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Tanti auguri K. Dick! E quanto ci manchi...

pubblicato da Andrea Coccia

philip k. dick, il cacciatore di androidi, la svastica sul sole, blade runner, libri, scrittoriMoltissimi probabilmente non hanno mai letto una sola riga di quel geniaccio di Philip K. Dick, eppure, grazie all’incredibile successo degli adattamenti cinematografici di alcuni dei suoi racconti e romanzi (seppur alcuni discutibilmente aderenti agli originali) il nome di questo incredibile scrittore di fantascienza riecheggia e i suoi libri si vendono ancora abbastanza velocemente nelle librerie di tutto il mondo.

Questo è stato l’effetto positivo di film più o meno riusciti tratti da alcuni suoi geniali racconti, come Minority Report, e Atto di forza, o da alcuni suoi romanzi. Indimenticabile resterà per sempre l’adattamento de Il cacciatore di androidi (in inglese uscito con un titolo molto più bello, ovvero Do Androids Dream of Electric Sheep?), quel Blade Runner di Ridley Scott che ha fissato negli occhi di almeno un paio di generazioni l’incredibile rapporto tra uomo e macchina, nel film tra Harrison Ford e Rutger Hauer.

Ma Philip K. Dick ci ha lasciato molto altro. Tra romanzi e racconti saranno più di un centinaio le sue opere pubblicate, opere grazie alle quale riusciva a farci fare quasi sempre dei balzi in avanti, verso un futuro che oggi è sempre più presente, ma che per lui era sogno. E chissà quanti altri racconti Philip K. Dick avrebbe avuto in serbo per noi se un infarto non lo avesse stroncato a poco più di 50 anni.

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Pier Vittorio Tondelli, un ragionamento personale e onesto a vent'anni dalla morte

pubblicato da Andrea Coccia

anniversario morte tondelli, letteratura, libri, pier vittorio tondelli, scrittori Pier Vittorio Tondelli è morto da vent’anni e noi ci ritroviamo, come a ogni anniversario di qualche scrittore importante, di quelli che han lasciato il segno, a ripensare ai suoi scritti e al suo ruolo nelle patrie lettere. Ma a differenza di altri autori, per lo scrittore di Correggio il discorso è decisamente più interessante.

Certo, perché Tondelli non è un Calvino, personaggio amato (a volte fino all’idolatria) dalla maggior parte dei lettori. E non è neppure un Pasolini, mentore intergenerazionale, adorato da molti, attaccato da alcuni ma mediamente sempre rispettato come un grande.

Tondelli è diverso, è sempre stato un personaggio per così dire borderline: o lo si ama alla follia, o lo si detesta. Io, francamente, mi annovero nella schiera di quelli che lo ha sempre detestato, ma non tanto per quello che ha scritto - che può non piacermi, ma che non può certamente scatenarmi l’odio - piuttosto per quello che ha decretato, vale a dire per quell’onda anomala di scrittori e scritture che le storie della letteratura rubricheranno probabilmente come post Tondellismo.

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Lucchetti sì o lucchetti no? Federico Moccia contestato a Ponte Mllvio

pubblicato da Andrea Coccia

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A Ponte Milvio, come in tutta Roma, la Storia ci fa merenda ogni giorno da secoli. È proprio nelle vicinanze di Ponte Milvio, per esempio, che Costantino, secondo una storiella molto cara alla Chiesa, nel 312 d.C. ebbe la visione di una croce che gli preannunciava una facile vittoria se avesse combattuto con le insegne cristiane. Eppure se si chiedesse agli adolescenti italiani qualche delucidazione storica sul ponte, nessuno penserà mai a questa assurda storiella della visione e tutti (o quasi) risponderebbero citando un’altra storiella, quella inventata da Federico Moccia.

