Un altro grande, bellissimo classico, per continuare la nostra esplorazione delle più belle pagine d’amore della letteratura: Un amore, di Dino Buzzati. Storia, per chi non lo sapesse, dell’innamoramento dell’impiegato Antonio Dorigo per la ballerina Laide, conosciuta in una casa di tolleranza, che lo sottomette ai suoi capricci e che riesce a frequentare per un tratto della sua esistenza. E’ lei a fargli apparire d’un tratto, il suo passato vuoto e inutile.
Uno dei passi più belli riguarda l’incanto che lui prova a guardarla danzare e cantare:
“…la vecchia canzone dello spazzacamino (…) Con stupore Antonio constatò che la Laide la cantava nello stesso identico modo, il medesimo ritmo a martello, l’uguale impeto come se vi ritrovasse il meglio di se stessa il senso genuino della vita. Continuando a voltarsi per guardarla mai l’aveva vista così bella una purezza commovente una gioia di essere al mondo e Antonio stupidamente ne fu orgoglioso no non era una delle tante ragazzette smaniose e svergognate quella là era una creatura umana in tutta l’ampiezza del termine era una faccenda importante”.
Continua a leggere: Le più belle pagine d'amore. Dorigo e la Laide (Un amore)
Questa del titolo è la provocazione dell’articolista del NyTimes, già membro dell’associazione dei Bibliotecari americani, che tocca un tasto dolente dell’editoria contemporanea.
Ovvero, il fatto che alle donne piaccia leggere più che agli uomini, e – detto in termini di mercato – che gli editori non riescano a conquistare il pubblico maschile altrettanto di quanto accade con quello femminile. E questo, specifica, a partire dal 12 anni di età.
“I maschi non sono a loro agio nell’esplorazione delle emozioni e dei sentimenti presente nella narrativa (…) Non hanno abbastanza modelli di ruolo maschile positivi, per la letteratura…i ragazzi non vedono la lettura come una attività al maschile”, scrive un autore citato, lo scrittore Jon Scieszka. E oltretutto è un clichè ma “abbastanza vero, quello che mentre le ragazze adolescenti leggono libri con protagonisti maschili, i ragazzi adolescenti raramente leggeranno libri con personaggi prevalentemente femminili”.
Continua a leggere: I preadolescenti maschi e la lettura. Una battaglia persa?
Gli analisti americani sono ottimisti, visto che il settore del self-publishing on line di narrativa, in America, è aumentato del 170 per cento nel 2010 rispetto al 2009, secondo dati del leader dell’informazione bibliografica Bowker.
La stessa Bowker però rileva in un articolo come la carta stampata non sia morta (”Print isn’t dead”) visto che le pubblicazioni tradizionali sono cresciute del 5 per cento, lo scorso anno. In ogni caso, come detto sopra, i dati sulla crescita del self-publishing sono ben più eclatanti, e il settore si sta espandendo in maniera inarrestabile.
Ma quali sono i settori che “tirano di più” nel settore? Si tratta di pubblicazioni relative al mondo dell’informatica (51% nel 2009, cresciuto dell’8 per cento in cinque anni) Science (37 per cento nel 2009, + 12 per cento dal 2004) e tecnologia (35 per cento nel 2009).
Continua a leggere: Le gioie del self-publishing in America. Ma solo la manualistica vende
Compie trent’anni il Premio Andersen - Il mondo dell’infanzia, che premia i migliori libri per l’infanzia pubblicati in Italia. A salire sul podio quest’anno sono stati, fra gli altri, Bruno Tognolini (premio speciale della giuria per Rime di rabbia, Salani).
Miglior libro di divulgazione quello di Nicoletta Martinelli e Rossana Sisti (Visto si stampi, San Paolo) e quello per il miglior libro oltre i 12 anni va a Io dentro gli spari (Salani). Premiata anche la mitica Sophie Fatus (miglior libro 0/6 anni per Oh, oh, Emme) e Remy Charlip per Fortunatamente (Orecchio acerbo ed., miglior libro 6/9 anni)
Vincono il Morante-Ragazzi invece il musicista Giovanni Allevi, con il libro La musica in testa (Rizzoli Editore), il giornalista Ennio Cavalli, con I gemelli giornalisti sono io (Edizioni Piemme) e Chiara Letta, con Alla scoperta di Caravaggio, illustrato da Maria Coviello (Felici Editore).
