Si rimane in silenzio dopo aver letto il libro Opera sei di David Riva pubblicato da edizioni XII nella collana Mezzanotte. In silenzio sia perché si apprezza e si assimila lo stile dell’autore – uno stile crepuscolare, ben cesellato e capace di inchiodare il lettore alla pagina – sia perché nella testa di chi legge risuonano molti interrogativi: fino a che punto può spingersi l’arte? Qual è il limite massimo che si può raggiungere per cambiare se stessi pur di inseguire un sogno? Quali i percorsi che può percorrere la chirurgia estetica?
Questa storia inquietante e “di confine”, come la definisce l’autore stesso, racconta di un chirurgo plastico cinese, tal Hao Myung, del suo desiderio di trasformare il corpo umano in opere d’arte, del fatto che non solo trovi chi sovvenzioni i suoi studi (sintomatico che il nome dell’associazione che lo sostiene sia Metafisica), ma che trovi persone disposte a lasciarsi modificare pur di diventare un qualcosa di meraviglioso, quasi un qualcosa di metafisico. Una storia che si muove dalla body art per giungere al di là del corpo, nella mente delle persone, indipendentemente dal fatto che esse siano (o si ritengano) artisti o opere d’arte.
Aveva le carni esposte, come succede alle bestie macellate, lucide pozze nere accanto alle strie biancastre dei tendini. Il volto era una maschera anatomica, le palpebre glabre erano rimaste insieme alle labbra a ricordare quello che era il viso, un tempo. Un viso degno di una dea. In quanti l’avrebbero guardata con curiosità morbosa, da allora in avanti, lei che aveva operato tutto questo per togliersi di dosso quanto la metteva al centro dell’attenzione? Ciononostante, nessuno sarebbe arrivato per convincerla a tornare a casa, all’abbraccio di sua madre, alle spiegazioni e alle necessità di suo padre.
David Riva
Opera sei
Edizioni XII, 2010
pp. 204, euro 13
Più che l’orologio è la clessidra che incarna l’idea del tempo che passa: i granelli di sabbia che passano da un vaso all’altro, lentamente, e rendono visibile lo scorrere del tempo, il suo fluire e il suo finire. Ed è proprio una clessidra che dà il titolo al romanzo scritto a quattro mani Davide Cassia e Stefano Sampietro, La clessidra d’avorio, pubblicato da Edizioni XII.
In un continuo camminare – tanto geografico (Salisburgo, Parigi, Bologna, Firenze, Roma), quando cronologico (il romanzo inizia nel 1592 e termina nel 2008) si narra della ricerca di un’antica clessidra dai presunti poteri alchemici. Gli autori riescono a tenere desta l’attenzione per tutto il romanzo, cosa non particolarmente facile vista l’enorme divario temporale che c’è tra l’inizio e la fine e considerato che si tratta di un libro scritto a quattro mani, con tutto il lavoro che c’è dietro a una pubblicazione del genere.
Trattandosi di un romanzo che in un certo qual modo ha il tempo e il suo scorrere al suo centro, la costruzione circolare è quella che gli si addice meglio. Non è un caso, infatti, che il libro inizi a Salisburgo nel 1592 e termini sempre lì, sempre nel 1592. Inizia con una partita a scacchi e termina con lo scacco matto.
Continua a leggere: La clessidra d'avorio, di Davide Cassia e Stefano Sampietro
Ci sono dei libri che all’esperienza della lettura (di testi) affiancano anche quella della visione (lettura di immagini) con una particolare attenzione anche al contesto grafico. È il caso di Carnevale, antologia di racconti pubblicata dalle Edizioni XII in cui quattordici scrittori raccontano di maschere e misteri in una Venezia (vera o immaginaria poco cambia, dal momento che, come leggiamo nell’antologia: “Venezia è un’illusione, un paravento, una maschera per celare altro. Venezia non esiste o, se esiste, è ben altra cosa”) che fa da cornice alle varie narrazioni.
