
Lo conosciamo tutti Erri de Luca, i suoi libri bucano le pagine dei giornali prima ancora di arrivarci tra le mani, con quel contenuto allo stesso tempo aspro e poetico, con quei percorsi che si inerpicano come sentieri, a volte nel bosco, tante altre lungo una scogliera battuta dal vento. La sua faccia, che ha la forma stessa della vita, ce l’abbiamo stampata, quasi come se ne conoscessimo ogni ruga e sperassimo contemporaneamente di non scioglierne mai completamente il mistero.
E raramente veniamo delusi. Perché sotto quegli strati di pelle e pensiero, si nascondono gli anni di un uomo che mai si è risparmiato. Che lo ha girato in lungo e in largo questo nostro stanco mondo, per poi decidere di raccontarlo. Lui, un napoletano dalla coscienza errante di marinaio, che si è trasformato in magnifico cantastorie, oggi si lascia guardare anche attraverso una nuova pagina facebook.
Immagine dalla pagina facebook citata
Sulla spuma del mare con Erri de Luca. Sono gli auguri di un grande scrittore che ha respirato Napoli, che aprono questo 2012. Il suo è un brindisi che ci dice a cosa alzarlo quel calice, un fiume di parole che attraversa le labbra di Fabio Volo e arriva dritto alle dita che lo stringono quel bicchiere. Un “Prontuario per il brindisi di capodanno” che pensa un po’ a quelli che non sono pensati. Un decalogo impossibile che guarda ai dimenticati. In una parola un augurio, che arriva dal fondo oscuro del mondo!
Bevo a chi è di turno, in treno, in ospedale,
cucina, albergo, radio, fonderia,
in mare, su un aereo, in autostrada,
a chi scavalca questa notte senza un saluto,
bevo alla luna prossima, alla ragazza incinta,
a chi fa una promessa, a chi l’ha mantenuta,
a chi ha pagato il conto, a chi lo sta pagando,
a chi non è invitato in nessun posto,
allo straniero che impara l’italiano,
a chi studia la musica, a chi sa ballare il tango,
a chi si è alzato per cedere il posto,
a chi non si può alzare, a chi arrossisce,
a chi legge Dickens, a chi piange al cinema,
a chi protegge i boschi, a chi spegne un incendio,
a chi ha perduto tutto e ricomincia,
all’astemio che fa uno sforzo di condivisione,
a chi è nessuno per la persona amata,
a chi subisce scherzi e per reazione un giorno sarà eroe,
a chi scorda l’offesa, a chi sorride in fotografia,
a chi va a piedi, a chi sa andare scalzo,
a chi restituisce da quello che ha avuto,
a chi non capisce le barzellette,
all’ultimo insulto che sia l’ultimo,
ai pareggi, alle ics della schedina,
a chi fa un passo avanti e così disfa la riga,
a chi vuol farlo e poi non ce la fa,
infine bevo a chi ha diritto a un brindisi stasera
e tra questi non ha trovato il suo.
(Erri De Luca, L’ospite incallito, Einaudi, Torino, 2008, pp. 13-14)
Video da MrAttractorFactor
I destini di Jamila e Angelina, protagoniste del nuovo romanzo di Margaret Mazzantini, Mare al mattino, sono legati al presente e al passato della terra libica. Una terra in cui la gente oggi passa il tempo “seduta su bidoni di benzina vuoti” e il cui panorama umano è fatto di “bambini ossuti, vecchi che succhiano radici per rinfrescarsi la bocca”, visto che ormai “non c’è lavoro. Solo bibite zuccherate e capre. Datteri da inscatolare per l’esportazione” e “molti giovani se ne vanno, raggiungono le zone petrolifere, i grandi blocchi neri. Le fiamme perenni del deserto”.
Jamila, nel post-Gheddafi, decide di fuggire una notte con il piccolo Farid. Aveva un marito che riparava antenne tv a vecchie signore affamate di telenovelas, per cui lui è “un salvatore di sogni”. Lei, con la fronte “come un sasso rotondo” e le labbra “come due datteri dolci e maturi”, promette a Farid che la traversata durerà il tempo di una ninna nanna.
