
Fai un’abbuffata di libri per avere una sbornia di cultura! Ce lo dice Fernando Kerkhoff, in un portoghese, che suona un po’ così:
tome um porre de livros que a ressaca é de cultura
E in fondo ci viene proprio voglia di ascoltarlo questo Pensador che dispensa massime sulla cultura e sul successo personale. Viene persino voglia di crederci, a questa frase che riassume il senso di certi momenti di vuoto, nei quali basta un’immersione totale nell’universo libro, per ritrovare tante di quelle direttrici…
… E chissà che non venga fuori anche quella giusta. In fondo lo avevamo già chiarito il nostro sostegno al “potere terapeutico della lettura”, e poi anche solo l’idea di una stanza completamente sommersa di tomi, ha un che di avventuroso.
Ci sono quelle che lo fanno in solitudine, quelle che invece sono accompagnate, spesso dagli stessi figli ai quali le amorevoli parole dei libri che hanno tra le mani sono destinate. Quelle che sono distese comodamente nel loro letto, su un’amaca o sul divano e quelle che si lasciano cullare dalla cornice naturale che le circonda. Quelle che sbandierano i loro tomi e quelle che invece li nascondono gelosamente.
Sono donne d’altri tempi, donne moderne, donne contemporanee, tutte unite da quel simbolo che sfiorano in punta di dita o che stringono avidamente. Nude e abbandonate, oppure vestite secondo i dettami della moda, naturali o costruite attentamente come icone bizantine. I loro ritratti attraversano il tempo e ci arrivano grazie al talento di grandi protagonisti della storia dell’arte come: Dennis Hopper, Claude Monet, Pablo Picasso, Pierre Auguste Renoir, Tamara de Lempicka, Vincent Van Gogh, Henri Matisse, sulle note trionfali del Walz No.2 dell’immenso compositore russo Dmitrij Dmitrievic Sostakovic. Con una doverosa citazione ad uno dei passi più abusati della letteratura italiana, quel quinto canto dell’Inferno Dantesco che definì galeotto proprio un libro…e il seguito lo conosciamo tutti!
Via | PaoloGaeruc
Chissà, pensa, se qualcuno ha mai parlato a Lena delle cose femminili di cui lei parlerebbe a sua figlia, se ce l’avesse…Si chiede se Lena sente la mancanza di una madre e poi si rende conto della sciocchezza. E’ naturale che la senta. E’ difficile collocare Lena mentalmente: è difficile sapere cosa fare di tanta compassione.
Non so se capita anche a voi (ma penso sia piuttosto normale) di fantasticare sulla vita degli autori di un romanzo, su come la loro esistenza abbia influenzato la storia che ci hanno raccontato. A me è capitato così con Cose da salvare in caso di incendio, opera prima di Haley Tanner, esordiente prodigio i cui diritti sono stati acquistati in 20 Paesi ancor prima della sua pubblicazione negli Stati Uniti, essendo il titolo in odore di best seller annunciato.
Il titolo scelto per l’edizione italiana è secondo me molto bello (l’originale era semplicemente Vaclav e Lena, i nomi dei due protagonisti) e stando alle anticipazioni della trama avevo pregustato una lettura di quelle che piacciono a me. Ovvero voce narrante affidata a due bambini “marginali”, immigrati entrambi dalla Russia (ed entrambi molto soli), un segreto che li divide, e un amore nato sui banchi di scuola che non muore, grazie alla potenza di fantasia e purezza di cuore.
Continua a leggere: Cose da salvare in caso di incendio, di Haley Tanner
Hanno ancora senso, oggi, le biblioteche? Oggi che (in teoria) chiunque (o quasi) può permettersi di comprare libri, che i libri si scaricano a pochi centesimi dalla rete (per chi ha l’eBook reader)? Che senso ha sostenere le biblioteche e il prestito pubblico gratuito?
Una appassionata dichiarazione d’amore alle biblioteche della sua vita viene dallo scrittore Alan Bennet (che personalmente amo molto) che scrive in un articolo sul London review of Books quanto sia importante ancora oggi per i ragazzi, avere a disposizione delle biblioteche.
