
E’ il solito libro che ti casca letteralmente nelle mani. Uno di quelli che magari hanno messo come lettura antologica di tua nipote che frequenta il liceo, uno di quelli che giaceva nel fondo della libreria da talmente tanto tempo che nessuno ne aveva più memoria, uno di quelli che devi leggere almeno tre volte nella vita, meglio se ad intervalli ventennali, insomma.
Per Gianni Mura (ne La Repubblica - L’Almanacco dei libri del 16 aprile 2005) - Nella premessa al libro Vian dichiara: «La storia è interamente vera, perché io me la sono inventata da capo a piedi» - e nessuna affermazione potrebbe applicarsi meglio al testo. Si può rendere leggera una storia tragica e tragica una storia leggera. Boris Vian fa entrambe le cose ne La schiuma dei giorni. Compie e ricompie la sua operazione migliaia, forse milioni di volte nel corso dello stesso romanzo.
Tre protagonisti dai nomi che cominciano per quella stessa c che da inizio alla parola catastrofe. Una giovinezza spensierata di un giovane rampollo parigino, fatta di starni strumenti musicali e di invenzioni strampalate, fatta di passeggiate da flâneur con l’inseparabile amico Chick, finché tutto cambia. L’amore folle, il matrimonio, la malattia della giovane moglie Chloè. Tutto si consuma in una spirale rapidissima che niente sembra poter arrestare.
E’ un libro personale, intimo, ma profondamente radicato nel suo tessuto storico, e la ragione la si evince proprio nella leggerezza della sua ironia che è frutto di un’intensa e lucida riflessione. Una chiave di lettura ce la porge la recensione di Daniel Pennac:
Vian indirizza la sua polemica anche contro i diktat culturali e le scuole letterarie, in particolare verso l’esistenzialismo, allora imperante: quando si ama una Chloe con una ninfea nel polmone, ogni imposizione estetico-morale diventa insopportabile.
Via | marcosymarcos.com
Arrivano i barbari, anzi sono già arrivati da qualche anno e noi non ce ne siamo accorti, anzi siamo noi i barbari, noi che, grazie ai mutamenti tecnologici che ci sommergono continuamente, abbiamo cambiato il nostro modo di porci verso il mondo, sostituendo alla profondità - idolo scomparso dei vecchi intellettuali - la superficialità, nostra nuova dea e nuova sede del senso delle cose.
Così si potrebbe riassumere, se volessimo usare veramente poche parole, il Baricco-pensiero sui cambiamenti che, negli ultimi anni, stanno riplasmando i nostri quotidiani atti culturali. Fin qui niente di nuovo, tutto già letto nei plurimi interventi sull’annosa questione che Baricco ha pubblicato negli ultimi anni sul quotidiano romano e ristampato i molteplici versioni libresche.
Ma leggendo il carteggio tra Baricco e Scalfari pubblicato ieri sulle pagine virtuali de La Repubblica, in realtà qualcosa di nuovo sembra emergere, una sorta di reciproco riconoscimento tra i due intellettuali che, pur provenendo da generazioni diverse, per la prima volta, si accordano vicendevolmente il diritto di dirsi “Barbari”.

Per chi non lo conoscesse ancora, e spero che non siano molti, Andrea Pazienza è stato il più grande talento del fumetto italiano di sempre, un vero genio dal tratto inconfondibile il cui punto di vista visionario, cinico e spietato si è purtroppo spento troppo presto. Oggi, sulle pagine online di Repubblica, lo scrittore Roberto Saviano lo ricorda celebrando l’ultimo lavoro del grande artista marchigiano, un lavoro incompiuto.
Si sarebbe intitolato Astarte e, se non si fosse messa in mezzo l’eroina, avrebbe raccontato la storia della discesa di Annibale in Italia dal punto di vista del cane Astarte, fedele compagno del comandante cartaginese che, in sogno, narra la propria storia a Pazienza, dalla nascita in Spagna fino alla prima battaglia sulle Alpi.
Il sogno di Pazienza, purtroppo, è finito li, sulle Alpi, stroncato dall’eroina, ma per poche righe, grazie a Saviano, è come se riprendesse vita e dipingesse una storia alternativa in cui è Annibale il vincitore, in cui Roma soccombe a Cartagine, una storia ucronica che magari un giorno qualcuno racconterà, magari lo stesso Saviano.