Angelina invece, è una tripolina che negli anni ‘70 è stata costretta a fuggire in Sicilia proprio da Gheddafi,e la cui inquietudine è vista con gli occhi del figlio diciottenne Vito, che si accorge fin da piccolo come lei somigli al mare. “Lo stesso sguardo liquido, la stessa calma e dentro la tempesta”. Quelle di Angelina e Jamila sono vite simbolicamente sospese – o meglio oppresse – fra due opposti inconciliabili come quelli del mare e del deserto, contro i quali è inutile combattere.

Attesissimo e non a caso. Ancora un romanzo di formazione, (come Tu, Mio e Montedidio) un libro su un’estate ad Ischia di mezzo secolo fa che arriva alla fine di una stagione della vita. Un scrittore, il napoletano Erri De Luca, che non rientra nella categoria, a dire il vero “non è categorizzabile in assoluto” poiché le sue parole crescono in una specie di coscienza autonoma, come se fossero episodi di un essere che cammina su gambe d’inchiostro.
I pesci non chiudono gli occhi è l’ennesima declinazione della sua storia, l’ultimo flashback che arriva dritto da un isola di fronte le coste napoletane, in quell’attimo di “solarità inselvatichita” che solo le vacanze dei ragazzini sul limitare della preadolescenza possono davvero comprendere. In quel momento incredibile in cui l’amore cambia il corpo e lo spirito, è la lotta contro un tempo che sembra non voler mai essere all’altezza del sentimento di sé che si fa prepotente, ma che resta confinata in un angolo di Mediterraneo. L’autore stesso riallaccia dei fili vecchi mezzo secolo:
Questo ricordo a distanza di un giubileo di cinquant’anni mi ha riportato all’età in cui ne avevo dieci ad Ischia, ed è l’età in cui si scrive per la prima volta il primo numero di anni a due cifre. […] E’ questa cifra doppia che inaugura l’età dell’adolescenza mentre una testa che sta correndo avanti rimane compressa dentro un corpo chiuso, ancora infantile.
Continua a leggere: I pesci non chiudono gli occhi nelle pagine di Erri De Luca
C’è da stupirsene? Camilleri e Carofiglio appena usciti in libreria conquistano subito le più alte posizioni del podio dei libri più letti della settimana, chinando la testa – c’era da aspettarsi anche questo – al re della classifica Fabio Volo, che immagino ci porteremo dietro ancora per qualche tempo.
Dopo appunto Le prime luci del mattino (Mondadori) in seconda posizione si piazza, nello specifico, proprio Gianrico Carofiglio, con il suo Il silenzio dell’onda (Rizzoli) storia dell’amicizia fra un carabiniere e un ragazzino, seguito dalla Setta degli angeli di Andrea Camilleri (Bompiani). Di entrambi avevamo già parlato nelle anticipazioni.
Buon quarto Erri De Luca e il suo I pesci non chiudono gli occhi (Feltrinelli), mentre non molla neanche Il mercante di libri maledetti di Simoni (Newton & Compton).

Il libretto che sfoglio accuratamente è talmente piccolo da sembrare un quaderno di note di un viaggiatore scarno ed essenziale. Ma non bisogna lasciarsi ingannare “Tu non c’eri” è allo stesso tempo la cronaca della resa dei conti tra un padre vecchio rivoluzionario e suo figlio ormai adulto, un inno alle Dolomiti, e un vero e proprio saggio sulla lotta per il riconoscimento delle autocoscienze di hegeliana memoria. Non male per un testo di sole quarantacinque paginette che ha la forma ambiziosa della “scrittura per scene”. Ancora altezze intrise di rimpianto, dopo “Il peso della farfalla”, Erri De Luca ritorna ai rilievi scegliendoli come sfondo di quella scalata simbolica che è la vita stessa, morbosamente colpevole ed innocente:
PADRE: Scegliesti la morte, solo i suicidi possono e non è il caso mio. Ma se mi fosse capitato di avere un paio di alternative, avrei scelto questa. Ho avuto una morte pesata sulla vita svolta. Niente ospedale con fili pendenti, aghi, cateteri, flebo a irrigare vene con l’impianto a goccia. Niente fine da pianta dentro un vaso, ma quella di un cespuglio nella tramontana. Non ho voluto nessuno, neanche te, vicino mentre la vita s’irrigidiva dentro e si fermava. Non ho voluto nessuna mano a trattenermi. Ma da qualche parte intorno alla montagna il vento era diventato un coro. Sbatteva i coperchi di latta contro le sbarre come nelle proteste di prigione, tirava su una rete da peschereccio con il verricello, si vedevano bene i bordi del mio golfo d’infanzia come succede dopo l’acquazzone, che brillano da vicino i vetri dell’isola di fronte. Sentivo il fritto delle melenzane di mia madre, toccavo il legno bianco di sale di un albero sbattuto sulla spiaggia, e sulla lingua lo sputo diventava sangue.
