Ragionando sull’evoluzione della lettura ai tempi della “rivoluzione digitale” e notandone la veloce evoluzione, non si può non pensare all’altra faccia della medaglia, quella che riguarda l’atto speculare della lettura, ovvero la scrittura. Se è vero che, sobillati da continui richiami che ci azzoppano la concentrazione, la nostra capacità di lettura di testi lunghi e articolati ci risulta pressoché impossibile, è altrettanto vero che le modalità di scrittura, sottoposte agli stessi traumi da connessione perpetua, si stanno anch’esse trasformando.
Proprio oggi un tweet einaudiano mi ha portato a una foto di una pagina delle bozze di Infinite Jest (nella foto), di David Foster Wallace. Osservando un reperto del genere ci rendiamo conto che la nostra attività di scrittura, che si tratti di un romanzo complesso come Infinite Jest o un semplice post di booksblog come questo, si basa fondamentalmente su un processo di scrittura-riscrittura, una sorta di balletto cerebrale che, per imprimere su carta un ragionamento, un racconto o qualsiasi altra cosa, va avanti e indietro, dal mondo non scritto delle intuizioni del nostro cervello al mondo scritto della pagina o del monitor.
Eppure, guardando quella pagina di bozza di Wallace, credo che non si possa fare a meno – o almeno, io non posso fare a meno – di provare un brivido, e non tanto per l’ammirazione quanto per una sensazione che potrebbe somigliare alla vertigine. Infatti, nonostante quella pagina di Wallace sia puntellata da decine di correzioni e revisioni, di frecce e di simboli vari, queste intrusioni a posteriori che il pensiero compie su se stesso non sono numericamente paragonabili alle stesse intrusioni che lo stesso pensiero compie digitando su una tastiera.
Continua a leggere: Come cambia la scrittura nell'epoca digitale?
Scarabocchiare i margini dei libri è un’attività vecchia quanto il libro (o, comunque, quanto lo scrivere): basti pensare all’indovinello veronese, primo testo in volgare romanzo. Ci sono alcuni lettori che sui libri prendono appunti in forma di testo o anche di immagini; lo stesso vale per gli autori che, sui propri libri o su quelli che stanno leggendo, appuntano, scarabocchiano, vagano con la mente (e la matita). Pare sia un’attività preferita da chi ha una spiccata intelligenza e sensibilità. È stato pubblicato anche un libro sugli scarabocchi dei presidenti USA: Presidential Doodles: Two Centuries of Scribbles, Scratches, Squiggles, and Scrawls from the Oval Office squiggles & scrawls from the Oval Office.
Ecco una gallery con alcuni ghirigori di scrittori famosi. In ordine potrete trovare: Sylvia Plath (1932-1963), David Foster Wallace (1962-2008), Franz Kafka (1883-1924), Charles Bukowski (1920-1994), Vladimir Nabokov (1899-1977), Samuel Beckett (1906-1989), Jorge Luis Borges (1899-1986), Allen Ginsberg (1926-1997) - tra i più elaborati e, secondo me, splendidi.
Voi li scarabocchiate i vostri libri?
Continua a leggere: Gli scarabocchi di autori famosi sui libri
Nel 1996 il giornalista David Lipsky accompagnò l’allora trentaquattrenne scrittore David Foster Wallace nel tour promozionale di Infinite Jest - l’opera che gli diede la fama mondiale - al fine di intervistarlo per «Rolling Stone». L’intervista non fu mai pubblicata, ma il racconto di quell’esperienza sta per vedere le stampe negli USA, col titolo di Although Of Course You End Up Becoming Yourself: A Road Trip with David Foster Wallace.
Stando alle anticipazioni (l’uscita è fissata per domani), il libro dovrebbe raccontare Wallace da una prospettiva ravvicinata, con un senno di poi che tenga inevitabilmente conto del suicidio del grande scrittore, che ha sconvolto i suoi numerosi lettori in tutto il mondo.
Le recensioni riportate su Amazon.com parlano di un DFW aperto alla discussione a trecentosessanta gradi, dal cinema alla morte, da internet alla scrittura, dalle proprie esperienze personali a tanto altro; il tutto filtrato dall’abile penna dell’autore di Absolutely American: Four Years at West Point.
«È il racconto di un viaggio, una storia d’amore, una gara: due giovani talentuosi e brillanti con ambizioni letterarie, impegnati reciprocamente a capirsi l’un l’altro»: così Maria Bustillos ha parlato di Although Of Course You End Up Becoming Yourself: A Road Trip with David Foster Wallace su theawl.com. Non è ancora noto se qualche editore italiano, come ci auguriamo, deciderà di acquistare i diritti del libro.
«I personaggi di Dan Brown sono completamente piatti e bidimensionali»: parola di Philip Pullman, autore della trilogia di Queste oscure materie, scrittore da oltre quindici milioni di copie vendute. «La fondamentale ignoranza di Dan Brown sui comportamenti umani è stupefacente, e i suoi personaggi dialogano in un modo del tutto irrealistico. Dan Brown non sa come gestire i normali meccanismi letterari, ma questo non interessa né a lui né ai suoi milioni di lettori. Non c’è niente di male a fare ciò che fa, ma non è un grande scrittore».
Che Dan Brown, autore de Il simbolo perduto che uscirà in italiano il 23 ottobre, non sia tutto sommato un grande scrittore è sostenuto tra le righe anche da una interessante articolessa del «Boston Magazine» - in realtà un vero e proprio mini-saggio - che ricostruisce la fulminante carriera di Dan Brown dalle origini ai giorni nostri.
L’aspetto più sorprendente e meno conosciuto della storia è che all’Amherst College, nel seminario di scrittura creativa tenuto da Alan Lelchuck, Dan Brown era collega di David Foster Wallace, uno dei più colti e geniali scrittori americani dell’ultimo secolo. Ovviamente il soverchio talento di Wallace oscurava quello di tutti gli altri compagni di corso, compreso Brown. Come ricorda il professore Lelchuck, «Dan non era la star della classe come David, ma era uno di quegli altri due che si dimostravano veramente bravi. Diciamo che Dan era bravo, però in una maniera più tranquilla».
La differenza si può ben valutare a distanza di anni. Dan Brown, lo scrittore bravo e tranquillo, ha saputo tramutare il proprio talento in un impareggiabile strumento produttivo ed economico, diventando lo scrittore più venduto e letto del mondo. David Foster Wallace, il genio e star della classe, ha pagato la sua mancata tranquillità con una vita di travagli interiori e depressioni, culminata come è noto nell’improvviso suicidio; ma ha lasciato delle opere che resteranno nei decenni a venire. Destini paralleli, ma tremendamente divergenti.

