“Perchè ci sono dei segreti da rispettare che ai fini della nostra serenità sono importanti quanto le cose di cui invece siamo a conoscenza”, aveva sentenzato Tina, alla fine del suo resoconto. Per poi chiedermi, con quell’apprensione che trasforma le domande in preghiere…”Insomma, me lo prometti, piccolina, che non ti metti in testa strane idee?”
“Te lo prometto”, avevo risposto
Chiaramente con “strane idee” si riferiva al desiderio di scoprire chi fosse mio padre.
Una lettura che consiglio a tutti, questa dell’ultima fatica di Chiara Gamberale, Le luci nelle case degli altri, romanzo uscito lo scorso anno, e che per me è stata una piacevolissima riscoperta estiva. Soprattutto per la capacità che Gamberale ha di raccontare nello scorrere dei capitoli il calvario di certe vite apparentemente banali - quelle dei condòmini dei cinque piani dello stabile di via Grotta Perfetta - e che riescono ad aprire il baule delle loro verità alla piccola Mandorla.
Mandorla è l’unica figlia di una loro coinquilina falciata prematuramente da un incidente stradale. E non era una coinquilina qualsiasi, Maria. Era un tripudio di energia, sorrisi, capacità di ragionare e capire i nodi del cervello degli altri - oltre ad essere un’inguaribile disordinata e inaffidabile in quanto a orari - e tutti, a partire dalla vedova Tina, ex maestrina che vive in solitudine, sono convinti che a ciascuno di loro Maria avrebbe voluto affidare la piccola Mandorla, se avesse saputo di non poterle più stare accanto.
Continua a leggere: Le luci nelle case degli altri, di Chiara Gamberale
“Un giorno esprimerò un desiderio guardando una stella/e mi sveglierò dove le nuvole sono distanti dietro di me/dove le preoccupazioni si sciolgono come neve al sole/ lontano sopra i comignoli dei camini:/ è li che mi troverai”
Cosa succede, al giorno d’oggi, all’interno di una famiglia della provincia americana quando all’improvviso la loro figlia maggiore, in partenza per il college, svanisce nel nulla? Il bel romanzo di Stewart O’ Nan, Canzoni per la scomparsa, ci racconta infatti l’epopea che affrontano amici e genitori di Kim, a partire dalla notte in cui la ragazza scompare.
Le “Canzoni” a cui fa riferimento il titolo sono quanto di più intimo emerge dall’animo di chi la conobbe pensando alla presenza della bella Kim nella propria vita. Una privata verità, spietata e cruda, a volte, che ogni personaggio sente di dover dire su di lei, senza comunicarlo agli altri, che pur condividono, nel silenzio, il dolore per la sua assenza.
Continua a leggere: Canzoni per la scomparsa, di Stewart O' Nan
E’ incredibile quello che è successo a Giorgino proprio l’altro giorno: pare che si sia arrabbiato terribilmente perchè una sua amichetta gli ha finito il colore rosso (e lui guarda caso voleva disegnare proprio una Ferrari). E fin qui, direte voi, tutto normale. Il problema è quel che gli è successo quando si è arrabbiato.
Uno spettacolo da non credersi, si sono detti i nonni che hanno assistito alla cosa: scintille dalle orecchie, calabroni dal naso, rane dalla bocca. I nonni, preoccupati, hanno chiamato il dottore, ma quello che era successo a Giorgino lo sapevano già: una bomba che il nonno aveva riportata dalla guerra era finita nella pastasciutta e il nipotino l’aveva mangiata!
E’ questa la prima storia contenuta in questo divertente volume composto da tre lunghe favole di Elisabetta Maùti. Al centro di ogni storia, come recita il sottotitolo, ci sono bambini che “non hanno paura delle emozioni”.
Continua a leggere: Giorgino Mangiabombe, di Elisabetta Maùti
Non sarà facile restare cattolici a lungo, nella famiglia di Ritchie. Non è facile anche se Ritchie ha solo 13 anni e non ha mai smesso di desiderare di diventare un buon prete irlandese. Tutta colpa del divorzio.
Prima di quello di suo padre Greg dalla madre Joan, poi quello di suo fratello Larry da Brenda. Ma soprattutto colpa dell’inaccettabile amore nato tra suocero e nuora, tra Greg e Brenda. Non è facile perchè Ritchie non riesce ad amarli nonostante i loro sbagli, come lo sollecita padre Obert, perchè per Ritchie la croce sono gli altri.