UOMO: Non c’ero papà. In questo la tua morte è stata per me uguale alla tua vita. Tu non c’eri nella mia, io non c’ero nella tua morte. Era l’ultima occasione di coincidere e l’abbiamo mancata, come tutto il resto. Ecco sto arrivando al termine della scalata. Vedo la croce di vetta alla quale non ti avvicinavi. Una croce vuota, senza il corpo inchiodato, dicevi, è un patibolo in attesa del prossimo condannato.
Di quella vicenda unica ed irripetibile che si sviluppa in maniera quasi indipendente rispetto alle intenzioni dei suoi stessi “attori”. Il dialogo che sarebbe caduto nel vuoto della morte, si riapre, immaginando parole lontane dal compiacimento dell’accordo. Funestamente figli di epoche diverse, i due personaggi che quasi si fronteggiano nella scalata, sono irriducibili al rapporto di sangue che li lega. La lotta politica per il padre e quella intimistica del figlio sono però due aspetti terribilmente complementari… a loro stessa insaputa.

Il re dei camosci: buffo che a valle chiamassero così lui, il cacciatore. Se lo lasciava dire, ma di sé preferiva il titolo di ladro di bestiame. Rubava al padrone di tutto, che si lasciava togliere, ma teneva il conto. Ogni giorno era buono per pagare il saldo tutto insieme, pure quel giorno tiepido e veloce di novembre. Aveva vissuto a spese del padrone. Aveva scroccato la pietanza là dov’era apparecchiata, sopra gli strapiombi, nella neve in cui sprofondare fino all’anca, tra le rocce appuntite e i canaloni sfregati dalle frane.
Aveva seguito cervi, caprioli, stambecchi, ma più i camosci, le bestie più perfezionate alla corsa sopra i precipizi. In quella preferenza ammetteva la spinta dell’invidia. Si muoveva sulle pareti a quattro zampe senza un briciolo della loro grazia, senza il sovrappensiero a testa alta del camoscio che lascia fare ai piedi. L’uomo poteva anche scalare difficoltà superiori, salire dritto dove loro aggirano, ma restava incapace della loro intesa con l’altezza. Loro ci vivevano dentro, lui era un ladro di passaggio.
Due esempi di fierezza che si scontrano sul sentiero della fine. Sono entrambi “re dei camosci”, l’uomo per la sua rinomata abilità di cacciatore, l’animale grazie alla posizione di incontrastato dominio che si è conquistato sfidando coraggiosamente (e all’ultimo sangue) i suoi simili. La loro gloria ha oltrepassato il silenzio delle vallate e delle montagne che dividono, in una relazione fitta di intuizioni, di traccie olfattive, di piste nascoste e di rami spezzati ad arte. Sembra che si rincorrano, ed a tratti è la pura verità, ma il loro non è un inseguimento serrato, è una danza in punta di piedi, un susseguirsi di rimandi e che porta dritti al climax di questo racconto breve e condensato che sembra avere le pagine attaccate, per la velocità con la quale si fa portare a termine.
Poter riacciuffare un pezzo di passato, costringerlo a esserci di nuovo. Questo il movente delle mie storie. (Erri de Luca)
Sono molto curiosa di vedere per intero il cortometraggio di Erri De Luca, Di là dal vetro, per la regia di Andrea di Bari, di cui il Corriere della Sera pubblica oggi i primi spezzoni.
