Per chi ama leggere, la suggestione di storie nate all’ombra di una biblioteca o di una libreria, è impagabile. Se poi a questo si aggiunge un piccolo ‘giallo’, vissuto all’interno di una cittadina in cui è facile conoscere l’uno i segreti dell’altro, come Orvieto, gli ingredienti per appassionarsi ci sono tutti.
Si tratta di ‘La libraia di Orvieto’, di Valentina Pattavina (Fanucci ed.) in cui la quarantenne protagonista Matilde decide di trasferirsi da un momento all’altro da Roma alla bella città umbra, senza praticamente un soldo. Alle sue spalle, un episodio che l’ha segnata, e le ha fatto perdere la sua migliore amica.
A ricominciare le dà una mano un professore avanti con gli anni titolare di una libreria, che decide di assumerla praticamente sulla fiducia, e che le presenta la sua ‘comunità’ di amici. Insieme a loro, il professore si ritrova tutti i sabati sera a casa dell’erborista Adelina a deliziarsi di piatti tipici umbri, con conseguente immancabile digestione.
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Lo hanno soprannominato ‘il Camilleri’ greco, ma il commissario Kostas Charitos non ha ‘il fisico’ dell’omologo italiano, è più avanti nell’età e soprattutto è sposato ed ha una figlia. Certo, con la sua bonomia, il continuo ’stuzzicare’ la moglie Adriana, che lo prende in giro su tutto, i motivi per starci simpatico ce li ha.
Anche quando, turista a Instanbul, si trova al centro del più classico conflitto familiare; quello fra la moglie e la figlia, che ha deciso di non sposarsi in chiesa, levando a sua moglie la soddisfazione del corredo e dell’invito in massa dei parenti. Succede in ‘La balia’, un’indagine sulla scomparsa di una novantenne, già balia di un connazionale, che sembra lasciare dietro di sè - proprio a Istanbul, una scia di morti.
La donna è infatti conosciuta da parenti e conoscenti per le sue formidabili tyropita - una sorta di sformato al formaggio - ma , introvabile, sembra aver voluto avvelenare tutti i parenti rimastile in Turchia (e in primo luogo lo stesso fratello, che ha lasciato - cadavere - ad Atene). Come? Avvelenando le sue buonissime torte salate con un comune diserbante.
E’ delizioso, questo ultimo giallo di Fred Vargas. Non so come altro definirlo altro che ‘delizioso’. Lascia a fine lettura un senso di leggerezza, e state certi che leggendolo vi divertirete. Una goduria per chi ama l’ironia, non sopporta le scene troppo cruente e non ama nemmeno – come me – immergersi della mente e nelle abiezioni morali degli assassini.
Siamo a Roma, con tre ragazzi francesi che sulla trentina passano ancora la loro vita a studiare alla biblioteca vaticana e si chiamano fra loro come i tre imperatori romani, Claude, Nerone e Tiberio. Tutto nel loro tranquillo menage cambia quando muore il padre di Claude.
L’uomo è ricco, e viene ucciso prima di poter parlare con il figlio. Arrivato improvvisamente a Roma dalla Francia, durante una festa a piazza Farnese qualcuno gli serve un cocktail con dentro cicuta, prima che possa raggiungere Claude, che si trova alla stessa festa i tre amici.
L’amore del bandito, di Massimo Carlotto, uscito qualche mese fa per edizioni e/o, è uno di quei libri che, banalmente, quando lo inizi a leggere poi devi andare fino in fondo, all’ultima pagina. E i motivi sono più di uno.
Innanzitutto l’Alligatore, alias Marco Buratti, personaggio unico nel suo genere: scontroso e dolente, innamorato del Calvados e del blues, refrattario all’uso delle armi. Insomma, umanissimo.
L’Alligatore questa volta ha a che fare con una storia assurda, imprevedibile (o forse no) eppure verosimile, il cui punto nodale è la scomparsa, nel 2004, di quarantaquattro chili di droga dall’Istituto di medicina legale di Padova; si interessano all’evento un po’ tutti: dalle forze dell’ordine alle varie criminalità organizzate.
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La principessa di ghiaccio, di Camilla Läckberg, appena edito da Marsilio, comincia con Eilert Berg: piuttosto avanti con l’età, economicamente Eilert non se la passa tanto bene, al punto che la signora Alexandra Wijkner gli allunga qualche soldo per tenere calda la casa.
Il suo compito, infatti, è di accendere la caldaia, tenerla sempre pulita e perfettamente funzionante; dare una sistemata al giardino. Insomma, rendere vivibile la casa per i fine settimana che Alexandra trascorre a Fjällbacka, località turistica a metà strada tra Oslo e Göteborg.
Il caldo, d’altra parte, è l’unico pensiero fisso di Eilert, ma non un caldo artificiale, il caldo naturale della Spagna. Spera di mettere abbastanza soldi da parte per riconquistare la libertà. Una mattina, però, Eilert trova la casa completamente ghiacciata: strano, allarmante, la caldaia avrebbe dovuto funzionare.
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Libri che salvano la vita. Ebbene sì. E non stiamo parlando di esoterici testi di medcina che promettono la guarigione delle malattie più gravi. Stiamo parlado di testi che, in qualche determinata occasione della vostra esistenza, abbiano contribuito a rendervi la giornata migliore, o più piena.