E non solo “qualche biblioteca” di pregio, storica, magari lontana dalla periferia. No. Bennet parla di biblioteche locali, quelle che nel quartiere in teoria ci arrivi anche a piedi.
“Nelle attuali battaglie per preservare le biblioteche pubbliche non è stato messo abbastanza in risalto il ruolo del biblioteche come “luoghi”, non solo come servizi – spiega – Per un bambino che vive in un appartamento, dove lo spazio è un lusso e la quiete non è sempre facile da trovare, la biblioteca è il paradiso. Ma, detto questo, una biblioteca deve essere comoda e raggiungibile”
Continua a leggere: Le biblioteche sono ancora importanti. Parola di Alan Bennet
La sentenza è attribuita dal Telegraph Dame Stella Rimington, della giuria del Man Booker Prize, secondo la quale il tempo passato su Twitter (e ovviamente su Facebook et similia) ha come risultato una perdita dell’amore per la lettura e per la narrativa.
Sarà vero? Secondo Rimington “i ragazzi stanno perdendo il piacere dei libri, perchè le comunicazioni elettroniche dominano le loro vite”. Ovvero, i ragazzi hanno più piacere a chattare, inserire status e commentare foto e frasi degli altri piuttosto che “isolarsi” a leggere un libro di narrativa.
Non credo negli aut aut, né nelle idee di mezzi di comunicazioni che ne uccidono altri (la radio è viva e vegeta, nonostante le predizioni di sventura) per cui non sono neanche d’accordo con questo tipo di opinioni “assolute”. E’ vero di certo che si ha “meno tempo” per leggere, perchè si ha la possibilità di rimanere connessi al mondo, in contatto con gli altri, anche nei tempi “morti” in cui prima si stava da soli (prima di dormire, ad esempio) e che prima i ragazzi potevano dedicare alla lettura.
Continua a leggere: Twitter distoglie i ragazzi dalla lettura: sarà vero?

Ho chiamato ogni limite mia madre. Le ho imputato il mio volo zoppo. Lei è il mio pretesto…Mia madre è un albero. Alla sua ombra mi sono giustificata. Si secca, anche l’ombra si riduce. Presto sarò allo scoperto.
Questo di Donatella di Pietrantonio è uno di quei libri che nelle pause di vita fra uno stralcio di lettura e l’altro, ti lascia come intontita rispetto a quello che vivi nella tua quotidiana realtà. Come sovrappensiero, mentre sei immersa nei gesti più ordinari, torni con la mente alle parole e alle sensazioni che hai vissuto poco prima, mentre ne sfogliavi le pagine.
Mia madre è un fiume è la storia di una figlia e di una madre; la prima che ha escogitato ogni modo possibile per “ribellarsi”, con l’obiettivo di dimostrare di essere una figlia degna di essere amata. La seconda che non ha saputo comunicarle il suo amore, perchè quell’amore, da piccola, le era stato strappato a forza.
Continua a leggere: Mia madre è un fiume, di Donatella di Pietrantonio
Prendo spunto da una dichiarazione di Valerio Massimo Manfredi, che inaugurando ieri la Fiera Internazionale del Libro per Ragazzi di Bologna ha detto che “e’ fondamentale leggere libri fin da piccoli. Purtroppo la scuola non incoraggia molto la lettura, quando i ragazzi arrivano alle superiori non leggono piu’”.
D’altra parte una rilevazione effettuata dalla Nielsen per il Centro per il Libro e la Lettura rende noto che solo un terzo dei nostri connazionali legge e compra “almeno un libro all’anno”. Accosto la dichiarazione di Manfredi ai dati di questa rilevazione perchè la speranza – e la categoria su cui le istituzioni dovrebbero “investire” - sarebbero invece proprio i giovani.
Infatti la maggior parte dei lettori (46%) è costituita da persone fra i 25 e i 34 anni, e soprattutto l’amore per i libri va di pari passo con l’istruzione, visto che aumenta se si è diplomati (43%) o laureati (59%). Soprattutto perchè – altro dato – non è detto che i giovani non siano ricettivi, visto che i classici piacciono proprio ai giovanissimi (23%).
Continua a leggere: L'amore per la lettura si impara grazie ai classici?