Via | Repubblica
Foto | Repubblica (Copyright Marina Comandini Pazienza)

Qualche giorno fa si è creato un piccolo mistero circa un’intervista fantasma che il grande scrittore americano Philip Roth, autore di libri come Everyman o Indignazione, avrebbe concesso al quotidiano Libero qualche tempo fa, intervista durane la quale lo scrittore avrebbe attaccato il presidente Obama e ammesso di essersi pentito per averlo votato, dichiarando: “Obama? Una grandissima delusione. Sono stato fra i primi a credere in lui, ad appoggiarlo, ma adesso devo confessare che mi è diventato perfino antipatico”
La magagna è emersa però solo l’altro ieri, grazie ad un’intervista rilasciata al Venerdì di Repubblica, dove la giornalista Paola Zanuttini ha citato la misteriosa discussione di Roth con Tommaso Debenedetti e lo sguardo di Roth si è macchiato di stupore e di indignazione:
Sono molto seccato per queste dichiarazioni che mi vengono attribuite: non ho mai parlato con questo Libero. Smentisca tutto. Ora chiamo il mio agente.
Chiama il suo agente, che gli filtra tutti i contatti: nell’agenda delle interviste passate e future non risulta nè Libero nè il nome dell’intervistatore.
Roth attacca e poi chiede cosa vuol dire Libero in inglese. Traduco.
“Vuol dire che questi sono liberi di fare tutto quelli che gli pare?”
(Dal Venerdì di Repubblica)
Un’intervista inventata, dunque, un segnale importante che illumina perfettamente il degrado del nostro giornalismo, degrado confermato dal fatto che nel tranello ci sia cascato addirittura il Corriere della Sera, attraverso la penna di Pierluigi Battista, prende spunto dalla finta intervista e chiosa:
Ma come osa, lo scettico Philip Roth, a dirsi in una conversazione pubblicata da Libero un obamiano deluso, un democratico che si era appassionato per l’ Obama capace di «risvegliare l’ America dal suo torpore», di «dare vitalità e slancio a chi lo ascoltava» e che ora considera la politica del «suo» presidente «il nulla», «la banale quotidianità del potere»? Ma per fortuna (dell’ America) l’ America non è l’ Italia. Lì la critica al proprio presidente è normale consuetudine. Qui siamo un po’ più primitivi. E dogmatici.
Via | Ilgiornale
In un momento come quello che stiamo vivendo in questi mesi, molto duro anche per i quotidiani (senz’altro i più colpiti nel mondo dell’editoria), che vedono diminuire di giorno in giorno le entrate pubblicitarie e le vendite in edicola, La Repubblica e L’Espresso scelgono la via dei classici e annunciano che nelle prossime settimane verrà offerta la Divina Commedia in allegato alle due testate romane al prezzo di 9,90 per ogni cantica.
A partire da domani, dunque, e per tre mercoledì, insieme al quotidiano e al settimanale sarà possibile acquistare, una dopo l’altra, le tre cantiche dantesche (l’Inferno domani, il Purgatorio mercoledì 15 e il Paradiso mercoledì 22) in una edizione completa, con introduzione ai singoli canti, note e apparati critici.
Per uscire dalla crisi delle vendite, dunque, La Repubblica e L’Espresso si affidano ad un traino extragiornalistico, il libro in allegato, che fino a qualche tempo fa era considerato il miglior modo per tirare su le vendite, e lo fanno scegliendo il più grande dei classici italiani, l’intramontabile Dante Alighieri, capace nel passato di attirare un pubblico immenso (anche grazie agli esperti Benigni e Sermonti). Sarà la mossa giusta? Io credo francamente di no e voi?
Via | Primaonline
Foto | Flickr
Alessandro Baricco non è affatto nuovo alle collaborazioni giornalistiche, tutti ricorderanno “I Barbari”, pamphlet a puntate sulla presunta mutazione culturale degli ultimi anni, pubblicato su La Repubblica e poi diventata libro per la Fandango. Quest’oggi, sempre sul quotidiano La Repubblica lo scrittore torinese è tornato alla carica, esponendo le sue proposte per affrontare l’attuale crisi culturale del paese.
Grosso modo Baricco individua il nocciolo del problema nei finanziamenti pubblici diretti alle imprese culturali di più alto livello, vale dire festival culturali, per esempio e poi mostre, convegni, teatri dell’Opera, tutto ciò insomma che non interessa al pubblico di Massa, finanziamenti inutili, dunque, che tolgono soldi alla scuola e alla televisione. “Che senso ha, dice Baricco, sovvenzionare festival di storia, medicina e filosofia quando il sapere in televisione - dove sarebbe per tutti - esisterà solo fino a quando gli Angela faranno figli?” e poi rincara “Chiudete i teatri stabili ed aprite un teatro in ogni scuola”.
Insomma, la formula Baricco è semplice: tagliare i soldi alla promozione dell’alta cultura per deviarli sulla scuola e sulla televisione, vista ancora da Baricco, con un atteggiamento un po’ ingenuo, come fonte di acculturazione, esattamente come qualche decennio fa, quando insegnò agli italiani l’italiano.
Continua a leggere: La politica culturale secondo Alessandro Baricco