
Ecco a voi il seguito dell’intervista che abbiamo pubblicato su queste pagine lunedì. Dopo aver parlato con Enrico Deaglio del suo romanzo d’esordio, Zita, il discorso è proseguito - ed era quasi un obbligo - sul futuro del giornalismo all’epoca dei supporti digitali, ma anche sul presente e, soprattutto, sul futuro del nostro paese e dell’Europa. Continua a leggere dopo il salto…
Continua a leggere: Una conversazione con Enrico Deaglio. Seconda parte.

Accennare alla storia professionale di Enrico Deaglio significa accennare alla storia del giornalismo e del telegiornalismo italiano. Cresciuto nel quotidiano di Lotta Continua - di cui è anche direttore per un lustro - Deaglio ha collaborato con buona parte dei quotidiani e dei settimanali più importanti del nostro paese, da La Stampa al Manifesto e poi Epoca, Panorama, l’Unità, Diario, Reporter, oltre ad alcune delle più interessanti trasmissioni di inchiesta televisiva, da Mixer all’ultimo L’Elmo di Scipio.
Quest’anno, dopo tutta una carriera spesa a analizzare e a interpretare la realtà, Enrico Deaglio si è messo alla prova nel campo non facile della narrativa, scrivendo per i tipi del Saggiatore il suo primo romanzo Zita, di cui qualcuno di voi avrà letto la recensione proprio su queste pagine. Noi di booksblog lo abbiamo incontrato a Milano e abbiamo discusso con lui di questa sua esperienza, ma anche di ciò che sta succedendo nel Mediterraneo e di ciò che si aspetta dal futuro di questo nostro paese.
Dopo il salto trovate la prima parte di questa conversazione, buona lettura.
Continua a leggere: Una conversazione con Enrico Deaglio. Prima parte.

Dominique Lapierre è uno di quegli scrittori che non ha quasi bisogno di presentazioni, anche perché nella sua carriera, lunga più di sessant’anni, è riuscito a vendere milioni di copie dei suoi libri, 9 milioni soltanto con La città della gioia, il cui titolo coincide con l’altra grande opera a cui Lapierre lavora da anni, la sua associazione di volontariato.
Attiva dal 1982 grazie all’impegno dei coniugi Lapierre, l’Action pour les enfants des lépreux de Calcutta - così si chiama il progetto - si alimenta ogni anno grazie alla donazione dei propri diritti d’autore da parte di Dominique Lapierre. Noi di booksblog l’abbiamo incontrato ieri nella sede della casa editrice che sta ristampando tutte le sue opere, il Saggiatore, e con lui abbiamo discusso di questa sua attività di volontariato, ma anche di altro: da India, mon amour al futuro del continente indiano e di quello europeo. Leggete l’intervista completa dopo il salto.
Continua a leggere: Sull'India, sulle rivoluzioni e sul futuro: un'intervista con Dominique Lapierre

Ieri vi avevamo proposto la prima parte della lunga e interessante conversazione che abbiamo avuto con Ricardo Menendez Sàlmon in piazza Alberti, durante il Festivaletteratura di Mantova. Come promesso oggi potrete leggere la seconda e ultima parte. Si parla del male, dell’amore, degli attentati che hanno sconvolto la Spagna l’11 marzo del 2004 e delle proteste degli Indignados spagnoli. Buona lettura!
Perché il male ha sempre un posto importante nelle tue opere? Perché ti interessa tanto?
A me non interessa il male in astratto, non ho alcun interesse a riflettere, come sant’Agostino o come Platone, su un’idea. A me interessa l’incarnazione fisica del male perché sono convinto che, in qualche modo, il male sia sempre un fatto immanente. E in tutti i miei libri ho cercato di fissare il male in un’essenza oggettiva, in un’epoca storica, in dei personaggi. Spostare la responsabilità dell’essere umano verso un essere astratto e sovrannaturale a cui io non credo mi sembra estremamente perverso. Il male non è niente di trascendente. Durante una visita ad Auschwitz, Benedetto XVI si chiedeva, “Perché, Signore, sei rimasto in silenzio?” Era una domanda veramente avvelenata, perché quando parlava del silenzio di Dio io credo che intendesse il grido di dolore dell’umanità che non ha niente a che vedere con un principio trascendente. E l’uomo è responsabile ed esecutore, e patisce l’esercizio del proprio male. In questo senso il male mi interessa perché credo che abbia sempre un compagno inseparabile, la libertà umana. E credo che l’esistenza oggettiva della malvagità ci parli anche dell’esistenza oggettiva della libertà. In questo io credo che rientri anche il tema della responsabilità, che è un po’ il cuore di ciò che scrivo.
Continua a leggere: Una conversazione con Ricardo Menendez Sàlmon, seconda parte.
Ricardo Menendez Sàlmon è uno dei più interessanti autori spagnoli di questi anni. I suoi libri - in Italia pubblicati da Marcos y Marcos - si confrontano con i temi più impegnativi del vivere umano, l’amore, la morte, il male, territori dove la banalità tende i suoi agguati a ogni angolo, mietendo molte vittime illustri.
Eppure Sàlmon è sempre stato abile nello schivare queste minacce, nel restare sempre ben al di là della sottile linea rossa che delimita il territorio periglioso dei sentimenti facili, della banalità e della stucchevolezza. Noi di Booksblog lo abbiamo incontrato a Mantova e nella stupenda cornice di piazza Alberti abbiamo discusso con lui di alcuni dei temi fondamentali di questo nostro strano tempo.
Si è parlato della nostra ignavia, della società della nausea, del male, del bene, di quello che il futuro ci offrirà e della tensione che sta attraversando le piazze d’Europa. Insomma una lunga chiacchierata, tutta la leggere. Dopo il salto trovate la prima parte, per la seconda dovrete aspettare domani.
Continua a leggere: Una conversazione con Ricardo Menendez Sàlmon, prima parte.