Tumore al seno: l’argomento mi ha già stancata e non ho ancora iniziato a parlarne. A essere sincera, preferirei parlarvi di libri. Un buon libro intreccia dita invisibili accoglienti come una poltrona d’inverno o un’amaca nel sole estivo.
Questo di Brenda Walker non è un libro “sulla malattia”, come ne esistono tanti, anche di belli, in circolazione. Certo sappiamo, già dall’introduzione, che all’autrice è stato diagnosticato un cancro al seno, e ci viene preannunciato che la seguiremo mese dopo mese nel suo viaggio verso la guarigione (che per fortuna è avvenuta).
I capitoli si intitolano “chirurgia”,“chemioterapia”, “radioterapia”, “ricostruzione”, “sopravvivenza”, eppure – anche se durante la narrazione veniamo edotti sul fatto che durante la radioterapia il metallo attaccato alla carne ti arriva all’osso, e sulle indefinibili vastità nello sguardo dei malati oncologici - la storia parte da molto, molto più lontano. Parte da una donna che si guarda intorno nella sua libreria di famiglia, ai piedi una sacca aperta con l’occorrente per la degenza in ospedale, e la necessità di scegliere i libri ‘giusti’ per far passare il tempo durante le ore che passerà sul letto.
Continua a leggere: Come i libri mi hanno salvato la vita, di Brenda Walker
“La gente è incredibile. Ci telefonano per parlare con Claudio Amendola. Noi li pijamo per culo. Je dimo sì sì, sta qua Claudio, e je passamo un cliente a caso”. E’ esilarante leggere la pantomina del proprietario di Minibar, in via della Garbatella, perseguitato dai fan dei ‘Cesaroni’: Gaetano detto Nino, “un mix ben riuscito fra Franco Califano e Jack Lemmon”. “Quelli ce cascano pure – ha aggiunto nell’intervista a Stefano Sgambati, autore del divertente I bar a Roma – la gente è matta, capisce solo quello che vuole sentisse dì”.
E’ una sfida riuscita, secondo me, quella della collana delle narraguide Centocittà di Castelvecchi: raccontare una città da punti di vista ‘altri’, esplorandola con occhi nuovi anche se ci abiti da una vita. E Roma non può non essere raccontata dalle miriadi di bar che la pullulano.
Sì perchè Roma è una città fondata sui bar. Anzi, meglio, come scrive Sgambati, è “una splendida città fondata sui sette colli e quattro miliardi di bar”. Perchè a Roma i bar sono “una questione di tifo”: a volte basta una sedia di plastica, un tavolo, e un barista come Nicola del bar Caffè Teatro al Celio, per fare un bar (da lui è tutto un viavai di persone che vanno a salutarlo di continuo “tipo il papa”).
Vi è mai successo di prendervela con voi stessi per non avere approfittato dell’ultima svendita Einaudi per completare lo scaffale Pavese? O perchè non vi ricordate se la Confraternita dell’uva non è al suo posto perchè l’avete a) restituita dopo averla letta o b) semplicemente prestata da troppo tempo.
Sono autori che avete letto da molto tempo, è vero. Però sono lì, non li dareste via per niente al mondo - nè li dareste in prestito, libro prestato libro perduto, si sa - anche se magari non li rileggete da più di dieci anni. E a un certo punto, chissà perchè, vi viene voglia di riaprire quelle pagine. Forse perchè avete voglia di ripensare a voi stessi come eravate quando li avete letti. Forse perchè non ricordate più tanto bene la trama e il tempo trascorso vi permette - meraviglia - di riprenderli in mano come fosse la prima volta.
In generale, è bello ritrovare testi studiati e visti a teatro ai tempi della scuola per una lettura più intima, a distanza di tempo. Pirandello, Ibsen, Beckett, vecchi amori miei, arrivo. O meglio: ritorno. C’è un autore - un classico, uno che avete molto amato - con cui vi è capitato di vivere una situazione del genere? Oppure una volta sullo scaffale i Titoli rimangono immobili là (e sperano solo che figlierete presto, e che ai vostri figli venga voglia di farli sgranchire un po’, fra altri dieci anni)? Nella foto, un Henrik Ibsen giovane.
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