Avendo come tema il Carnevale è naturale che il gioco di testi, colori e grafica rimandi all’atmosfera carnascialesca che, se da un lato vive del fatto che “ogni scherzo vale”, dall’altro si ammanta di mistero, inquietudine e ambiguità proprio grazie alle maschere. E le maschere la fanno da padrone, nei racconti, nelle grafiche di apertura e chiusura dei racconti, nelle splendide tavole di Diramazioni che formano tutt’uno con la narrazione.
Tra i racconti che ho trovato più interessanti c’è Il sipario strappato di Zefiro Mesvell che alla ricchezza del testo e delle immagini aggiunge l’immaterialità della musica, Carnem levare di Stefano Andrea Noventa che si muove in epoche diverse e il terrificante Peste di Samuel Marolla.
Carnevale
a cura di Daniele Bonfanti e David Riva
Edizioni XII, 2010
ISBN 978-88-95733-26-5
pp. 336, con illustrazioni, euro 19,50
Lo confesso: non mi è mai piaciuto il genere western sia come film che come libri. Si tratta di qualcosa che è lontano mille miglia dal mio sentire. Ho iniziato a leggere Six shots di Alfredo Mogavero un po’ controvoglia, quindi. Solito sceriffo, solito panorama, soliti banditi, solita rapina in banca. E qui cambia tutto. Incuriosito dal repentino cambio di scena – succede qualcosa che non ti aspetti – ho letto il libro con occhi nuovi e maggior interesse e devo dire che mi è piaciuto.
La raccolta di racconti (che, a voler essere tecnici, appartiene al genere weird west cioè a quella combinazione di western con altri generi – solitamente horror, occultismo o fantasy) si muove nell’orizzonte del ben noto panorama di pistoleri e ubriaconi ma con aspetti e contaminazioni del tutto interessanti, come interessante è la costruzione del libro stesso, a partire dall’inclusione – l’anziana Patricia Hillwick è la fuorilegge protagonista del primo e dell’ultimo racconto – fino al linguaggio che, di punto in bianco, presenta aspetti scurrili perfettamente inseriti nella cornice.
Oltre ai due racconti su Patricia Hillwick, ho trovato interessante quello di Twilight Jackson (che appare in copertina), lo storpio che attira i fulmini e che alla fine riesce a domarli. Durante tutta la lettura, comunque, si può udire, quasi sottofondo musicale, la voce della leggenda, che viene declinata in mille modi e situazioni e che rende appetibile il libro anche a chi, come me, non è affatto interessato ai western.
Alfredo Mogavero
Six shots. Sei racconti del weird west
Edizioni XII, 2010
ISBN 978-88-95733-19-7
pp. 178, euro 13,00
Umberto Eco in una postilla a Il nome della rosa ha affermato che il titolo di un romanzo deve essere quanto più possibile generico e, se volete, fuorviante, sì da rendere la lettura del libro una vera scoperta e una vera esperienza per il lettore che, libero da ogni più piccolo condizionamento e orientamento – titolo compreso –, potrà assaporarne la lettura.
Questo consiglio è tradotto in realtà nel romanzo Raimondo Mirabile, futurista di Graziano Versace (Edizioni XII, 2010). Non abbiamo a che fare, infatti, con un personaggio che appartiene alla corrente del futurismo di Marinetti (anche se di Marinetti si parla nel testo):
“Futurista. È la parola che mi garba, e che mi attrae. Perché io sono da sempre uno che guarda al futuro, uno che vorrebbe leggere tra le pieghe e le righe del tempo a venire”.
Continua a leggere: Graziano Versace scrive il romanzo “Raimondo Mirabile, futurista”
Come sceglie i libri da pubblicare una casa editrice? E com’è la vita di una piccola casa editrice? Di queste e di altre questioni libridinose abbiamo parlato con Daniele Bonfanti, editor-in-chief delle Edizioni XII.
Come nascono le Edizioni XII?
Dall’incontro – dapprima virtuale, all’inizio del 2007, – di un gruppo di autori e giornalisti con esperienze molto diverse ma con l’idea condivisa di fare editoria di genere che mirasse alla massima qualità del libro senza trascurare alcun dettaglio; immune alle mode, puntando soprattutto su autori italiani, osando e cercando il nuovo. Dopo due anni di sostanziale rodaggio e di consolidamento nell’underground, dall’autunno 2009 stiamo lavorando a pieno regime.