Inizia così lo splendido libro dell’americano Andre Dubus, Voci dalla luna, che vi consiglio se amate i romanzi di formazione. Una storia splendida, forte di una carica umana che solo le certi scrittori americani (e irlandesi) che narrano il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, sanno trasmetterci.
“…ti dico che (Julia Rafferty, ndr) non è (sepolta, ndr) lì sotto”
“Allora vuoi proprio che me la prenda fra le braccia e te la faccia vedere”
“Be’ se devo essere sincero, Cahir, questa è una cosa che non vorrei. Non fareste una bella coppia, visto che al minimo sforzo sei più fiacco di lei”.
Immaginate un Amleto a cui la pepata ironia irlandese tolga cupezza, senza intaccarne il sapore amaro delle riflessioni sulla morte. Immaginate di ridere, mentre leggete il battibecco di due vecchi dentro un cimitero.
E’ un piccolo gioiello quello che mi sono trovata fra le mani: è il racconto o romanzo breve di Seumas O’ Kelly, prosatore irlandese dimenticato (fu fra i fondatori del Sinn Fein), la cui pubblicazione italiana dobbiamo a Quodlibet.
Continua a leggere: La tomba del tessitore, di Seumas O'Kelly

Nel post precedente si parlava di lessico e in particolare si rifletteva su quante poche parole usiamo nella vita quotidiana. Mi sembra azzeccato agganciare al discorso l’intervento di ieri di Stefano Bartezzaghi sul palco di Libri Come. Cosa intendiamo quando ci riferiamo alle “parole”? Per Bartezzaghi la risposta è “una cosa che scrivo tra due spazi, o tra due caselle se sto facendo un cruciverba.”
Quante sono le parole che abbiamo dimenticato? Alcune che pensiamo inesistenti in realtà spesso esistono. Nel momento stesso in cui le pronunciamo diventano reali, hanno una concretezza nel cavo orale e sul foglio, se le scriviamo. Bartezzaghi cita due testi: Il libro delle parole smarrite di Sabrina D’Alessandro e Le parole disabitate di Raffaella De Santis. Il primo su quei termini che stanno un po’ dentro e un po’ fuori dal vocabolario, come magalda, malvone, farlingotto, rataplan (andate a cercarle se vi va) e il secondo sulle parole “che hanno perso la centralità storica“, perché non designano più quello per cui erano state inventate: transatlantico, ad esempio, che oggi si usa per intendere il salone della Camera e non più una grossa nave.
Per Bartezzaghi le parole sono soprattutto un gioco, come quello che fa Mario Levi in Lessico famigliare della Ginzburg. “Il baco del calo del malo” che Mario si diverte a ripetere è un gioco che va dal non senso al senso, oltre che dal non senso all’osceno. Per chi non lo sapesse se si cambiano le vocali si arriverà a ottenere una frase che è meglio non pronunciare in contesti formali. La parola, quindi, può essere assaporata anche aldilà del significato di cui è portatrice, o essere inventata per un motivo funzionale come fece Hugo che mise la parola jerimeodette solo per fare rima con Odette.
Di seguito una piccola bibliografia sull’argomento che ho tratto dal monologo di Bartezzaghi:
Nunzio La Fauci Relazioni e differenze, Sellerio
Carlo Emilio Gadda La cognizione del dolore, Garzanti
Luigi Meneghello Libera nos a malo, Rizzoli
Alessandro Bausani Le lingue inventate
Giampaolo Dossena Il gioco e l’alfabeto, Zanichelli
Foto | Flickr
Non è difficile capire com’era la situazione in Argentina ai tempi di Peron: “1. I peronisti erano dei figli di p* 2. Gli antiperonisti erano dei figli di p*, ma camuffati”, come dice ad Alicia sua madre (che ” se c’è una cosa di cui non si può accusarla è di essere inconsistente”, avendole altresì chiarito che 3. Tutti gli uomini erano dei figli di p* 4. Tutte le donne, comprese quelle della famiglia e le amiche, erano delle figlie di p*, ad eccezione della mamma stessa”).
D’altronde, come racconta Alicia Steimberg in “Musica e orologi”, un romanzo che racconta infanzia e adolescenza di una famiglia ebrea di orologiai trasferitisi in Argentina, in quel periodo si imparò in fretta a vivere senza burro. Anzi, “si può vivere senza zucchero, e anche senza stufa. E’ solo questione di mettersi più roba addosso, usare ciabatte pesanti e andare a letto presto, con la borsa dell’acqua calda e un buon romanzo. I libri non mancano mai”.
