Ha un bell’impatto sul cuore leggere la storia che Harold Cobert narra in Un inverno con Baudelaire in questi giorni in cui le cronache ci riportano, purtroppo, le morti per freddo nel popolo dei senzatetto.
Sì perchè in questo bel romanzo, Philippe si ritrova sbattuto fuori di casa dalla moglie, licenziato, senza una lira per pagarsi un tetto, proprio nel momento più freddo dell’anno. E noi ne seguiamo le orme, passo passo, in una trafila che, purtroppo, capita sempre più spesso anche a chi in teoria ha un posto di lavoro.
Come un suo casuale compagno di sventura: contratti a tempo determinato, niente genitori alle spalle nè partner, precario ai magazzini Lafayette, costretto ad approfittare dell’iniziativa (e ce ne sono tante di meritevoli, per fortuna) di una casa di accoglienza per evitare l’affitto.
Continua a leggere: Un inverno con Baudelaire, di Harold Cobert
C’è un periodo storico della nostra storia patria che è poco analizzato: quello che va dal 1861 al 1922. Non sono due date a caso, ma due momenti importanti per lo Stivale: l’unità d’Italia, la prima data, e l’ascesa del fascismo, la seconda. Si tratta di un periodo che potremmo definire mitico, in quanto in questi anni si costituisce il (fragile) assetto politico alla ricerca di una cultura per l’Italia unita. Sono proprio questi anni che Suzanne Stewart-Steinberg – docente di letteratura comparata (con particolare interesse per la politica e la letteratura italiane e tedesche nel XIX e XX secolo) presso la Brown University (Providence, Rhode Island, USA) – scandaglia nel suo poderoso saggio L’effetto Pinocchio. Italia 1861-1922. La costruzione di una complessa modernità, tradotto in italiano da Anna Maria Paci e pubblicata per i tipi di Elliot.
È un periodo praticamente sconosciuto – scrive l’autrice – vittima di una sorta di inerzia metodologica da parte della critica, tradizionalmente concentrata sul precedente periodo risorgimentale o sul successivo periodo fascista (con qualche eccezione, dovuta in particolare alle storiche del femminismo e di alcuni sociologici della cultura).
La studiosa, quindi, presenta nel suo saggio alcuni aspetti peculiari di quel sessantennio e li analizza in maniera approfondita, facendo ricordo acne a diverse immagini d’epoca. La simbologia intorno al quale si impernia lo studio è quella di Pinocchio, le cui avventure furono pubblicate da Carlo Collodi per la prima volta, a puntate, su Il Giornale per i bambini tra il luglio del 1881 e il gennaio 1883 e poi ripubblicate in volume a Firenze nel 1883.
Continua a leggere: L'effetto Pinocchio, di Suzanne Stewart-Steinberg
Cosa ti dice il cervello? È questo il titolo di una serie di documentari andati in onda non molto tempo fa sulla piattaforma Sky. I documentari - attraverso mille esempi e giochini da fare anche da casa – mostravano la bellezza e la complessità del nostro cervello e fornivano spiegazioni su questo o quell’aspetto del suo funzionamento. Se il mondo del cervello vi affascina e volete approfondire alcuni aspetti, senza tuttavia perdervi nei meandri di spiegazioni troppo scientifiche, allora il libro di Dick Swab fa per voi.
Noi siamo il nostro cervello. Come pensiamo, soffriamo e amiamo è un volume di poco meno di cinquecento pagine, pubblicato in Italia per i tipi di Elliot che “svela tutte le scoperte sul cervello degli ultimi quarant’anni”, come leggiamo nella fascetta promozionale allegata al libro stesso. Il percorso del libro è, ovviamente, molto ampio e segue le varie fasi del nostro cervello dallo “sviluppo, nascita e cure parentali” fino alla morte e oltre, con un capitolo finale – il ventunesimo – sull’evoluzione. Disck Swaab, da luminare quale è, ci presenta vari aspetti del “come” funziona il cervello, del “perché” fa alcune cose e del “percome” non ne fa altre. Affronta questioni che tutti, bene o male, ci siamo chiesti più di una volta (il feto prova dolore? Perché ci sono così tante persone religiose?) ma anche illustra, con serietà e competenza, le varie “malattie”: dalla BIID (Body Integrity Identity Disorder) che porta le persone a considerare estranea a sé una parte del proprio corpo (un braccio, una gamba), alla sindrome di Prader-Willi (malattia rara che porta i ragazzi a uccidersi letteralmente di cibo), all’autismo, alla schizofrenia; ma anche questioni riguardanti il cervello e lo sport, il cervello e il sesso e così via.
