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Intervista a Biancamaria Frabotta autrice di Quartetto per masse e voce sola

pubblicato da Roberto Russo

Copertina del libro Quartetto per masse e voce sola di Annamaria FrabottaBiancamaria Frabotta, docente di letteratura italiana contemporanea a La Sapienza di Roma, personalità poliedrica e di grande originalità, ha recentemente pubblicato per i tipi della Donzelli un libro autobiografico agile e di grande respiro poetico dal titolo Quartetto per masse e voce sola. Nell’opera rivive l’esperienza di una vita vissuta, pensata e continuamente oscillante fra un bisogno di “viandanza” e una tentazione “di vita sedentaria” che va bel al di là della realtà fisica dell’autrice. Sentimenti, linguaggio di grandissimo pregio, passioni sociali “di una donna che vive oggi, legge e scrive poesie”. Un libro accattivante.

La professoressa Frabotta si è intrattenuta con noi di Booksblog per parlare del suo libro. Ringraziadola per la disponibilità, vi lasciamo al nostro dialogo.

Ciò che si nota subito è la cura di cesello del linguaggio. Una lingua preziosa, avvolgente. È cosa spontanea o frutto di un lavoro di creazione “poetica”?
Non esiste, credo, una differenza fra le due alternative proposte. La spontaneità della scrittura è sempre il frutto del lavoro. In Vita activa Hannah Arendt distingue fra lavoro e opera, ricordando come nell’antichità il lavoro era il segno della schiavitù. Nel Quartetto ne parlo: il lavoro di un poeta spesso coincide con l’ozio, non è necessario, né redditizio. Ma io so che la prosa dei miei “pezzi”, termine che uso sia in senso musicale che giornalistico, dato che il messaggio sta nella forma, non avrebbe raggiunto la sua qualità avvolgente, come dice lei, se non li avessi riscritti quattro volte di seguito. Però è anche il caso di aggiungere che, a causa degli impegni “burocratici” cui l’odierna Università mi obbliga, scrivevo di notte. O meglio all’alba, dunque in uno stato lievemente ipnotico. Non credo però di usare una lingua preziosa, né tanto meno cesellata. Non mi sento un orefice della lingua. Cerco soltanto di essere precisa, evitando la banalità dell’ideologia. “Penso” le frasi mentre le scrivo, invitando il lettore a fare altrettanto, a dialogare con la mia lingua, veicolo delle idee e delle emozioni che la memoria del passato porta con sé.

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Hannah Arendt, fra amore e solitudine

pubblicato da sara

La mente che si interrogò sulla “banalità del male”, riflette non meno seriamente su un argomento altrettanto difficile: l’amore. Nei suoi diari, ventinove taccuini scritti a mano, la politologa tedesca Hannah Arendt (1906-1975) si meraviglia della forza distruttiva delle passioni umane, definendo appunto l’amore “una potenza e non un sentimento” che “s’impadronisce del cuore ma non nasce dal cuore”, perché è una “potenza dell’universo, nella misura in cui l’universo è vivo”.

Ma ci sono anche tante riflessioni personali nei suoi diari, 700 pagine in libreria dal 21 settembre per l’editore Neri Pozza, e di cui Repubblica domenica ha pubblicato ampi stralci in anteprima.

“Ogni solitudine portata con coerenza sino alla fine – scrive ad esempio - sfocia in disperazione e abbandono, semplicemente perché non è possibile gettarsi al collo di se stessi”.

Tanti ovviamente i riferimenti espliciti al filosofo Martin Heidegger, di cui fu allieva e in seguito amante, e soprattutto tante poesie dedicate a questo legame tormentato e a volte dolcissimo (“la dolcezza è/ all’interno delle nostre mani/ quando la superficie si/accomoda alla forma estranea. La dolcezza è/ nella volta celeste notturna/quando la lontananza si concede alla terra”). Tutto per arrivare alla durissima conclusione: “Il cuore è un organo curioso: soltanto quando è spezzato, batte al proprio ritmo: se non si spezza, si pietrifica”.

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