Oppure, ancora meglio: libri che siano riusciti a salvarvi da privatissimi momenti di disperazione. Come quando, a me è capitato, avete la testa piena di pensieri poco piacevoli e riuscite, attraverso la lettura a ‘far passare la giornata’.
Si può trattare di un giallo, o di un fantasy, o di un saggio. E non c’entra niente la libroterapia, che fa corrispondere un titolo particolare alla cura di un dato malanno dello spirito.
A più di dieci anni dalla traduzione del Campo dei santi (Cavallo alato), torna in Italia Jean Raspail con L’anello del pescatore (CasadeiLibri), romanzo ucronico con il quale affronta il grande scisma d’Occidente i cui effetti arriverebbero fino ad oggi.
Il romanzo si apre a Rodez, nel 1993. Zaino in spalla, un vecchio vagabondo comincia il suo cammino verso Roma. Il suo nome è Benedetto, discendente diretto della linea dei papi Avignonesi, che la Chiesa ha dichiarato scismatici dopo il Concilio di Costanza, prima del quale la Chiesa setssa si era spaccata in due per quasi quarant’anni: da una parte la Chiesa di Roma, dall’altra quella di Avignone.
A questa premessa romanzesca si unisce la Storia. Nel 1394, ad Avignone, Pedro Martinez de Luna viene eletto papa con il nome di Benedetto XIII, sarà il più longevo e ostinato di tutti i papi che si succedono nell’arco temporale che copre lo scisma. Fino alla sua morte continuerà eroicamente a proclamarsi il solo vero papa, l’unico regolarmente eletto alla successione del soglio di Pietro. Ma la storia ufficiale della Chiesa, naturalmente, dirà altro.
Avere conferme rilassa, se attestano un qualche aspetto positivo. Quando hai tra le mani il libro di uno scrittore di successo, e che ti piace, ti viene il dubbio che prima o poi potrebbe deluderti. Se poi il libro è schizzato primo in classifica in un batter d’occhio, potresti avere un motivo in più per sospettare una fregatura.
Con Le perfezioni provvisorie di Gianrico Carofiglio è successo più o meno così. E, invece, arrivati già alla seconda pagina tiri un sospiro di sollievo (ti ricordi perché ti piace: è uno che sa scrivere), ti rilassi e ti lasci trascinare nel vortice della storia.
Una storia, appunto, che comincia con una telefonata all’avvocato Guido Guerrieri; all’altro capo del telefono c’è Sabino Fornelli, avvocato civilista che si tiene alla larga dagli uffici giudiziari penali giacché pieni zeppi di malavita, per questo passa i clienti con un certo tipo di problemi a Guerrieri.
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Qualche giorno fa, segnalando l’uscita de L’ultimo libro di Zoran Zivkovic, recensito da alcuni come il libro dell’anno a pochi giorni dalla sua uscita nelle librerie, vi avevo preannunciato che l’avrei letto, soprattutto per cercare di capire se le voci che davano lo scrittore serbo come novello Borges, o quelle che lo paragonavano a Kafka, Eco e Calvino fossero ragionevoli oppure no.
Ebbene, dopo aver letto le 233 pagine di questo romanzo posso tranquillamente affermare che la risposta ai miei dubbi è assolutamente negativa. Paragonare L’ultimo libro alle opere di Borges o di Kafka è difatti assolutamente fuori luogo e ingiustificato, anche per un lancio da quarta di copertina (mendace in partenza), nessuno degli elementi che fanno di Kafka e Borges due degli scrittori più influenti e decisivi del Novecento si ritrovano in questo scialbo giallo dalla costruzione prevedibile e dallo stile marchiato a fuoco dai corsi di scrittura creativa.
Personaggi da soap opera, ambientazione inesistente, problematicità della trama nulla, gli ingredienti di questo romanzo non sono certo dei migliori, se poi a questi elementi si sommano dei dialoghi imbarazzanti e una densità inimmaginabile di discorsi inutili (primo sintomo di una scrittura debole) è chiaro che l’ordigno narrativo che ne viene fuori è disinnescato in partenza. Per non parlare dell’escamotage narrativo del libro assassino, francamente debole per reggere più di 200 pagine di narrazione.
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Vi propongo ancora una prossima uscita di marcos y marcos, perché trovo le loro proposte sempre molto originali. Il titolo è La scommessa e la trama sembra molto accattivante.
Un critico letterario e uno scrittore si ritrovano nella stessa cella del carcere di Santa Vittoria . I due si conoscono già perché il primo segue da tempo i romanzi gialli dell’altro e, ogni volta, indovina l’assassino prima della conclusione. Lello Gurrado, gia autore di Assassinio in libreria, dà vita al peggior incubo di uno scrittore: ritrovarsi imprigionato con un critico. E proprio da questa bizzarra situazione nasce la scommessa. Scrivere un giallo sotto lo sguardo del peggior nemico che anche questa volta promette di indovinare il finale.
“– Gliene do atto, Schiavi, lei è un giallista molto corretto. E proprio per questo mi piacerebbe misurarmi con lei.
– Che cosa intende dire?
Il critico letterario prese fiato prima di rispondere.
– È semplice: vorrei proporle una scommessa.”
La scommessa
Lello Gurrado
marcos y marcos, 2010
pp 256 € 15