Veniamo al mondo con un cervello reso unico dalla combinazione del patrimonio genetico e della programmazione che avviene durante lo sviluppo all’interno dell’utero e nel quale sono già fissati in misura rilevante i nostri tratti caratteriali, i nostri talenti e i nostri limiti. Ciò non vale solo per il QI, per il fatto di essere mattinieri o nottambuli, per il grado di spiritualità, il comportamento nevrotico, psicotico, aggressivo, antisociale e non conformista, ma anche per la probabilità di essere colpiti da malattie nervose come schizofrenia, autismo, depressione e tendenza a sviluppare dipendenze. Una volta adulti, vi sono molti limiti alle possibilità di modificare il nostro cervello, e le nostre caratteristiche sono ormai fissate. La funzione del cervello è determinata dal processo di formazione che si è svolto in questo modo, noi siamo il nostro cervello.
Dick Swaab
Noi siamo il nostro cervello.
Come pensiamo, soffriamo e amiamo
traduzione di David Santoro
Elliot edizioni, 2011
ISBN 978-88-6192-227-3
pp. 480, euro 22
“La prima grande emozione la provò quando il melo fiorì. In un angolo del parco vi era un vecchio melo, uno strenuo combattente che aveva già fatto il suo tempo. I frutti non erano più un granchè, ma quando fiorì, gli mozzò il respiro; somigliava alla schiuma di mare che si frange sopra un banco di corallo. Se Bert Pinnegar fosse stato poeta, ma non lo era, sarebbe riuscito a dirlo meglio; ma comunque anche quell’immagine gli bastò”
Un libro delizioso, che consiglio a chiunque abbia voglia di una lettura riposante, garbata, ricca di quell’humour inglese che rende il tutto frizzantino al punto giusto. E’ Memorie di un vecchio giardiniere, di Reginald Arkell, la storia a ritroso del vecchio Gramigna: ovvero Mr Herbert Pinnegar, un talentuoso ex capogiardiniere che ha visto (da lontano) le due Guerre e che, come la gramigna, non ha nessunissima voglia di scollarsi da questo mondo, nonostante l’età avanzata.
E’ impossibile non volergli bene, con quel carattere chiuso e testardo, già da piccolo orfano cresciuto dalla moglie del fattore. Ma la sua passione inizia quando diventa allievo di una maestra che gli insegna l’amore per i fiori selvatici, rendendogli odioso un futuro di bracciante (per i contadini “ogni fiore è un’erbaccia”, per i giardinieri “ogni erbaccia un fiore”).
Continua a leggere: Memorie di un vecchio giardiniere, di Reginald Arkell
Elliot edizioni ha pubblicato in italiano, con la traduzione di Silvia Quadrelli, il romanzo Contrabbando di Enrique Serpa (1900-1968), autore che, secondo Ernest Hemingway, era il migliore romanziere dell’America Latina. Il romanzo ha visto la luce nel 1938 e solo ora viene pubblicato anche per il mercato italiano.
La goletta si chiamava La Buena Ventura, e se quell’appellativo, non significava quasi nulla in un posto di terra, in mare, dove regna sovrana la superstizione, assumeva un valore estremamente propiziatorio. Più di una volta l’incanto di quel nome aveva scongiurato il pericolo di un disastro sotto l’imperversare furioso di una tempesta. Nessuna preghiera aveva una tale virtù confortante e nessun sortilegio sarebbe mai riuscito a infondere lo stesso ottimismo. Le acque potevano trasformarsi in enormi fauci immense e avide, il vento poteva abusare della sua terribile violenza, la morte poteva ululare minaccioso, ma a bordo tutti restavano impassibili. Anche in mezzo al pericolo riuscivamo a sorridere fiduciosi, bastava che qualcuno pronunciasse il nome della goletta perché un alito di sicurezza spazzasse via inquietudini e timori.