Questo post è dedicato a tutte le mamme e i papà ( o i nonni e le “zie”, acquisite per amicizia con i genitori, o per parentela di sangue) che sono sempre in cerca di bei libri da regalare ai più piccoli.
Ne segnalo due, che hanno guadagnato il riconoscimento del premio Nati per leggere, assegnato dalla presidente di giuria Rita Valentino Merletti (studiosa di letteratura per l’infanzia) e da esperti di letteratura infantile, pedagogisti, bibliotecari, educatori, pediatri, librai e membri del coordinamento di Nati per Leggere.
Il primo è la storia di un anatroccolo che in Il fatto e’ (Lapis, 2010), di Gek Tessaro (sezione Nascere con il Libri) parla di quale esperienza delicata sia crescere con i “tempi giusti”, a cui ognuno ha diritto, senza frette.
Abbaia, George (Salani, 2010 - sezione ‘ Crescere con i Libri’) racconta tramite la penna di Jules Feiffer la storia delle difficoltà di una cagnetta che deve insegnare al suo cucciolo ad abbaiare. Un riconoscimento speciale è andato alla collana Ullallà di Emme edizioni, dedicata alle prime letture dei piccolissimi.

Tornando a casa nel freddo cesso del regionale Milano-Voghe ra penso. Penso che a me m’hanno fregato i classici, poche storie. No, non i soliti classici, che so Shakespeare, Goethe o Stendhal. I classici più antichi…Virgilio, Orazio, Ovidio, Tucidide, Aristofane, Terenzio.Ecco, la respublica literatorum non esiste, è un parto della mia fantasia più sfrenata
Ho già parlato di Aspetta primavera, Lucky, definendolo un “pugno nello stomaco dato con allegria” rispetto al modo in cui affronta la “dannazione” quotidiana degli intellettual-operai, come li definisce l’autore. Torno a parlarne perchè il romanzo – che è anche candidato allo Strega – descrive in modo esemplare una concezione della “casta letteraria” italiana.
Crearsi una rete di rapporti, costruirsi una figura pubblica, e poi su quelle basi innestare tutto il resto – “tutto il resto” che in una concezione normale di arte sarebbe invece il dato primario – riflette il protagonista, Flavio, traduttore precario e scrittore mancato - Così facendo il rischio principale è di oscurare autori di indubbio valore ma dalla vita sociale “normale” e non compromessa a qualcuno o qualcosa. In cambio, si sa, abbiamo autori deboli ma presenzialisti
Continua a leggere: La casta letteraria: la riflessione aperta da Aspetta primavera, Lucky
Sì, ogni tanto parlo anche da solo, per farmi compagnia, che male c’è?, il traduttore è il portiere di notte della letteratura, solo e malinconico come il guardiano notturno di un grande albergo.
Un libro per cui nel mio piccolo faccio il tifo, sperando riesca ad acquisire sempre più visibilità (è stato candidato da due “amici della domenica” al Premio Strega) è questo Aspetta primavera, Lucky (a pensarci bene era destino che dovesse piacermi, visto che riprende nel titolo il mio amato Fante).
La storia è un pugno allo stomaco dato con allegria, diciamo. Da una parte c’è il protagonista, Flavio, professione traduttore (praticamente “uno stuntman delle lettere. Quei tipi spericolati che si lanciano in mezzo alle fiamme… ma poi la bella figura la fanno gli attori, sono per loro i titoli di testa..il conto in banca”).
Continua a leggere: Aspetta primavera, Lucky, di Flavio Santi
Mi è dispiaciuto leggere le parole di Alfieri Lorenzon, direttore generale dell’Aie, sul fatto che Cuore di De Amicis sia ormai un libro per ragazzi “superato” (al contrario di Pinocchio di Collodi, ad esempio). “Cuore non fa piu’ parte del bagaglio indispensabile dei nostri giovani”, ha detto all’Ansa Lorenzon.
