Eugenio Montale moriva il 12 settembre 1981 a Milano. Senza scadere nella facile retorica, sappiamo tutti che certe “anime” – siano essere note o meno – hanno la capacità di rendere palpabile l’immortalità. E il fatto che siamo qui, trent’anni dopo la sua morte, a ricordare Eugenio Montale, è un segno inequivocabile di questo trascendere lo spazio e il tempo.
Eugenio Montale – senatore a vita della Repubblica Italiana (nominato nel 1967) e Premio Nobel per la letterature nel 1975 con la motivazione “Per la sua poetica distinta che, con grande sensibilità artistica, ha interpretato i valori umani sotto il simbolo di una visione della vita priva di illusioni” – per molti di noi rimane un po’ il compagno di lunghi pomeriggi solitari trascorsi ad ascoltare tra i pruni e gli sterpi, schiocchi di merli, frusci di serpi, per citare la sua poesia Meriggiare pallido e assorto.
Dal discorso per il Premio Nobel riportiamo alcuni stralci riguardanti la poesia e alcune riflessioni su cosa sia effettivamente la poesia.
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Ventotto anni fa – era il 12 settembre 1981 – moriva il poeta Eugenio Montale, premio Nobel per la letteratura 1975. Lo ricordiamo con la poesia Il rondone (dal Diario del’71 e del ‘72, letta da Montale stesso e con la musica della Banda Osiris – e con il simpatico refuso a fine video che lo chiama Eugegenio).
Il rondone raccolto sul marciapiede
aveva le ali ingrommate di catrame,
non poteva volare.
Gina che lo curò sciolse quei grumi
con batuffoli d’olio e di profumi,
gli pettinò le penne, lo nascose
in un cestino appena sufficiente
a farlo respirare.
Lui la guardava quasi riconoscente
da un occhio solo. L’altro non si apriva.
Poi gradì mezza foglia di lattuga
e due chicchi di riso. Dormì a lungo.
Il giorno dopo riprese il volo
senza salutare.
Lo vide la cameriera del piano di sopra.
Che fretta aveva fu il commento. E dire
che l’abbiamo salvato dai gatti. Ma ora forse
potrà cavarsela.