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Le figlie del libro perduto: intervista all'autrice, Katherine Howe, in cima alla classifica del New York Times

pubblicato da roberta

howeUn processo alle streghe di Salem è alla base del romanzo scritto dall’esordiente Katherine Howe, già diventato il caso editoriale americano, tanto da occupare subito la cima della classifica del New York Times e al punto da venderne i diritti in Brasile, Bulgaria, Francia, Germania, Inghilterra, Israele, Olanda, Russia e Spagna (spagnolo e catalano). In Italia l’ha appena fatto arrivare in libreria la Salani, col titolo Le figlie del libro perduto, e chi l’ha letto giura, come noi, di essere addirittura uscito prima dal lavoro per correre a casa a finire l’ultimo capitolo del libro. Avvincente quanto brillante, questo romanzo tocca un’altra questione, che forse l’autrice ha toccato senza saperlo: e se “Harry Potter e la Pietra Filosofale” fosse stato scritto dal punto di vista di Hermione Granger, una Hermione che frequenta Harvard invece di Hogwarts, chissà cosa sarebbe successo… intanto, parliamo con l’autrice.

Cosa significa essere un’esordiente in testa alla classifica del New York Times?
È una cosa talmente sblorditiva che, in fondo, non mi ci sono ancora abituata completamente.

Quando ha iniziato a scrivere, aveva in mente il libro arrivato il 28 gennaio in libreria?
Sì, in gran parte è lo stesso libro. Lo si deve al fatto che io, a differenza di tanti altri scrittori, prima di cominciare a scrivere mi sono fatta una scaletta molto articolata e molto accurata. Ciò non toglie che qualche cosa è cambiato. Inizialmente, a mo’ di esperimento, avevo scritto il romanzo in prima persona ma poi mi sono convinta che funzionava molto meglio in terza persona. In secondo luogo, ci sono alcuni personaggi, in particolare alcuni professori che si incontrano all’inizio, che pensavo si sarebbero fatti vivi anzi avrebbero assunto un ruolo più importante, mentre invece, con mia grande sorpresa, sono spartiti. E con altrettanto mia grande sorpresa, sono spuntati altri personaggi che non avevo invitato e ai quali inizialmente non avevo pensato.

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I cagnolini di Emily Dickinson, Edith Wharton e Virginia Woolf

pubblicato da sara

Emily Dickinson, sempre vestita di bianco, autoreclusa volontariamente nella sua luminosa casa con giardino (una volta che provò a uscire, tornata a casa, svenne), aveva come compagno di lunghe solitudini Carlo, un grosso newfoudland nero. Mentre Edith Warthon e il marito Teddy, non potendo avere figli, adottarono una serie di chihuahua. Virginia Woolf dedicò un intero libro, invece, a Flush, il cane cocker spaniel di Elizabeth Barrett Browning. Il preferito di Woolf era invece un irish terrier di nome Shag.

Per chi ama i cagnolini e anche la letteratura, è una vera chicca questo “Shaggy muses”, il saggio di una psicologa californiana appena uscito negli Usa (Ballantyne ed.). Nel volume, come riporta “Panorama”, si viene a sapere ad esempio che nella vita di Emily Bronte, oltre al fido irish terrier Grasper, arrivo un meticcio dal cattivo carattere, Keeper. Che la scrittrice abbia preso ispirazione dal suo temperamento per i personaggi di “Cime tempestose”?

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500 great books by women: le italiane sono solo cinque

pubblicato da sara

“Artemisia” di Anna Banti, “Cosima” di Grazia Deledda, “Le piccole virtù” di Natalia Ginzburg, “L’iguana” di Anna Maria Ortese e “Le strade di polvere” di Rosetta Loy. Cosa hanno in comune questi testi? Il fatto di essere scritti da autrici italiane, ovvio, ma anche il fatto di essere gli unici citati nel manualone “500 Great Books by Women: A Reader’s Guide” di Erica Bauermeister Jesse Larsen e Holly Smith (disponibile su Amazon), come riporta il sito Listofbest.com.

Fra le tante scrittrici citate, sono nominati per fortuna tutti i continenti, e fra le più conosciute abbiamo prevedibilmente Isabel Allende, Dorothy Parker, Jamaica Kincaid, Amy Tan, A.S. Byatt, Marion Zimmer Bradley, Sandra Cisneros, la baronessa Blixen, oltre a grandi “classiche” come le sorelle Bronte, Yourcenar, George Sand, Edith Wharton.

Ma la domanda rimane: cinque sole italiane sono un poche, pochissime. Un’osservazione che va fatta anche se, si sa, ogni lista che tenti di selezionare “il meglio di” è sempre una scelta relativa. Ma forse i redattori del testo potrebbero andarsi a leggere anche qualcosa di Sibilla Aleramo, Lia Levi, Gioconda Belli, o Maria Teresa di Lascia, per esempio. Anche se la mia, ovvio, è solo una personalissima opinione, lanciata per chiedere a tutti di indicare le scrittrici italiane “dimenticate” da questo librone.

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