Meglio Pinocchio, che riscuote ancora “risultati interessanti” all’estero, e ovviamente la letteratura per ragazzi contemporanea, fra cui in primis ovviamente Harry Potter, ma anche Geronimo Stilton e le saghe vampiresche. Ma forse non c’è niente di cui intristirsi, il mondo va avanti, i bambini di oggi sono diversi da quelli di ieri e- la conclusione è sempre la stessa - è colpa mia che sono la solita nostalgica sostenitrice del valore dei “classici”.
In generale, comunque, la nostra letteratura per ragazzi non è affatto “superata”, neanche all’estero, visto il successo che il settore riscuote soprattutto in Asia (Cina, Giappone, Corea del Sud) e nel mercato dell’America del Sud, mentre le vendite non decollano sul mercato anglosassone.
I segnali che la nostra editoria per ragazzi goda – e possa continuare a godere – di buona salute sono comunque almeno due: il fatto che, come ricorda Lorenzon, esportiamo titoli più di quanti ne importiamo, e che la nuova generazione di italiani ami la lettura (65% legge almeno un libro l’anno) molto di più dei propri stessi genitori (44%).
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Oggi, sulle pagine virtuali di Repubblica, è stata pubblicata una lettera aperta scritta da una professoressa precaria che insegna italiano e latino in uno dei tanti licei del milanese, una lettera che, circoscrivendo in pochi ma densi paragrafi la profonda e diffusissima amarezza che colpisce di questi tempi gli insegnanti italiani, in qualche modo segna una resa, affermando che insegnare Letteratura e Latino non serve più a niente.
Scrive la professoressa:
Togliete queste materie dalla scuola, eviterete di far perdere tempo a quei pochi che passano i loro pomeriggi a spaccarsi la schiena su versioni, poesie e filosofi anziché fare altro di più divertente. Io non me la sento più di dire ai miei studenti di sacrificare ore di studio per il latino. L’ho fatto io, non fatelo voi ragazzi. Altrimenti farete la mia fine. Vi ritrovereste con un pugno d’aria, di parole che ormai oggi non hanno più senso per nessuno.
Parole che segnalano il livello ormai insopportabile di disillusione, di demotivazione e di disperazione in cui la società italiana ha relegato la classe insegnante, frustrata da stipendi da fame, delegittimata dal sempre più potere acquisito dai genitori – individui che non dovrebbero essere ammessi nelle scuole – insultata da riforme che contabilizzano il lavoro culturale e che mortificano attese di anni nelle graduatorie. In due parole: una classe di persone che non ce la fa più, che non ha più energia, che non ha più voglia di impuntarsi e di faticare per niente, che non riesce più a reagire.
Continua a leggere: La letteratura non serve a niente, ovvero sul ponte sventola bandiera bianca
“Vivevamo nell’informe e nell’impreciso, nel dolore della gestazione e nell’esaltazione della vita promessa (…). Dalla Palestina arrivavano voci che pesavano molto sulle nostre vite. Per quanto tempo ancora avrebbe resistito la nostra fede nella patria comune, nella solidarietà anticolonialista, nell’edificazione di una nuova società?”
Parafrasando l’ultimo libro postumo di Tiziano Terzani, il romanzo di Naim Kattan parla di “Un mondo che non esiste più”. Quello di Kattan è infatti un romanzo di formazione che ci dipinge davanti agli occhi una Baghdad intimamente multiculturale, quella dei primi anni’40, quando ebrei mussulmani cristiani si ritrovano a vivere senza astii i comuni luoghi della vita di società, dove la nonna del protagonista, “mi fece promettere di fare il bravo per tutta una settimana. Come premio mi avrebbe portato con sè a una grande festa di amici mussulmani”.
I bambini di tutte le religioni vanno a scuola insieme e magari, in prossimità di un’interrogazione, giocano “a nascondino con la sorte e volendo ottenere i favori della fortuna ci alleggerivamo senza esitare dei nostri spiccioli, sacrificando dolciumi e rape bollite. Ciascuno aveva il proprio mendicante preferito. C’era chi sceglieva un guercio, chi uno storpo. Se il nostro intermediario con il destino si mostrava più volte inefficace lo sostituivamo con un altro”.