Eccoci arrivati alla terza puntata di questa piccola rubrica che raccoglie alcune delle più interessanti voci d’autore presenti la settimana scorsa al Festivaletteratura di Mantova. Questa volta la voce a cui diamo spazio è quella di Tim Parks, scrittore inglese e traduttore, nonché professore di tecniche della traduzione allo IULM di Milano.
Con lui, da ormai trent’anni trapiantato in Italia, abbiamo parlato del futuro di questo nostro paese, che lui ormai conosce molto bene, ma anche del clima di tensione che attraversa l’Europa intera e del ruolo di uno scrittore in tempi bui come questi.
Quello che emerge è un punto di vista molto interessante, preoccupato, certamente, dalle minacce che intravediamo nel nostro futuro prossimo, ma essenzialmente ottimista. Ma bando alle ciance, leggetevi l’intervista completa, subito dopo il more…
Continua a leggere: Voci dal Festivaletteratura di Mantova/3: un'intervista a Tim Parks
Eccoci alla seconda puntata di questa piccola rubrica dedicata alle voci del Festivaletteratura di Mantova. Questa volta la voce che vi proponiamo è quella di Bjorn Larsson, un autore che moltissimi hanno adorato a partire da La vera storia del pirata Long John Silver e che ora ha appena pubblicato, come al solito con la casa editrice Iperborea, il suo nuovo libro intitolato I poeti morti non scrivono gialli, una “specie di giallo” che investiga con ironia il mondo dell’editoria contemporanea e di cui presto su queste pagine potrete leggere la recensione.
Nel frattempo gustavi la chiacchierata con Bjorn Larsson che segue dopo il more. Abbiamo parlato di finzione e di realtà, di generi letterari, di pirati, di futuro del libro e di qualche nuovo lavoro che ha in mente. Naturalmente se non lo avete ancora fatto, dopo l’intervista leggetevi i suoi libri…
Con questo “I poeti morti non scrivono gialli” sei tornato a giocare in qualche modo con la letteratura. Come gestisci il rapporto tra verità e finzione nei tuoi libri?
La vera storia del pirata Long John Silver è stata l’unica volta in cui ho sono partito dalla finzione, reinventando in qualche modo la letteratura. Normalmente procedo in un altro senso, vale a dire partendo dalla realtà e trasformandola in finzione. Credo che sia molto importante mantenere la distinzione tra finzione e realtà. Quando uno scrive un romanzo tutto deve apparire, anzi appare, come vero, e non come finzione. I lettori lo sanno benissimo che quello che si trovano a leggere è una finzione, è per questo che la finzione deve essere verosimile al suo interno perché possa scattare il meccanismo letterario che faccia in modo che il mondo della finzione sia credibile come una nuova realtà.
Continua a leggere: Voci dal Festivaletteratura di Mantova/2: un'intervista a Bjorn Larsson

