Dino e Sibilla (non Rina), Aleramo e Campana. Un amore di scatti e di ire, un sentimento di dolcezze e di grida, di nevrosi e di grandezze. La loro fu una relazione complessa, estrema, altalenante. Unione di corpi e delle due anime che li abitavano. Anime strane, antiche e modernissime allo stesso tempo. Anime erranti, soprattutto, destinate a fuggire le grettezze del mondo inseguendo un “ideale pellegrinaggio di libertà” e a fondersi inevitabilmente, nella violenza di un attimo incantevole.
In un momento
Sono sfiorite le rose
I petali caduti
Perché io non potevo dimenticare le rose
Le cercavamo insieme
Abbiamo trovato delle rose
Erano le sue rose erano le mie rose
Questo viaggio chiamavamo amore
Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose
Che brillavano un momento al sole del mattino
Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi
Le rose che non erano le nostre rose
Le mie rose le sue roseP.S. E così dimenticammo le rose.
Via | poesieracconti.it
Torna il Sebastiano Vassalli dei romanzi e coinvolge con le sue storie e il suo modo di narrarle. Dopo l’intensa e non facile raccolta di racconti Dio, il diavolo e la mosca nel grande caldo dei prossimi mille anni, dopo La morte di Marx e altri racconti che non c’entra niente con il famoso Marx e dopo il breve saggio Natale a Marradi. L’ultimo Natale di Dino Campana, Vassalli – uno dei più grandi scrittori italiani contemporanei, definito il Manzoni senza Provvidenza – ci porta sul Macigno Bianco e ci narra la storia di semplici persone che vivono la quotidianità ai tempi della I guerra mondiale.
Ma chi conosce e ama Sebastiano Vassalli sa che i suoi libri non hanno una sola trama, ma un infinito numero (per citare il titolo di un suo romanzo) di storie: e così all’ombra del Macigno Bianco incontriamo santi ed eretici, uomini “normali” e uomini “speciali”, macchiette e giganti. E, soprattutto, incontriamo due elementi: l’assenza di Dio – che se c’è se ne sta a bearsi tra le voci dei cherubini e serafini e a mala pena si accorge degli esseri umani – e la lingua dell’autore. Quella lingua che, con una semplicità che è sintomo di profondità non comune, descrive quel che succede rendendolo palpabile per chi legge.
Vassalli sceglie per sé il ruolo del narratore onnisciente, che tutto sa e tutto vede e tutto narra. Non è un caso che in questo romanzo le digressioni – splendide quelle sui vari soprannomi dei personaggi – rivestano un ruolo importante: Vassalli si ferma, lo dice che si ferma e spiega questo e quest’altro.
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