Contrabbando – con l’uso di un linguaggio accurato, con l’abbondante ricorso a forme espressive tipiche della lingua popolare, con l’uso sapiente del monologo interiore e con un’ottima inquadratura spazio-temporale – narra le condizioni in cui vivevano gli uomini di mare a Cuba durante i primi anni della Repubblica di Cuba: vite dure che spingevano i lupi di mare anche a dedicarsi al traffico di persone e di merci proibite. La narrazione è in prima persona e questo permette al lettore di avvicinarsi direttamente a una sordida atmosfera di un ambiente che potremo quasi definire “sporco”, con la presenza di alcol, droghe e prostituzione a gogo e, all’orizzonte, lo stagliarsi degli Stati Uniti d’America, presenti e predominanti.
Enrique Serpa
Contrabbando
traduzione di Silvia Quadrelli
Elliot edizioni, 2011
ISBN 978-88-6192-207-5
pp. 256, euro 17,50
Torna in libreria Christopher Moore con Demoni. Istruzioni per l’uso. Si tratta di un ritorno, perché il libro – scritto nel 1992 – era approdato nel 1994 sul mercato italiano con il titolo La commedia degli orrori (titolo originale: Practical Demonkeeping) per i tipi della Sonzogno. Visto che il libro era irreperibile la casa editrice Elliot ha pensato bene di riproporlo al pubblico italiano, con una nuova traduzione a cura di Luca Fusari.
In estrema sintesi la storia è quella classica della lotta fra il bene e il male, con un demone – Catch – tanto cattivo quanto ignorante. Tale lotta va avanti dal tempo del re Salomone (molto interessante la rilettura che della bibbia fa Gian Henn Gian, re dei ginn) e solo nell’America dei giorni nostri, grazie all’intraprendenza degli uomini, potrà essere vinta. Forse.
Il romanzo è interessante sia perché nasce in un periodo – gli inizi degli anni Novanta - in cui non avevamo questa profusione di demoni, svenevoli vampiri e zombie onnipresenti, sia per la prosa veramente godibile e l’umorismo intelligente.
Continua a leggere: Demoni. Istruzioni per l'uso, di Christopher Moore
Dalla Germania, purtroppo, non arriva molta narrativa. Per i tipi di Elliot edizioni, invece, dopo il successo del libro precedente Il ladro di anime, è appena uscito Il bambino, l’ultimo psychothriller del trentottenne berlinese Sebastian Fitzek.
Siamo a Berlino, Robert Stern è un avvocato piuttosto stimato nell’ambiente e, a giudicare dalle apparenze, conduce una vita invidiabile: belle macchine, una villa e, a quanto sembra, un’apprezzabile serenità.
Ma naturalmente le apparenze non sono tutto, anzi, si direbbe che non sono quasi niente. Perché Robert Stern ha un dolore di quelli che ti lacerano l’anima per tutta la vita: ha perso suo figlio appena nato; e poco dopo la morte del figlio anche il matrimonio è inevitabilmente naufragato.
Continua a leggere: Il bambino, psychothriller di Sebastian Fitzek
Ho appena finito di leggere “Angeli Ribelli” di Libba Bray, secondo volume, dopo “Una grande e terribile bellezza”, della trilogia fantasy/new gothic su Gemma Doyle (del terzo, “La Rivincita di Gemma”, si parla QUI). Molto famosa in America, l’autrice ha ambientato questo ciclo storico/fantastico nell’Inghilterra vittoriana, riuscendo a creare quell’atmosfera squisitamente dark che le ha fatto guadagnare il titolo di regina del new gothic.
La storia si incentra sulle vicende di una ragazza di fine ‘800 che, dopo la misteriosa uccisione della madre, si trasferisce dall’India coloniale all’Inghilterra, dove l’attende un collegio per signorine di buona famiglia. Tra una lezione e l’altra, il collegio rivelerà oscuri e terribili segreti e la magia irromperà prepotentemente nella sua vita.
Comincerà, così, per Gemma e le sue amiche, un’avventura che le porterà a contatto con poteri arcani e dimenticati, con regni ultraterreni, nemici oscuri e pericolosi, morti, follia, disperazione, male. In un crescendo di orrore e raccapriccio, tipico del romanzo gotico d’ispirazione vittoriana.
Continua a leggere: Angeli ribelli - Libba Bray - New Gothic