Suicide of David Foster Wallace: A shock but not a surprise è l’eloquente titolo di un articolo firmato da Jeff Simon sul «The Buffalo News» di ieri.
L’articolista definisce subito l’impiccagione di Wallace «inequivocabilmente intenzionale», fugando ogni eventuale sospetto che si sia trattato di qualche «bizzarro omicidio da CSI».
Quanto all’assenza di biglietti d’addio, Simon cita un’email del professor Mark Shechner: «tutta la sua vita è stata una lunga lettera di suicidio.» Già in tempi non sospetti, in una recensione di Oblio del 2004, Shechner aveva scritto che «David Foster Wallace è il più brillante depressivo letterario d’America. È anche uno dei nostri scrittori più divertenti, che più viene trascinato dal cane nero della depressione e più diventa divertente.»
Continua a leggere: Il suicidio di David Foster Wallace: uno shock ma non una sorpresa

Pur avendo avuto «un meraviglioso scambio di lettere» con David Foster Wallace, il suo editore Michael Pietsch si rifiuta di parlare della vita privata dello scrittore trovato impiccato a Claremont in California.
L’opinione pubblica comincia però a conoscere i motivi, comunque intuibili, del tragico gesto. Secondo il «New York Times» il padre di David, James Donald Wallace, docente di filosofia all’Università dell’Illinois, avrebbe rivelato che l’autore di Infinite Jest soffriva da alcuni mesi di una grave depressione.
Intanto il sito Respectance.com ha aperto una pagina dedicata a DFW, nella quale ciascuno può condividere con la collettività i propri ricordi personali di David Foster Wallace. Scrive Laure B. Davis, rivolta alla vedova di DFW: «entrambi i miei fratelli (alcolizzati e drogati, che Dio li benedica) si sono impiccati. L’ultimo lo scorso aprile. E io sono una scrittrice che da tredici anni è sobria e pulita, ma che ancora combatte con la depressione di tanto in tanto (ci sono scrittori che non lo fanno?). Lo dico solo per assicurarle che in qualche modo capisco che tipo di dolore sta vivendo.»
Foto | Flickr
Continua a leggere: David Foster Wallace era depresso da mesi

Il suicidio di David Foster Wallace ha lasciato attonita la cosiddetta logosfera, quel settore di umanità composto da chi scrive e da chi legge letteratura in tutto il mondo. Più per completezza che per consolazione, si attende di conoscere le ragioni di un gesto così violento, che ha colto di sorpresa persino le persone più vicine a DFW.
Nel frattempo i lettori esprimono in rete il proprio dolore. I loro scritti restituiscono pienamente il senso della perdita.
Tra i commenti del blog di libri del Los Angeles Times, “kvs” scrive: «sono stordito. Abbattuto. Foster Wallace è l’unica ragione per cui sono uno scrittore e ho sempre creduto di poterlo essere.» Gli fa eco “Russell”: «speravo di potergli raccontare un giorno che cosa ha significato per me Infinite Jest, il fatto che quasi ogni giorno mi tornino in mente scene di quel libro, e quanto mi abbia aiutato a smettere di bere».
Foto | Flickr
Continua a leggere: Il suicidio di David Foster Wallace: il cordoglio dei lettori

David Foster Wallace, «l’ultimo grande talento della letteratura americana», come lo definiva il risvolto di copertina del suo libro Oblio, è stato trovato impiccato in casa sua il 12 settembre alle ore 9:30. Aveva quarantasei anni.
«Wallace è uno dei grandi talenti della sua generazione: uno scrittore capace di qualsiasi virtuosismo», scriveva qualche mese fa il «New York Times». Lo scrittore statunitense aveva raggiunto la notorietà internazionale con libri come La scopa del sistema, che lui definiva «il romanzo di formazione di un giovane wasp ossessionato da Wittgenstein e Derrida», Infinite Jest (di cui la prima traduzione fu proprio quella italiana), la raccolta di racconti La ragazza dai capelli strani, saggi come Il rap spiegato ai bianchi, etc.
«Mi consigli qualcosa da leggere, per favore?» chiesi una volta al grande Filippo Scozzari durante un’intervista per BooksBlog. «Un libro qualsiasi di David Foster Wallace andrà benissimo,» rispose, «ma per iniziare consiglierei Tennis, tv, trigonometria, tornado e altre cose divertenti che non farò mai più, che ho dovuto tralasciare per rispondere a ’sta noia di tua intervista.»