Perchè mi prende un colpo ogni volta che uno si definisce “scrittore” esordiente? Montale non sapeva mai che qualifica professionale dare negli alberghi in cui soggiornava, vista la sua repulsione all’idea di definirsi “poeta” (espressa spesso anche nelle sue liriche). Gli artisti veri non amano in genere definirsi tali, ad esempio.
E poi anch’io scrivo, scrivo molto, scrivo tantissimi biglietti d’auguri bellissimi (sono l’addetta, in famiglia) per tutte le occasioni. Sono una scrittrice di biglietti d’auguri. Insomma: tutti siamo ’scrittori’ di qualcosa, no? Scrittori di post it amorosi sul frigo la mattina, scrittori di liste della spesa, scrittori di appuntamenti in agenda.
E soprattutto: come fai a consacrarti “scrittore” da solo? Solo perchè hai pubblicato un libro (magari presso una bella casa editrice a pagamento)? Non so se questa auto-definizione risulti sgradita a voi quanto a me, ma personalmente ogni volta che qualcuno in cerca di un editor/una recensione/una giustificazione al fatto di non avere un lavoro degno di questo nome, mi si presenta come “scrittore” non posso fare a meno di sentire un colpo al cuore. Ma come si permette?
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Eccoci qui per una chiacchierata con Elisa Moriconi, giovane illustratrice di libri per bambini di cui abbiamo segnalato il blog, qualche tempo fa. Per lei, tante domande che possano aiutare anche chi vorrebbe fare il suo bellissimo lavoro.
Elisa, aprire un blog può servire per fare il tuo lavoro?
“Il blog serve principalmente per conoscere e farsi conoscere dalle altre persone. Alle volte tra quelle persone potrebbe nascondersi un potenziale datore di lavoro. Può capitare. A me è successo ogni tanto; addirittura recentemente ho parlato con una editor di una grossa casa editrice francese che raccontava di aver fatto un contratto ad un’illustratrice giovanissima dopo aver visto i suoi disegni pubblicati sul suo blog, amore a prima vista! Non capita in continuazione, ma può accadere”.
Qual è stata la tua esperienza in merito?
“Io ho iniziato a scrivere sul mio circa 2 anni fa, nel 2008, dopo aver letto in giro per la rete le pagine di qualche altro artista. I post più vecchi quindi raccontano i miei primissimi approcci al mondo del lavoro; tentativi confusi, un po’ goffi. In ogni caso, tramite google e la magia delle parole chiave, piano piano qualcuno ha iniziato a frequentare il mio blog e, cosa ancora più inaspettata, a scrivermi via mail; specie gli illustratori più giovani che erano in cerca di un primo lavoro”
Continua a leggere: I mestieri del libro. Intervista a una giovane illustratrice
La narrativa italiana è sempre stata poco incline a raccontare il lavoro, quello artigianale, o della fabbrica (a parte Volponi e pochi altri). Negli ultimi anni, però, alcuni scrittori (da Aldo Nove alla Avallone) si sono misurati con un tema così spinoso, e hanno fatto, del lavoro, materiale narrativo.
Cristiano Cavina ha corso il rischio e, meglio sgombrare subito il campo, ne è valsa davvero la pena; nel suo ultimo romanzo, Scavare una buca, appena uscito per Marcos y Marcos, racconta il lavoro in una cava di gesso, senza mai scadere nel patetismo - alcune pagine, poi, toccano vette molto alte.
«Come se certe cose uno potesse andare in giro a spiegarle» dice il Necci, uno dei protagonisti che sente addosso il peso di tutto ciò che ha scavato.

Cosa vuol dire oggi lavorare nell’editoria? Nella maggior parte dei casi avere uno stipendio da fame, precarietà, poche o nessuna possibilità di migliorare la propria posizione lavorativa. Ma anche fare un lavoro stimolante, che molti abbracciano per passione. Ed è forse proprio sulla passione di chi si getta a capofitto nel tentacolare mondo dell’editoria che fanno leva i tanti datori di lavoro, tranquilli di poter sfruttare fino al midollo i tanti aspiranti redattori, editor, correttori di bozze, uffici stampa e via dicendo.
Questi e altri temi gravitanti intorno alle professioni dell’editoria verranno affrontati nella tavola rotonda che si terrà a Bologna il 26 marzo alle 15.30 presso la libreria Modo Infoshop. L’iniziativa, dal titolo Fuori fiera, lavorare nell’editoria, è stata promossa da ReRePre (Rete dei redattori precari) e potrà essere seguita in diretta su Radio Articolo 1.
Interverranno giornalisti, editori, traduttori, scrittori e sindacalisti, cioè quelle figure che nell’editoria spendono la propria professionalità e auspicano quindi un cambiamento. Oggi sembra che l’unica strada percorribile sia lo svilimento di questi mestieri, ma, si chiedono gli organizzatori di Fuori fiera, “siamo sicuri che questa realtà non danneggi profondamente lo stesso mercato editoriale e culturale?”
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Non un ‘manuale per raggiungere il successo’ (”queste cose lasciamole agli americani, loro ci credono”) e neanche “tabelle, comparazioni ed elaborate strategie di teorici” ma “informazioni e qualche arma” rivolta a un unico scopo: raggiungere il proprio lavoro ideale. Queste le premesse del bel manuale di Imma di Nardo, esperta in politiche attive del lavoro, ‘Persone in cerca di ocupazione. Manuale di sopravvivenza: istruzioni per l’uso’ (Robin ed.)
Ma cosa serve oggi a una persona che voglia ottenere quello che ‘da insindacabile diritto - scrive l’autrice - si è trasformato in un miraggio?”. La prima arma sono le informazioni: “Ho definito una o più mansioni abbastanza precise per cui posso candidarmi? E’ possibile colmare le mie lacune, magari tramite un corso di formazione o di aggiornamento?’.
Bisogna cioè, continua Di Nardo, avere innanzitutto chiare le proprie competenze teoriche, tecnico/professionalie trasversali /personali. Ma nel libro ci sono anche consigli pratici, come ad esempio quelli per sfruttare al meglio i motori di ricerca online interrogati per ‘filtri’, come Jobrapido, consiglia Di Nardo. La chiave anche qui è individuare una definizione il più possibile precisa della propria competenza professionale e del ruolo lavorativo richiesto.
Continua a leggere: Libri e lavoro: Persone in cerca di occupazione, di Imma di Nardo
Ok, la domanda se l’era già posta Bradbury con Farheneit 451: “Cosa succederebbe alla nostra società se le persone smettessero di leggere?”. Però ho trovato molto interessante che il New Yorker abbia deciso di rilanciare la questione.
Nel 1982, infatti, riporta il redattore dell’articolo, il 56.9% degli Americani aveva letto un romanzo di narrativa nell’anno, mentre solo il 54% lo dichiarava nel 1992, e il 46.7 nel 2002.
Si tratta di dati preoccupanti soprattutto perchè, a quanto dice il New Yorker, sono state parallelamente effettuate delle ricerche che correlano questo declino della lettura con fenomeni come disoccupazione, bassi stipendi, e minori opportunità di carriera.