Ho letto questo libro in treno e credo che sia stata la scelta giusta. Non perché il romanzo di Tišma parli di viaggi, ma perché è proprio un viaggio tra i pensieri e le riflessioni di un uomo. E questo viaggio interiore riguardava quanto avvenuto in un campo di concentramento, altra situazione che rammenta i ben tristi treni dei deportati.
Aleksandar Tišma (1924-2003) – tra i più autorevoli e apprezzati scrittori della ex Jugoslavia – in Kapò narra l’avventura umana di Vilko Lamian, ebreo, che, per sopravvivere nei campi di concentramento di Jasenovac e di Auschwitz muta di pelle come il serpente e si trasforma in Furfa, un kapò, appunto. Terminata la guerra, vive tra i rimorsi, soprattutto dopo aver ritrovato per caso un giornale che gli riporta alla memoria una delle sue vittime, Helena Lifka, di cui aveva abusato sessualmente. La ricerca di Helena – e la ricerca del perdono – costituiscono l’ossatura del romanzo.
Poderoso il linguaggio di Tišma, reso in un buon italiano dalla traduttrice Alice Parmeggiani. La descrizione di quanto avviene dentro Vilko è minuziosa e mai noiosa. Più volte sono ritornato su alcuni passi per continuare ad assaporare le parole usate.