto ai non addetti ai lavori, per scoprire la complessità e il fascino sia della civiltà romana, sia dell’arte del raccontare, arte che le due autrici dimostrano di possedere in pieno, insieme ad una passione per la materia narrata talmente forte da essere più che contagiosa.
Licia Ferro e Maria Monteleone
Miti Romani. Il racconto
Einaudi
euro 14
Dopo la breve parentesi dei “Quaderni” (Bollati Boringhieri) José Saramago torna in libreria con il suo primo editore italiano, Feltrinelli. E lo fa riprendendo una delle sue vene narrative migliori, quella biblica, narrandoci le vicende legate a una delle figure più note della Bibbia, Caino (15 euro). Lo fa a modo suo, certamente, mescolando storia biblica e fiction, intento dissacrante e spirito di osservazione della società.
La dose di inventiva, in questo romanzo, è molto più forte rispetto al testo sacro: viene narrato (ovviamente) l’omicidio di Abele, ma Saramago attribuisce al protagonista la facoltà, in un certo senso, di viaggiare nel tempo: ogni tanto Caino avverte una strana sonnolenza, e improvvisamente si ritrova a Sodoma e Gomorra, alle spalle di Isacco (proprio quando sta per uccidere Giacobbe) o sull’arca di Noé.
E’ un espediente narrativo a metà tra la fantascienza (che rimane pur lontanissima dai caratteri di questo romanzo) e il romanzo picaresco: insomma, Caino assomiglia più a un Don Chisciotte che si aggira tra i sentieri biblici che al protagonista di un romanzo di Philip K. Dick. Ma di certo la bellezza dei libri di Saramago non risiede nella trama, ma nello sguardo che l’autore impone sui personaggi.
Continua a leggere: "Caino", l'ultimo libro di José Saramago
Robert Fisk, giornalista inglese della vecchia scuola, inviato sui fronti di guerra di mezzo mondo, da Belfast a Beirut, dall’Afganistan all’Iraq, non è certo uno che ha bisogno di presentazioni. E anche se molti se lo ricordano per via del fatto che è l’unico giornalista occidentale che abbia mai intervistato Osama bin Laden – tre volte tra 1994 e il 1997 – i suoi contributi all’ars giornalistica sono ben più grandi, tanto da fargli meritare sicuramente un posto nell’olimpo della professione accanto tra Erodoto e Kapuscinski, tra John Reed e Jack London.
Il libro che vi segnalo si intitola Cronache mediorientali, è edito nella collana Tascabili de Il Saggiatore e, se volete capire meglio le tragedie che da decenni fanno sanguinare la regione più densa di umanità e di storia dell’intero mondo, è un libro che dovete assolutamente leggere. Dal fronte afgano durante la guerra ai russi, fino a quello iraniano durante la “guerra lampo” di Saddam Hussain, dal conflitto israelopalestinese fino al Kosovo, gli occhi di Robert Fisk hanno assistito ad alcuni degli avvenimenti più dolorosi della storia contemporanea, avvenimenti che egli ha testimoniato memorabilmente nelle incontabili pagine dei suoi taccuini.
Un libro da leggere assolutamente dicevo, perché, come i migliori reportage di Kapuscinki in Africa o in Russia, come le migliori pagine di Jack London nei bassifondi dell’est end londinese, testimoniano la volontà di un uomo di assistere allo svolgimento della storia e di cercare di capirla, forse anche di scriverla, un uomo che ha sempre dedicato la sua vita al giornalismo, uno di quei «rappresentanti di quel piccolo esercito di uomini che stanno scrivendo la storia distesi accanto alle bocche dei cannoni».
Robert Fisk
Cronache Mediorientali
Il Saggiatore
euro 17

Su Librarything continua da tempo una interessante discussione lanciata da elisabettaanna, ovvero: perchè alcuni libri vengono ‘idolatrati’ dal pubblico, arrivando ad avere successo non-si-sa-bene perchè?
Questo avviene ovviamente a scapito di altri autori, che vengono dimenticati nel mainstream da hit list libresca. “Quanti, ad esempio, conoscono il romanziere inglese William Boyd? O lo scrittore di fantascienza Rudy Rucker, americano di origine tedesca e vero “padrino” del cyberpunk?”, scrive ad esempio peterpatti.
“E controllate - continua - se nei vostri scaffali o scatoloni in cantina si trova qualche opera di Mario Biondi; non il cantante blues-soul tanto in auge di questi tempi, bensì un bravissimo scrittore milanese”. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti, e coincidono con i grandi ‘best seller’ della notra epoca.