Quella di Moccia e dei suoi lucchetti sarà di certo una storiella molto più banale e insignificante di quella dell’Imperatore che condannò i poteri europei al giogo della Chiesa per dei secoli, eppure anch’essa ha avuto importanti ripercussioni sul mondo. Una per tutte: il peso dell’immensa mole dei lucchetti che gli adolescenti romani attaccavano ai lampioni - scimmiottando la scena del libro di Moccia - qualche anno fa li fece crollare, obbligando i Comune a costruire delle colonne capaci di reggere il peso di tutto quell’amore.

Ma torniamo alla cronaca. Ieri a Ponte Milvio Moccia in persona era stato convocato da Alemanno. Il sindaco voleva chiedere consiglio direttamente a lui per capire come gestire la cosa, visto che l’amore degli adolescenti romani iniziava a pesare un po’ troppo. Bene, la notizia è che al suo arrivo sul ponte, lo scrittore è stato bersagliato dai fischi dei cittadini e dalle proteste di alcuni politici dell’opposizione che lo accusavano di aver rovinato con i suoi libri uno dei luoghi storici della città.

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Libri da regalare a Natale: Baci da 100 dollari di Kurt Vonnegut

pubblicato da Andrea Coccia

kurt vonnegut, baci da 100 dollari, libri da regalare a natale, libri, recensioniDevo confessare che quando lessi dell’uscita di questa raccolta postuma di racconti - pubblicata recentemente da ISBN editore - che Kurt Vonnegut scrisse negli anni 50 per delle riviste femminili pensai immediatamente a quanto sia cinicamente ripetitiva la macchina editoriale, sempre pronta a saccheggiare le produzioni dei grandi autori dopo la loro morte. Nutrivo insomma, come mi capita sempre in casi come questi, una grande predisposizione alla critica.

Se a un libro su cui nutri grandi perplessità pregiudiziali dai una possibilità per stupirti gliela concedi a tempo, in questo caso giusto il tempo di un racconto, intitolato Jenny e dedicato alla bizzarra storia di un venditore di frigoriferi. Inutile dire, a questo punto, che quel racconto non solo bastò abbondantemente per farmi ricredere completamente, ma mi fece arrivare di filato fino a quasi metà della raccolta.

È proprio vero, Kurt Vonnegut è un campione della narrazione e proprio in un occasione come questa lo dimostra una volta per sempre. Racconti come Jenny, Ruth e La mano sull’acceleratore, come anche altri di questa superba raccolta, sono da incastonare nella lunga, ma finita, collana dei grandi racconti, quelli capaci in poche pagine di illuminare di una luce profonda e nitida l’infinita galleria degli Uomini, con le loro passioni e le loro debolezze.

E sono talmente scritti bene questi racconti, che non solo scorrono facilmente e si concretizzano in immagini e momenti indimenticabili (come la caduta e la frantumazione in mille pezzi del piattino in Ruth), ma, come dice nel suo grido Jonathan Safran Foer, “fa venire una gran voglia di scrivere”. Insomma, se avete in famiglia qualcuno che ha bisogno di scoprire o riscoprire il piacere della lettura, una qualsiasi delle troppe persone che non si ricordano più di quanto sia incredibile la letteratura, beh, questo è uno dei libri che potrebbe far bene.

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Se fossi fuoco arderei Firenze, di Vanni Santoni

pubblicato da Andrea Coccia

vanni santoni, se fossi fuoco arderei firenze, laterza, romanzo su firenze Se fossi fuoco arderei Firenze, il nuovo libro di un talentuoso scrittore toscano di nome Vanni Santoni, l’ho letto tutto di filato su un treno che da Parigi mi riportava a Milano. E ogni volta che alzavo gli occhi dalla pagina, a riprendere il fiato, il paesaggio sempre diverso che mi sfrecciava a lato dal finestrino faceva da rilassante contraltare a Firenze, paesaggio obbligato di questa immensa collana narrativa.