In base a quali elementi decidete i libri da pubblicare?
Debbono essere libri che hanno una personalità e un carattere molto forti; che si distinguano. Per capirci: non vedrai nostri libri con vampiri-emo. Questo a livello di individualità del libro; sincronicamente, cerchiamo una solida identità della linea editoriale sia delle singole collane che in generale. Quindi ci sono temi ricorrenti e affinità che riemergono da un libro all’altro, e che ci interessa esplorare; per citarne alcuni in ordine del tutto sparso: il lavoro sul corpo e la sua alterazione, il superamento dei limiti “umani”, gli angoli sconosciuti della mente umana, l’Archetipo, l’Alchimia, la prospettiva discronica, il territorio come protagonista vivente, il confine tra Realtà e Immaginario.
Continua a leggere: Intervista a Daniele Bonfanti delle Edizioni XII
Quasi fosse un’agiografia – con tutto lo stile adulatorio del caso – il primo capitolo de Il segreto del Morbillaio descrive i fatti a monte: vita, opere, morte e fortuna di Saturnetto Vinceslovo, detto Morbillaio (1888-1921), sommo poeta di Vermiziano al quale, ad imperitura memoria, è stata dedicata la scuola del paese.
Danilo Giovanelli mette in piedi un romanzo gustosissimo che cattura l’attenzione e diverte. Tra le pagine de Il segreto del Morbillaio – vincitore del Premio iNarratori 2008 per il miglior romanzo fantastico – si muovono vizi e virtù degli scrittori (reali, supposti, sedicenti tali), degli amanti della letteratura (anche questi veri amanti o fanatici) e di tutte le persone che, per un motivo o per l’altro, vivono all’ombra di un grande scrittore.
Dopo averci magnificato le lodi di Saturnetto Vinceslovo, il romanzo ci presenta la situazione al giorno d’oggi: la scuola, che è stata una palestra per architetti che l’hanno sempre modificata e stravolta, gli alunni che questa scuola frequentano, gli Amici del Morbillaio – una sorta di associazione culturale volta a tenere viva la memoria del Poeta –, i conoscenti di Saturnetto e anche un fantasma che ha preso possesso definitivo di una ragazza. Ognuno vive la propria vita, con i tic e le fissazioni, fino a quando, per caso, viene scoperta una cassetta con un inedito del fu Saturnetto Vinceslovo…
Continua a leggere: Il segreto del Morbillaio di Danilo Giovanelli
Tarot. Ludus Hermeticus è un’antologia delle Edizioni XII – curata da Luigi Acerbi e Daniele Bonfanti – che ruota intorno al misterioso mondo dei tarocchi. Ventidue racconti – uno per ogni Arcano Maggiore più il Matto – con una introduzione e, da notare, una outtroduzione.
I racconti partono da un gruppo di amici in un locale che, dal mazzo dei tarocchi, scelgono due carte ognuno e su queste devono scrivere racconto. Visto che è il libro stesso ad autorizzare una scelta nella lettura, ho preso il mio mazzo di tarocchi e ho pescato a caso due Arcani Maggiori per iniziare a leggere: l’appeso e le stelle. Dai due racconti corrispondenti (L’Appeso di Enrico Proserpio e Le Stelle di Davide Cassia) è partita la mia lettura ed è interessante notare come i simboli dei tarocchi vengano declinati nei racconti. Per rimanere ai due che mi sono toccati in sorte, l’appeso è un candido pastore che però si lascia appendere ai ganci della lussuria, del furto, della violenza e, alla fine, fa proprio una brutta fine; le stelle, invece, diventano gli astri della nostra fantascienza, con tanto di Star Trek e di Stargate.
Tarot. Ludus Hermeticus è ben costruito e lo stile degli autori - seppur diverso per forza di cose - riesce a coinvolgere e a stimolare la curiosità del lettore, non fosse altro per scoprire come vengono interpretati i vari tarocchi. L’idea, poi, di scrivere dei racconti pescando a caso dei tarocchi mi sembra un ottimo suggerimento per chi si diletta di scrittura: uno spunto interessante che può portare ad affascinanti conclusioni.