Michele Mari, considerato da molti, e a ragione, uno dei migliori scrittori italiani in circolazione, sta per tornare in libreria con un nuovo romanzo edito da Einaudi, dopo quasi tre anni di silenzio romanzesco. L’ultima sua prova narrativa infatti, se si tralascia Milano Fantasma, il bel volume ibrido dedicato al capoluogo lombardo, realizzato insieme all’illustratore Velasco Vitali, risale al 2007, quando venne pubblicato, sempre da Einaudi, il romanzo Verderame.
Di quest’ultimo romanzo, Rosso Floyd, si sa ancora molto poco. Oltre alla data prevista per la pubblicazione, un generico mese di maggio, sappiamo che questa nuova fatica di Mari è incentrata sulla figura enigmatica e maledetta di Roger Keith “Syd” Barrett, indimenticabile fondatore dei Pink Floyd e leader del gruppo per i primi due anni di attività della band, che non a caso gli dedicherà poi la pietra miliare Wish you were here.
Grazie alla sua solita verve affabulatoria, Mari ripercorre la storia di uno dei più geniali musicisti della musica contemporanea, autoesilatosi dalla sua creatura, i Pink Floyd, a causa di un esaurimento nervoso che l’abuso di droga non ha di certo attenuato. Ma come ormai ci ha abituato, Mari non cerca di ricostruire una biografia, ma come un vampiro ne succhia la sostanza e la reinventa sotto forma di letteratura, un procedimento di reinvenzione che, durante la sua carriera letteraria, ha già ottimamente testato su se stesso - si pensi a Rondini sul filo, a Verderame, a Tu, sanguinosa infanzia - ma anche, prima di tutto nel geniale Tutto il ferro della torre Eiffel, sulla Storia.
Forse sarà perché da quasi anno che sto lavorando su una tesi sui suoi ordigni narrativi, che voglio assolutamente quel libro sul mio comodino entro 24 ore dalla sua uscita. Sta di fatto che anche così, a scatola chiusa, questo è un libro che consiglierei a chiunque.
Michele Mari
Rosso Floyd
Einaudi
euro 20
Dopo Ogni cosa è illuminata, fortunatissima opera prima su un viaggio in Ucraina alla ricerca delle proprie radici, e Molto forte, incredibilmente vicino, sulla ricerca da parte di un bambino di 9 anni di un legame familiare che l’11 settembre ha cancellato, Jonathan Safran Foer torna in libreria con un libro che, seppur non sia definibile come un romanzo, è ancora una volta la storia di un’indagine di un ricerca.
L’indagine che sta alla base di quest’ultimo libro, edito ancora una volta da Guanda e intitolato Se niente importa, è un’indagine ancor più reale di quella che aveva portato Safran Foer in Ucraina alla ricerca delle proprie radici: si tratta di un’indagine sull’origine della carne che mangiamo tutti i giorni, una ricerca mossa dalla nascita di un figlio e dalla volontà di sapere cosa dargli da mangiare, con la convinzione che “Nutrire mio figlio non è come nutrire me stesso: è più importate”.
In questo libro, che per alcuni è uno dei tanti segnali dell’ormai avvenuta fusione tra fiction e non-fiction in un melange nuovo ed esplosivo che segnerà il futuro del narrare alternativo al romanzo, l’esito della ricerca dello scrittore, durata quasi 3 anni, è il rifiuto di accettare di essere complici di un sistema di produzione che ha tolto ogni dignità sia all’animale che all’uomo che lo mangia, trasformato in consumatore.
Continua a leggere: Se niente importa. Perché mangiamo gli animali? di Jonathan Safran Foer
Si intitola Le cose fondamentali, è in uscita questo mese nelle librerie per i tipi della casa editrice Einaudi e rappresenta il ritorno al romanzo di Tiziano Scarpa, ultimo vincitore del Premio Strega con Stabat Mater, dopo la parentesi rappresentata da La vita non il mondo, una raccolta di frammenti sulla realtà contemporanea.
Le cose fondamentali è una storia di scrittura, quella di un quaderno entro le cui pagine un uomo, diventato da pochi giorni padre, vorrebbe riuscire a descrivere le cose importanti della vita, che cos’è l’amore, che cosa sono i soldi, che cos’è il potere, raccontandoglieli per come li ha conosciuti lui, personalmente; ma è anche e soprattutto una storia di paternità, una storia complessa, che costringe quello stesso uomo a scoprire, a causa della malattia del figlio che necessita un trapianto, di non poterlo aiutare, di non essere il padre naturale.
La carne che Tiziano Scarpa getta al fuoco in questa sua nuova avventura romanzesca sembra essere molta e anche parecchio scottante, arrivando a mettere in gioco alcuni dei sentimenti più forti cui un uomo può assistere in una vita: la paternità, la malattia di un figlio, la scoperta del tradimento, l’amore. Ma per sapere se lo scrittore veneziano avrà saputo o meno confermare il suo talento bisognerà aspettare ancora qualche giorno.
Tiziano Scarpa
Le cose fondamentali
Einaudi
euro 18