Ieri si è conclusa la quindicesima edizione del Festivaletteratura di Mantova, un’edizione come al solito ricca di eventi e di autori provenienti da tutto il mondo. Questa intervista è la prima di una piccola serie che pubblicheremo su queste pagine nei prossimi giorni. Si tratta di brevi interviste, conversazioni avute in questi giorni con alcuni degli autori presenti al Festival che ci hanno concesso qualche minuto del loro tempo.
Questo primo episodio della serie è dedicato a Paolo Nori uno degli scrittori più sorprendenti degli ultimi anni: autore prolifico di romanzi scoppiettanti, l’ultimo dei quali si intitola La meravigliosa utilità del filo a piombo, ed è pubblicato da Marcos y Marcos; ha tradotto dal russo Gogol, Turgenev, Puškin, Lermontov, redattore della rivista Il Semplice, da ultimo fondatore dell’Accalappiacani, rivista pubblicata da DeriveApprodi.
Una volta hai citato un’immagine molto bella di Foster Wallace sulla dittatura: «Ci sono due pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: “Salve, ragazzi. Com’è l’acqua?” I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa “L’acqua, quale acqua? “». Che cos’è per te la libertà?
Mi pare chiaro che per poterti muovere nel mondo devi capire dove sei, cosa hai intorno. Se sei nell’acqua o sulla terra, e malgrado le apparenze questa è una cosa molto difficile. Poi ci sono una serie di cose, io ero abituato a pensare fin da quando ero piccolo di essere una persona libera e che questa libertà derivava dal posto in cui vivevo. Col passare del tempo invece mi è venuto da pensare che la libertà non viene dal luogo in cui ti trovi, non viene dall’alto o non viene infusa ma dipende esclusivamente da te, è una cosa che bisogna coltivare se lo si vuole. C’è molta gente che preferisce vivere delegando agli altri le decisioni. Invece, ho amici che vivono o che hanno vissuto in Russia e che erano antisovietici e non ne facevano un mistero, e per questo hanno dovuto rinunciare a fare il mestiere che avrebbero voluto fare e andando a lavorare in fabbrica piuttosto che fare delle ricerche storiche. Però studiavano lo stesso il sabato e la domenica andavano in biblioteca, studiavano di notte, secondo me quelle sono tra le persone più libere che abbia conosciuto, e vivevano a Stalingrado, non a Parma o a Roma.
Continua a leggere: Voci dal Festivaletteratura di Mantova/1: un'intervista a Paolo Nori
“Ho i calli sulla punta delle dita a forza di scrivere a macchina. I facchini li hanno sui palmi delle mani, io sulla punta delle dita. E mi piacciono. Belli duri. Se mi buco lì, non sento nulla”
Uscirà a settembre per Rizzoli un doppio omaggio alla giornalista e scrittrice, morta il 15 settembre 2006: un libro e un dvd con alcuni filmati rari e introvabili. Il titolo: Intervista con Oriana. Secondo le anticipazioni, oltre al docufilm Oltre la rabbia e l’orgoglio, prodotto da La storia siamo noi di Giovanni Minoli, ci saranno anche le sue prime interviste, e il racconto dei suoi reportage più famosi, come quelli dal Vietnam.
Inoltre, Fallaci racconta la sua lotta contro il cancro, le sfide che più l’hanno attratta, i suoi libri preferiti. Il documento ospita anche interventi di amici e conoscenti come Ferruccio de Bortoli, Furio Colombo, monsignor Fisichella. Parla anche Francois Pelou, corrispondente della France Presse, suo compagno per otto anni e che ispirò Lettera ad un bambino mai nato. In uscita sempre a settembre anche il libro fotografico Oriana Fallaci in New York - Una storia d’orgoglio (Sperling&Kupfer).
Nel volume, gli scatti di Gianni Minischetti, che le fu amico per trent’anni, dall’epoca dei suoi primi reportage, e che è stato ammesso a fotografare i suoi momenti di vita nella amata Grande Mela.
Devo ammettere che un pochino fa impressione vedere Massimo Fini che aspetta, davanti all’entrata del palazzo al cui interno, al terzo piano, si trova la piccola saletta dell’Associazione Stampa Estera. Infatti, esattamente dietro di lui, che sotto una camicia jeans sfoggia una maglietta con la provocatoria scritta “Onore al Mullah Omar”, sventola l’enorme bandiera americana che segnala la presenza del Consolato Americano a Milano. Che dire? Coincidenze…
Io invece non ero certo lì per una coincidenza, ero lì perché Sara Salmaso, ufficio stampa Marsilio a cui va il mio grandissimo ringraziamento, mi aveva fissato un appuntamento per intervistare Massimo Fini, uno dei più limpidi e provocatori intellettuali italiani degli ultimi trent’anni, in occasione della prima presentazione a Milano del suo ultimo e contestatissimo libro dedicato al Mullah Omar, capo del movimento dei Talebani.
Ma bando alle ciance, l’intervista la trovate dopo il more…
Continua a leggere: Sull'alterità, sulla modernità e sul futuro: un'intervista a Massimo Fini