Tarot. Ludus hermeticus
a cura di Luigi Acerbi e Daniele Bonfanti
Edizioni XII, 2007
pp. 332, euro 12,60
Scene di uccisioni, violenze, di serial killer efferati ci vengono proposte a ogni ora del giorno e della notte da tutta una serie di telefilm che furoreggiano sulle varie emittenti televisive. Una pecca di queste fiction, a mio modo di vedere, è che non ti lasciano il tempo di pensare, e di elaborare quanto viene trasmesso. Possibilità di pensare che invece viene offerta dal libro di Giuseppe Pastore e Stefano Valbonesi, In due si uccide meglio. Quando i serial killer agiscono in coppia da pochi giorni in libreria per i tipi delle Edizioni XII.
Gli autori presentano nove coppie (uomo/donna, donna/donna, uomo/uomo) che hanno commesso delitti seriali e, proprio per il fatto di compierli in coppia, diventavano sempre più forti e uniti ad ogni omicidio. Una coppia per tutte, quella formata da Wolfgang Abel e Marco Furlan, meglio noti come Ludwig. Ogni coppia viene presentata in maniera duplice: una parte è squisitamente storica e racconta i fatti, l’altra è una riflessione sui delitti e sulle motivazioni che possono averli scatenati. La trattazione degli argomenti è anche un modo per leggere il libro: si può procedere seguendo la narrazione degli eventi o si può scegliere di leggere la parte motivazionale. O, ancora, si può optare per la lettura delle storie in maniera separata.
Qualunque sarà il percorso che sceglierete per la lettura di questo testo di Pastore e Valbonesi sarete senza dubbio affascinati sia dalle storie presentate che dal mondo in cui sono descritte. E se si vorrà approfondire ci si potrà affidare alla bibliografia e sitografia riportata al termine del libro.
Giuseppe Pastore - Stefano Valbonesi
In due si uccide meglio. Quando i serial killer agiscono in coppia
Edizioni XII, 2010
pp. 240, euro 15
Ho atteso un po’ prima di iniziare a leggere il Diario Pulp di Strumm. Era lì, sulla scrivania, che occhieggiava, ma non mi decidevo a leggerlo. Poi, complice una visita dal dentista, me lo son portato appresso… ed è stato amore fin dal primo rigo!
Vado a casa del Sellero, dobbiamo organizzare una manovra per domani sera. Il Sellero abita in un bilocale al terzo piano di una vecchia palazzina alla Garbanza. Di solito lo trovo spalmato sul divano a mangiare fagioli direttamente dalla scatola, canottiera bisunta e ciabatte infradito anche d’inverno. È magro come un foglio, non ha un pelo neanche disegnato, eppure riesce a stare in tenuta estiva anche a gennaio. Suono il campanello e aspetto […] Il Sellero spalanca la porta, ovviamente indossa una canottiera lurida e le infradito […]
“Sellero, ma che cazzo è ’sta roba?”
“Di che parli?” mi fa sinceramente sorpreso.
“Ci sono due cadaveri sedute sulle sedie, legati con dello spago per non farli cadere a terra.
“Chi sono questi due stronzi?”
“Ah, quello è il lavoro della scorsa settimana…” mi fa eco distratto.
“Hai deciso di farci il presepe?” (pp. 9-10)
Così, in una Roma “malfamata”, assistiamo ad omicidi trucidi, a soldi facili, a battute al vetriolo… il tutto descritto con una proprietà di linguaggio ed una scelta del vocabolario veramente degni di nota. I personaggi descritti da Strumm fuoriescono dalla pagina e sembra di poterli incontrare dal vivo, tanto sono ben descritti e rispecchia qualche tipo particolare che, bene o male, abbiamo incontrato nelle nostre città. Un plauso alle Edizioni XII che ha ripubblicato questo testo, con la cura grafica che ormai è ben nota.
Strumm
Diario Pulp
Edizioni XII, 2009
pp. 340, euro 16,00