E così la vita continua pressappoco uguale a prima: con le segretissime lezioni di catechismo da Maria Belèn, che vuole convertire Alicia ebrea al cattolicesimo e che ha giurato alla sua vecchia madre di non abbandonarla mai. E quindi se Maria Bèlen va a letto con tutti - scapoli e ammogliati - lasciatela vivere, tanto non si sposerà mai, come dice zia Otilia, una delle ‘belve’, come la Nonna chiama le sue figlie femmine.

Non masticare la caramella di gomma – dicono le mamme ai figli – Sputala. Sputala adesso, ecco così, lì per terra. Oh, che meraviglia questo nuovo paese, dove i bambini temono di morire perchè hanno ingoiato una cicca Wrigley alla menta e non per aver camminato su un barattolo di latte condensato pieno di esplosivo!
Gemma impura, di Alice Pung, è schizzato subito in alto, nella top ten dei libri di formazione più belli che ho letto nella mia breve vita (e non fate ironia sulla ‘breve’, non vi dirò MAI la mia età). Mentre leggevo mi domandavo: ma possibile che un editore di piccolo-medie dimensioni come Mobydick sia riuscito ad accaparrarsi un libro così bello, ‘degno’ delle scuderie di un qualsiasi Mondadori, Newton Compton etc?
Sì è possibile, mi sono risposta subito, conoscendo il catalogo di qualità di Mobydick (di cui avevo già letto Un inverno che non dimenticheremo di Stefano Bernazzani). Ora, uscendo dalle mie considerazioni personali (e dai miei applausi interiori ai piccoli editori), passiamo alla storia, che riguarda la vita e la crescita, in Australia, di una bimba cino-cambogiana, Alice-Agheare.
Un altro sabato sera, mentre la mamma e Hershey Bar erano fuori, siamo tornati alla casa con la piscina. Non l’avevamo in mente, o che so, ma quando ci siamo trovati davanti a quella casa, Carl ci ha fatti fermare tutti sotto un lampione e ha detto: “chissà cosa succede se saltiamo tutti dentro la piscina di quella gente?” E noi facciamo praticamente ogni cosa che viene in mente a Carl.
Rose è poco più di una bambina. Ha tre fratelli e vive con la mamma, tenendo il conto, sul suo diario, di tutti i suoi fidanzati. Annota tutto senza filtri – dalle domeniche in parrocchia, alle passeggiate nel quartiere con i fratelli, le parole della mamma che la sveglia la mattina - con una scrittura limpida, che vi conquisterà.
E poi Rose conosce quello che diventerà il suo miglior amico d’infanzia, il signor Anthony. Lui vive con la moglie in una casa bellissima, con la piscina, e invita Rose e i fratelli a fargli visita. Anthony lavora nell’industria del suocero ma è scontento della sua vita.
Continua a leggere: Il libro di Rose, di Ronald Everett Capps
Kim Lange è una donna di successo, che non ha avuto tempo di comprare il regalo per Lilly, sua figlia di 5 anni, e decide di presenziare a una premiazione invece di godersi la sua festa di compleanno. La sua vita è talmente frenetica che il marito Alex ha deciso di fare il casalingo e ormai, causa reciproche recriminazioni, sono mesi che non vanno più a letto.
Però proprio il giorno del compleanno di Lilly, Kim perde la vita (dopo aver appena fatto sesso con un collega affascinante, Daniel). Si sente attirata da una luce bellissima ma…si ritrova nel corpo di una formica. Il suo karma fa schifo. Ha tradito il marito, trascurato sua figlia, e investito tutti i risparmi nella ristrutturazione della villa di famiglia: Alex non ha più un soldo.
Ma Kim dimostra tempra anche nei panni di un insetto: riesce infatti ad arrivare nella sua casa, ad assistere al suo banchetto funebre e ad accorgersi che Alex è distrutto: la ama ancora. Solo che…in salotto c’è anche Nina, la sua ex migliore amica che già da giovani tentò di ‘rubarle’ Alex. E lui è troppo debole per ‘difendersi’ dalle sue attenzioni.
Continua a leggere: Libri per ridere: L'orribile karma della formica, di David Safier