Vi voglio segnalare un blog veramente interessante, soprattutto per tutti coloro che desiderano capire meglio il complesso mondo dell’editoria. Si chiama La Vera Editoria ed è lo spazio che un “editor scazzato che dice quello che pensa e pensa quello che dice” – così si autodefinisce l’autore, nascondendosi dietro l’anonimato – ha scelto per parlare di “cosa si nasconde dietro tante, belle parole”.
Dai consigli per proporre al meglio i propri manoscritti alle case editrici – vale a dire per non fare figure meschine e far gettare le proprie fatiche direttamente nel cestino – fino alle riflessioni sul mondo dell’editoria italiana, un mondo in avanzato stato di decomposizione il cui odore pestilenziale, non si sa come, non è ancora arrivato alle narici dei lettori.
Un punto di vista dall’interno, disincantato e realmente incazzato, un punto di vista che getta luce sul lato oscuro, ma preponderante, dell’editoria italiana, che parla “di quello che è nascosto sotto l’apparenza; di raccomandazioni camuffate da casi letterari; di autori magnifici trattati di merda; di mezze calzette innalzate ad Oracoli della Conoscenza. Perché? E’ molto semplice: non voglio più tacere. Sono stanco.”
Un blog da leggere insomma.

Forse la fine del mese di luglio non è il periodo migliore per proporre una discussione, un confronto, ma in molte delle mie attività, compreso ultimamente anche Booksblog, mi sono ritrovato a riflettere sul ruolo degli editor e delle agenzie letterarie nella produzione letteraria contemporanea, vale a dire tutta quella sovrastruttura di mediazione che negli ultimi anni si è inserita tra l’autore e il mondo editoriale.
Che sia chiaro, questa sovrastruttura esiste da sempre nel mondo editoriale, ma negli ultimi anni il suo ruolo e il suo peso sembrano essere aumentati, con il rischio (tutto da valutare) di appiattire i linguaggi e le forme sui canoni dettati dal mercato e del successo.
Su questo argomento volevo segnalarvi gli interventi che si sono susseguiti sul blog letterario Il primo amore nell’ultimo periodo, interventi di Carla Benedetti, Dario Voltolini, Benedetta Centovalli e Vincenzo Latronico, che ragionano sul ruolo dell’editing nella letteratura contemporanea, soprattutto a partire dal caso Carver, i cui racconti, ripubblicati recentemente per la prima volta nella versione senza editing in “Principiante” (versione originale di Di che cosa parliamo quando parliamo d’amore), hanno sollevato un gran polverone.
Ma cosa ne pensate voi? Voi, lettori di booksblog, tra le cui fila si nascondono sicuramente sia editor, agenti e redattori editoriali, sia autori emergenti o già affermati, critici e, soprattutto avidi lettori; qual è la vostra opinione in proposito? Siete convinti che la mediazione editoriale di editor e affini sia una parte necessaria e arricchente del percorso di genesi e di nascita di un libro o, al contrario, pensate che sia un pericoloso atto di sottomissione dell’autore al mercato e di appiattimento qualitativo dei prodotti?
Foto | Flickr
Grazia Cherchi, morta nell’agosto del 1995, è unanimemente riconosciuta come l’ultimo grande editor della nostra cosiddetta industria culturale, basterebbe vedere gli attestati di ringraziamento di scrittori come Benni, Baricco, Carlotto, Maggiani e via elencando.
Nonostante le tante manifestazioni di affetto, però, il mestiere di editor non ha sempre riscontrato benevolenza da parte degli scrittori, e Basta poco per sentirsi soli (edizioni e/o, 1991), nonostante la data di pubblicazione, è lì a testimoniare quanto sia complesso, e però utile, partecipare, seppur con le dovute distanze, alla lavorazione di un testo, rimanendo su un piano in cui il rapporto tra editor e scrittore è professionale e di amicizia insieme.
Si tratta insomma di un meraviglioso libro di racconti che a suo modo, ovvero con elegante ironia, e soprattutto autoironia, restituisce un po’ il ritratto della società letteraria che ruotava intorno alla Cherchi.
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