
In occasione della messa in scena al Teatro India di Roma de “La Borto”, spettacolo di e con Saverio La Ruina, dedicato al delicatissimo tema dell’aborto, la grande scrittrice Dacia Maraini è stata al centro di un dialogo appassionante tra testo e scena curato da Giovanni Greco. S’è parlato di accortezze del linguaggio teatrale. Visto che “il teatro è il luogo dove si incontrano e si scontrano la parola scritta con la parola parlata - ha dichiarato la scrittrice italiana più tradotta nel mondo, che noi di Booksblog abbiamo intervistato.
Scrittrice multipla, di confine, da sempre attenta agli intrecci tra la scrittura narrativa e il teatro in particolar modo legato ai temi femminili, cosa può dire sui percorsi di scrittura?
Che occorre prima di tutto leggere. Tutti leggono poco e la cosa è grave. Se si legge molto, si impara anche a scrivere. Occorre avere una prassi continua, esercitarsi tutti i giorni per crearsi un proprio stile.
Qual è lo “stile” Dacia Maraini?
Il metodo di scavo. Andare in profondità per capire cosa c’è nella nostra memoria, cosa c’è nella nostra coscienza.
Femminista e ribelle con la vocazione per la cultura, chi ha letto i suoi libri sa quanto la composizione familiare cosmopolita e l’amore verso suo padre abbiano influenzato i suoi temi letterari…
Nella mia famiglia c’è un miscuglio molto vario, perché ho avuto una nonna cilena e una inglese, un nonno siciliano e uno svizzero. Sono nata a Fiesole da mamma (Topazia) siciliana e padre (etnologo) per metà inglese e metà fiorentino. Ho vissuto i primi otto anni della mia vita in Giappone, in un tipo di campo Buchenwald perché la mia famiglia era antifascista. Ne siamo usciti vivi per il coraggio di mio padre. Conoscendo la mentalità giapponese decise di applicare la tradizione dello yubikiri, tagliandosi un dito con un ascia e tirandolo ai giapponesi. Un atto di coraggio supremo che voleva dire “tu sei un codardo e io sono più coraggioso di te”. A quel punto ci diedero il latte che ci salvò la vita. Anche se oggi non scrivo del Giappone, sento affetto per quella gente buona e raffinata.