Una collana, esattamente, perché le decine di personaggi che Vanni Santoni mette in gioco si intercalano, si passano il testimone e insieme le scenografie, da piazza della Signoria fino a San Miniato, passando per gli Uffizi, le stradine più recondite e le piazze più famose della città di Dante. E così emerge il ritratto della vera protagonista: Firenze, con le sue virtù, i suoi vizi, le sue luci e le sue ombre, la cui immagine viene fuori un po’ come quella delle foto che, viste da vicino, rivelano la propria essenza di mosaico, formate come sono da decine e decine di altre foto, in questo caso dai personaggi che si alternano sulla scena, quasi tutti alle prese con qualche fallimento o delusione.

Alla fine l’unica a non deludere sembra essere proprio Firenze. Non credo sia un caso che, seppur molto spesso i personaggi si chiedono se restare o andarsene, la chiusa sia affidata a un personaggio che ritorna: Maddalena, videomaker assente dalla sua città da due anni, che si ritrova a riflettere sull’impossibilità di filmare Firenze senza essere retorica, o alla meglio inutile:

E neanche puoi dire: bene, saremo analitici, prenderemo in considerazione tutto, filmeremo ogni cosa, ottima idea per ritrovarsi dopo due o tre anni di lavoro con un film che è un inutile documentario sulla cosa più ovvia del mondo: il fatto che Firenze è bella.

Forse è vero, fare di Firenze un documentario originale è impresa impossibile, ma farne un romanzo originale invece no, e Se fossi fuoco arderei Firenze è lì sul comodino a ricordamelo.

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Le Libellule: la nuova collana di narrativa low-cost della Mondadori

pubblicato da Andrea Coccia

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È tempo di crisi, i soldi per i libri spesso sono i primi a saltare. E allora non ci si può certo stupire che le operazioni di marketing che puntano a importare il modello LowCost anche in letteratura ricevano un gradissimo apprezzamento dal pubblico. L’esempio di Newton&Compton è li a dimostrarlo.

Ma la prova che il mercato del basso costo sta diventando un vero business da inseguire e su cui darsi battaglia è rappresentato da questa nuova impresa mondadoriana. La casa editrice segratese, secondo un’indiscrezione pubblicata da Antonio Prudenzano di Affaritaliani.it, sarebbe pronta a lanciare una nuova collana di narrativa “breve” (massimo 200 pagine) a prezzi popolari, vale a dire 10 euro. Libri leggeri, sia come lunghezza pagine sia come prezzo, come Libellule appunto.

Prudenzano, la cui affidabilità in queste cose è pressoché totale, fa anche i nomi dei primi quattro autori che verranno lanciati: Chiara Gamberale, Raffaele La Capria, Andrea Camilleri e Arnaud Rykner. Si tratta di nomi che danno bene l’idea di quanto la partita sia seria. Niente di nuovo, in ogni caso, sotto il sole: alla fine lowcost è un modo più trendy di chiamare i tascabili, o no?

Via | Affaritaliani.it
Foto | Flickr

La prima edizione di Moby Dick usciva il 14 novembre 1851: un capolavoro lungo 160 anni

pubblicato da Andrea Coccia

Herman Melville, Moby Dick o la balena, classici, libri, letteratura La prima edizione mai stampata di Moby Dick uscì grazie all’editore Richard Bentley di Londra, che il 18 ottobre del 1851 stampò il capolavoro di Herman Melville in 3 volumi con il titolo The Whale, la Balena. Ma quello stampato da Bentley era un testo rimaneggiato, potremmo dire forse censurato.

Per questo fu soltanto quando, il 14 novembre di quello stesso 1851, la Harper & Collins di New York lo ristampò in unico volume, intitolandolo Moby Dick, che si poté affermare finalmente che la prima edizione del capolavoro di Melville (anche se capolavoro fu giudicato con anni di ritardo) era stata data alle stampe.

Da quel giorno sono passati 160 anni, un’eternità per un uomo, ma anche per un libro. Nel frattempo la storia di Moby Dick e del capitano Achab è entrata a far parte nell’immaginario collettivo talmente in profondità da essere conosciuta anche da chi il libro non lo ha mai letto.

