Qualche tempo fa ci siamo concentrati sull’ antologia “La Giusta parte” che metteva insieme più storie di mafia, oggi puntiamo il dito su una in particolare, forse meno “famosa” di quella siciliana o napoletana, ma non per questo meno efferata. La mafia in questione si chiama ‘ndrangheta, una parola strana che comincia con quella “n arrotata” che fa venire in mente la ‘nduja, tipico salume a base di peperoncino originario della stessa splendida regione: la Calabria. Una parola che inquieta solo a sentirla nominare, anche se non ne si conosce l’esatto significato. Eppure c’è chi quel senso di oppressione e quella ramificazione, neanche troppo nascosta, li ha sperimentati e riprodotti su carta, lasciandone una testimonianza tanto più vera, quanto più frammentato è il modo in cui viene raccontata.
L’uomo in questione è Biagio Simonetta, calabrese D.O.C. esportato a Milano per ragioni di lavoro. Uno che la sua terra ce l’ha nel sangue, insieme all’indignazione per coloro che la deturpano, e l’orgoglio di non appartenere alla stirpe che si autodefinisce “d’onore”. “Faide. L’impero della ‘ndrangheta” è il suo primo libro. “Un racconto dove la finzione non esiste”, come afferma lo stesso autore, una narrazione a tratti sconnessa che lascia intravedere i meccanismi beceri di una criminalità che si nutre di sogni, servendosi di un’aria mitica per acquistare, tra i suoi adepti, proprio quei ragazzi che non pensano di fare la valigia e partire.
Perché in certe terre del sud l’emigrazione diventa una “strategia di sopravvivenza obbligata”, e quelli che restano spesso non durano a lungo. Ma pensare che questo tipo di realtà sia solo “un affare meridionale” è un’errore imperdonabile, i suoi campi di investimento e di espansione sono molto più a nord, in Lombardia, Sud America, Est Europa e persino in Germania, come ha dimostrato la strage di Duisburg, liquidata velocemente dalle autorità locali come semplici “problemi fra italiani”, e sapere di cosa si parla diventa una responsabilità civile.
Quando i ragazzini legati al clan dei crotonesi sputavano per spregio sui monitor dei videogiochi io mi irrigidivo di colpo. Mi allontanavo. Erano la ‘ndrangheta in embrione. Già agivano da criminali. Col portamento tronfio di chi è temuto, rispettato. Balordi da niente che studiavano Al Pacino, in Scarface. “L’unica cosa che conta veramente nel mondo sono le palle…”: se lo ripetevano credendo di stare nel film di De Palma. E invece erano solamente a Las Vegas, dove il puzzo di umidità graffia le narici.
Via | lettofranoi.it

Stilare la classifica dei migliori qualcosa del decennio 2000-2009 (i cosiddetti anni zero) è un esercizio che diletta molti giornali in questo periodo.
La redazione di Booksblog, dopo lunghissime consultazioni, ha deciso di proporvi non una classifica ma un elenco, senza gradazioni di merito, dei 20 libri italiani più rilevanti degli ultimi dieci anni. Solite avvertenze del caso: niente di esaustivo né scientificamente ponderato. Ci hanno guidati il cuore e la memoria, che in noi italiani è notoriamente cortissima. Perciò sì, non c’è Tizio che meritava assolutamente di esserci e al suo posto c’è invece Caio, da molti considerato poco più che un pennivendolo. Ogni operazione di questo genere si espone a siffatte critiche, perciò vi invitiamo a proporre la vostra opinione nell’amato spazio commenti. Se voleste anche votare un preferito tra i preferiti, nessuno ve lo impedirà.
Ciò detto, dopo il “continua” inizia il viaggio sulle montagne russe dei 20 libri italiani che, secondo noi, hanno caratterizzato gli “anni zero” e rischiano seriamente di segnare anche gli anni che, da dopodomani, ci pioveranno addosso. Come si dice in questi casi: buona fine e buon inizio!
E’ arrivato da pochi giorni in Italia Il Viaggio dell’Elefante, del portoghese José Saramago, uno dei grandi scrittori del nostro tempo, premio Nobel per la letteratura 1998 (”con parabole sostenute da immaginazione, compassione e ironia ci permette ancora una volta di afferrare una realtà illusoria“).
Il romanzo racconta le vicende che ruotano attorno all’elefante Salomone. Siamo a metà Cinquecento e un elefante viene portato in Portogallo dalla misteriosa India. Dopo l’ammirazione iniziale, però, l’animale diventa una presenza inutile e i sovrani portoghesi, Joào III e Caterina d’Austria, decidono di regalarlo al cugino, l’arciduca Massimiliano d’Austria che, in quel momento, si trova in Spagna nella sua funzione di reggente. Dal momento in cui il regalo viene accettato cominciano i complessi preparativi per il viaggio.
Un viaggio che porterà l’animale dall’ovest estremo dell’Europa al suo cuore, cioè dal Portogallo all’Austria, partendo da Lisbona e passando per i confini della Spagna, per Valladolid, Genova, Mantova, Verona, Padova, Innsbruck, fino ad arrivare a Vienna, dove risiede Massimiliano e dove l’elefante compirà un gesto molto bello.
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