Lo sono non solo perchè De Luca rimane uno dei miei scrittori italiani preferiti, ma anche per curiosità di vedere come un uomo schivo, amante dei silenzi della montagna, collaboratore di alcune trasmissioni tv, riesca a eprimersi artisticamente anche con questa arte.
Credo ci sarà anche qualche eco autobiografica, nel suo cortometraggio, visto che in varie interviste De Luca parlava della madre molto anziana (la tv è per certi versi positiva, riempie le giornate di persone sole e costretta a stare immobili, disse al proposito), e nel video oltre al volto dello scrittore si si intravvede una donna dai capelli bianchi intenta a un solitario che incita il figlio a “non agitarsi”.
Fra le immagini anche quella della statua di legno di una donna con delle profonde crepe. La solitudine maschile, il rapporto tormentato con le donne - che quasi sempre come prova d’amore chiedono una vendetta per essere riscattate - è una costante di molte delle sue opere letterarie, da Tu mio, a Tre Cavalli o Il giorno prima della felicità.
Via | Corriere.it
Sono in trepidante attesa di questo nuovo libro di Erri de Luca, I pesci non chiudono gli occhi, in uscita (ignota per ora la data di pubblicazione) per i tipi Feltrinelli, storia di una “lunga estate” di formazione per un ragazzo adolescente.Erri De Luca – uno dei miei scrittori italiani preferiti – è infatti da sempre un maestro nella narrazione del passaggio (spesso crudo e violento) dall’adolescenza all’età adulta.
Penso a Tu, mio, storia di un amore adolescenziale che si confronta con la memoria storica dell’ultima guerra mondiale. Oppure a Montedidio, splendida narrazione di un amore fra due adolescenti che si incontrano sulla terrazza condominiale per condividere senza una parola le croci che già gravano sulla propria vita famigliare.
Anche Il giorno prima della felicità, era la storia di un riscatto d’amore. In tutti il processo di crescita avviene attraverso un lento percorso di formazione alla vita (grazie a vecchi “saggi” che svolgono mestieri del popolo) e la necessità di uno “strappo” rispetto al proprio passato, attraverso una volontà concreta di riscatto che molte volte passa attraverso la vendetta (succedeva anche all’attempato protagonista di Tre cavalli).
I pesci non chiudono gli occhi, stando alle anticipazioni, è ambientato in un’estate passata nell’isola di Ischia. Al centro, di nuovo, un ragazzo che attraverso l’arte della pesca – e la conoscenza di una donna – imparerà l’arte di vivere e l’amore.
Chi conosce un po’ in vangeli sa che quello secondo Matteo inizia con la genealogia di Gesù: si parte da Abramo e giù giù fino a Gesù (anche Luca riporta la genealogia di Gesù, ma parte da questi e va indietro). Leggendo con attenzione si nota che nella genealogia secondo Matteo vengono riportati dei nomi di donne, ma si dice sempre che chi nasce è figlio di un uomo (per esempio: “Salmon generò Booz da Racab, Booz generò Obed da Rut, Obed generò Iesse, Iesse generò il re Davide […] Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di Uria” - traduzione CEI), ma arrivati alla fine troviamo che “Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo”: l’accento è posto su Maria che dà alla luce Gesù.
La genealogia di Gesù è puntellata da donne, come si diceva. E si tratta di donne che sono lontane dallo stereotipo di santine sottomesse che una distorta visione della femminilità vuol far passare.
La prima [Tamar] si vestì da prostituta per offrirsi all’uomo desiderato.
La seconda [Racab] era prostituta di mestiere e tradì il suo popolo.
La terza [Rut] s’infilò di notte sotto le coperte di un ricco vedovo e si fece sposare.
La quarta [Betsabea] fu adultera, tradì il marito che venne fatto uccidere dal suo amante [il re Davide]
L’ultima [Maria] restò incinta prima delle nozze e il figlio non era dello sposo [Giuseppe]
Continua a leggere: Le sante dello scandalo, di Erri De Luca