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22/11/1963: il nuovo romanzo di Stephen King dal 8 novembre in libreria

pubblicato da Andrea Coccia

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Mesi fa lo avevamo annunciato. Ora è proprio vero: uscirà domani, 8 novembre 2011 per i tipi della Sperling & Kupfer, il nuovo libro di Stephen King. Il più grande inventore di storie del brivido degli ultimi anni torna nelle librerie due anni dopo The Dome, uscito nel 2009 sempre per la casa editrice milanese del gruppo Mondadori.

Quando il Re torna a pubblicare è sempre una notizia per i milioni di fan che, come drogati, non aspettano altro. In questo caso però la notizia si arricchisce: effettivamente infatti per questo suo trentacinquesimo romanzo Stephen King, per la prima volta nella sua carriera, si è messo a giocare con la Storia, proponendo ai suoi lettori una fantascientifica avventura tra le pieghe del tempo.

Come molti di voi già sapranno, il romanzo si intitola 22 novembre 1963 (11/23/63 in originale inglese), ovvero - per quelli che non hanno la memoria storica allenata - il giorno dell’omicidio di John Fitzgerald Kennedy a Dallas, ed è la storia di un professore del Maine, Jake Epping, che si ritrova a scoprire nel suo bar di fiducia un passaggio temporale che lo porta inesorabilmente al giorno dell’assassinio di Kennedy:

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Edizioni Sur, ovvero come cambiare il modello della distribuzione libraria e pubblicare libri di qualità

pubblicato da Andrea Coccia

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Da pochi giorni sono sbarcati nelle librerie i primi tre titoli di un nuovo esperimento editoriale che nasce come “costola” di minimumfax e che si chiama Sur, un nome che per chi ama la letteratura sudamericana, in particolare quella argentina, fa subito sognare.

Sur era infatti il nome della rivista di Victoria Ocampo che ospitò gli scritti dei più grandi scrittori argentini del Novecento: basti pensare ad alcuni dei più bei racconti fantastici di Jorge Luis Borges, agli interventi di Ernesto Sabato o a quelli di altri grandi nomi del secondo novecento argentino, in primis Adolfo Bioy Casares.

Tutte le buone case editrici nascono con una nobile missione, per definizione. La missione di Sur è duplice: diffondere in Italia alcune delle perle, passate o contemporanee, della letteratura sudamericana, e farlo proponendo un modello di distribuzione alternativo.

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Un salto nel vuoto, Maurizio Cattelan si racconta in un libro intervista

pubblicato da Andrea Coccia

maurizio cattelan, un salto nel vuoto, rizzoli, libri, editoria Per Maurizio Cattelan il mondo sembra assomigliare a un testo da alterare a piacimento inserendo dettagli spiazzanti, capaci di insidiare le certezze del pubblico fino all’estremo: dai bambini impiccati all’albero, a Giovanni Paolo II spiaccicato da un meteorite, dal cavallo appeso al soffitto fino a Hitler che prega in ginocchio e al dito medio di Piazza Affari a Milano.

Ora il grande artista padovano, da sempre restio anche soltanto a rilasciare interviste, ha accettato di rompere il silenzio attraverso un libro intervista che uscirà per Rizzoli e che si intitolerà Un salto nel vuoto, scritto con Catherine Grenier. Dall’infanzia a Padova, dalla difficile storia familiare segnata dalla malattia della madre, passando per un’adolescenza non meno complicata passata a lavorare negli obitori e negli ospedali, fino alla scoperta della vena creativa e alla decisione di non accettare di farla diventare un “lavoro”, ma un’arte.

Il ritratto che emerge è quello di un uomo da sempre votato alla libertà e all’indipendenza, che ha deciso di mettersi a fare l’artista per poter “smettere di lavorare”. «A volte è salutare restare al di fuori di un gruppo», dice Cattelan, e forse ha ragione. Di certo la sua storia ha il sapore dolciastro delle avventure finite bene, tipico delle storie che non si ripetono. Ma proprio per questo, leggerla può far bene alle nostre speranze appassite.

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