La metafora dell’acqua rappresenta una delle espressioni plastiche più coinvolgenti che l’esperienza umana conosca. Singolarmente l’essere umano è catturato dall’idea della durata, mentre lo scorrere delle cose è catalogato come segno dell’invisibile fine. Tuttavia, non in tutte le acque si può annegare, come sostiene Anne Carson in Antropologia dell’acqua. Riflessioni sulla natura liquida del linguaggio, curato da Antonella Anedda, Elisa Biagini ed Emmanuela Tandello per Donzelli. Immergersi in questo flusso del divenire e del perfettibile svela la natura stessa dell’esistenza.
L’acqua non è una cosa che puoi trattenere. Come gli uomini. Ho provato. Padre, fratello, amante, amici veri, fantasmi affamati e Dio, uno per uno, tutti mi sono scivolati via dalle mani. Forse è così che deve essere quello che gli antropologi chiamano il “rischio medio” dell’incontro con altre culture. Fu un antropologo a spiegarmi cosa fosse il rischio. Sottolineava l’importanza di usare, parlando di queste cose, il termine incontro piuttosto che ad esempio scoperta. Pensala come differenza – disse – tra il credere ciò che vuoi credere e il credere ciò che può essere provato. Ci pensai. Non voglio credere a nulla, dissi. (Ma mentivo). E non ho nulla di dimostrare. (Mentivo ancora). Mi piace soltanto viaggiare nel mondo e fermarmi, osservando cosa c’è sotto il cielo. (Questo è vero).
Antropologia dell’acqua narra in forma poetica il viaggio iniziatico dell’autrice sul cammino di Santiago. Attenzione, però: non si fa riferimento ad alcune fede costituita e il più famoso degli itinerari di pellegrinaggio è solo pretesto per uscire dall’apparente stabilità del quotidiano e corrispondere in modo coraggioso al più vasto sentimento universale. L’unica regola del viaggio è non tornare mai come si è partiti. Tornare diversi.
Anne Carson
Antropologia dell’acqua
Riflessioni sulla natura liquida del linguaggio
a cura di Antonella Anedda, Elisa Biagini, Emmanuela Tandello
Donzelli Editore, 2010
ISBN 978-88-60-36-481-4
pp. 166, euro 24,00
Sessantacinque poesie suddivise in sei sezioni compongono la raccolta Sciame di pietra di Giorgio Luzzi. E della pietra – della sua durezza, della sua forma, della sua levigatezza… – queste poesie sono impregnate. Nel senso che si tratta di poesie dure, in cui la parola viene piegata con forza all’esigenza del linguaggio (non è forse questo il significato etimologico della poesia, quel poiesis che significa inventare, comporre e non uno stare lì ad attendere l’ispirazione?) per creare un prodotto che della compattezza della pietra e della bellezza del ciottolo di fiume levigato dallo scorrere delle acque ha il sapore.
Giorgio Luzzi, così, fa poesia dalle occasioni più disparate e coniuga nel verso poetico quella tensione tra il già e non ancora espresso fin dall’epigrafe del libro (citando David Bromige – Go where you want to go. Yesterday – e Macbeth di Shakespeare – And tomorrow creeps in this petty pace –) e rafforzata dal ricorso all’enjambement che costringe a pause di riflessione. Come, per esempio, in Morietur (di cui l’autore dice: “poiché sempre più la cronaca minaccia di sommergere la storia tentando di toglierla di mezzo, mi è sembrato sensato non vanificare la forte emozione vissuta alla notizia di ulteriori vittime – che le scuse israeliane naturalmente non poterono risarcire – all’interno delle sempre più atroce questione palestinese”):
Fu per un errore tecnico che Dio dotò i vivi
del privilegio della morte? La dolce sede
del verso non è il luogo più adeguato
per affrontare una questione tanto insolente. E infatti
la premessa potrebbe negare tanto Dio quanto l’errore:
Dio in quanto fallibile
l’errore in quanto inammissibile. Certo
se questa non fosse per tradizione la sede dell’estetico,
se questa, dicevo, non fosse una vera poesia italiana,
ci stringeremmo ciascuno in un cerchio di passione
perché i confini e il fine dell’umano
siano una specie di morte senza morte…
Giorgio Luzzi
Sciame di pietra
Donzelli, Roma 2009
pp. 120, euro 14,00
È l’attenzione al particolare che rende il libro La vita dei dettagli di Antonella Anedda (Donzelli editore) un prezioso strumento per immaginare mondi, come recita il sottotitolo. Guidata da una frase di Joyce (Pensare attraverso i miei occhi) la Anedda ci guida nel mondo dell’arte per farci cogliere l’unicità del dettaglio:
Il riconoscimento del dettaglio di un quadro è l’incubo di ogni studente di storia dell’arte. Lo sguardo si aguzza, la mente si allena, impara a tagliare questo o quel particolare […] In questo libro […] lo sguardo non riunisce ma scompone, libera i dettagli del quadro, lascia che diventino un altro quadro. La storia non viene raccontata, ma solo resa possibile. L’enigma del riconoscimento in fondo è quello di una realtà della quale dubitiamo, per questo può ferire, per questo può consolare. Spesso, come tutte le cose del mondo, dipende dalla luce. (pag. IX)
Il libro La vita dei dettagli è diviso in cinque parti (Ritagliare, Un museo interiore, Ritratti, Camminare, Collezionare perdite). Ho trovato particolarmente interessanti la prima e l’ultima. Nella sezione Ritagliare Antonella Anedda si sofferma sui particolari di alcuni quadri (riprodotti a colori nel libro) riflettendo su quello che provocano in lei e invitando il lettore a fare altrettanto. Commentando Sun in an Empty Room dipinto da Edward Hopper nel 1963 (ma i titoli dei quadri con i loro autori li troviamo alla fine della sezione, perché è importante leggere il quadro così com’è), scrive:
Continua a leggere: La vita dei dettagli. Scomporre quadri, immaginare mondi
Biancamaria Frabotta, docente di letteratura italiana contemporanea a La Sapienza di Roma, personalità poliedrica e di grande originalità, ha recentemente pubblicato per i tipi della Donzelli un libro autobiografico agile e di grande respiro poetico dal titolo Quartetto per masse e voce sola. Nell’opera rivive l’esperienza di una vita vissuta, pensata e continuamente oscillante fra un bisogno di “viandanza” e una tentazione “di vita sedentaria” che va bel al di là della realtà fisica dell’autrice. Sentimenti, linguaggio di grandissimo pregio, passioni sociali “di una donna che vive oggi, legge e scrive poesie”. Un libro accattivante.
La professoressa Frabotta si è intrattenuta con noi di Booksblog per parlare del suo libro. Ringraziadola per la disponibilità, vi lasciamo al nostro dialogo.
Ciò che si nota subito è la cura di cesello del linguaggio. Una lingua preziosa, avvolgente. È cosa spontanea o frutto di un lavoro di creazione “poetica”?
Non esiste, credo, una differenza fra le due alternative proposte. La spontaneità della scrittura è sempre il frutto del lavoro. In Vita activa Hannah Arendt distingue fra lavoro e opera, ricordando come nell’antichità il lavoro era il segno della schiavitù. Nel Quartetto ne parlo: il lavoro di un poeta spesso coincide con l’ozio, non è necessario, né redditizio. Ma io so che la prosa dei miei “pezzi”, termine che uso sia in senso musicale che giornalistico, dato che il messaggio sta nella forma, non avrebbe raggiunto la sua qualità avvolgente, come dice lei, se non li avessi riscritti quattro volte di seguito. Però è anche il caso di aggiungere che, a causa degli impegni “burocratici” cui l’odierna Università mi obbliga, scrivevo di notte. O meglio all’alba, dunque in uno stato lievemente ipnotico. Non credo però di usare una lingua preziosa, né tanto meno cesellata. Non mi sento un orefice della lingua. Cerco soltanto di essere precisa, evitando la banalità dell’ideologia. “Penso” le frasi mentre le scrivo, invitando il lettore a fare altrettanto, a dialogare con la mia lingua, veicolo delle idee e delle emozioni che la memoria del passato porta con sé.
Continua a leggere: Intervista a Biancamaria Frabotta autrice di Quartetto per masse e voce sola
Il 5 maggio di cento anni fa nasceva a Budapest Miklós Radnóti, considerato uno dei maggiori poeti ungheresi del Novecento. Per ricordarlo la casa editrice Donzelli ha mandato in libreria una raccolta di poesie di Radnóti dal titolo Mi capirebbero le scimmie, curata da Edith Bruck. Il titolo è preso da una poesia dello stesso Radnóti:
Mi capirebbero le scimmie,
reattivamente sono ancora sane,
forse se si vivesse assieme
a me pure toccherebbe in sorte
la clemenza della buona morte.
Clemenza della buona morte che non gli è toccata in sorte: Miklós Radnóti, infatti, in quanto ebreo, fu perseguitato, rinchiuso in vari campi di lavoro in Ungheria e in Serbia e infine fucilato nel 1944. Aveva trentacinque anni. Fino alla fine compose versi: testimonianza ne è la sua ultima poesia, ritrovatagli nella tasca dell’impermeabile nel 1946, dopo che i suoi resti furono riesumati dalla fossa comune ad Abda (nei pressi del confine con l’Austria) per dare al poeta una degna sepoltura. Nel descrivere la morte di un suo compagno violinista Radnóti immagina la propria:
Continua a leggere: Il poeta ungherese Miklós Radnóti a cent'anni dalla nascita