Allora: due sono le ipotesi. O il fatto che gli italiani siano un popolo poco ‘acculturato’ è un vuoto luogo comune che continuiamo a ripetere per inerzia, o è davvero così, e gli imprenditori dell’editoria stanno prendendo un gigantesco abbaglio.
Visto che la seconda mi sembra improbabile, dati i business plan e le analisi di mercato che sempre precedono l’avvio di un’avventura economica, la notizia che sto per darvi appare confortante. Allora: rispetto al 2009, l’editoria libraria è in crescita (+2.3%).
Il settore connesso alla produzione culturale sembra godere di buona salute, complessivamente. In aumento il numero trasmissioni radiofoniche (+71,4%), attività di programmazione e trasmissioni tv (+64,1%), editoria musicale (+10,5%), attività artistiche e di intrattenimento (+2,8%).
Continua a leggere: Gli italiani non leggono, ma il numero di imprese editoriali cresce

Dal 22 al 24 ottobre riapre i battenti, a Trastevere nello spazio ex Gil, la seconda edizione del Salone dell’editoria sociale dedicato quest’anno all’educazione e all’intervento sociale. Ci saranno tavole rotonde, presentazioni di libri e circa 25 editori che esporranno i propri titoli. L’appuntamento di quest’anno è focalizzato appunto sull’educazione e quindi sulla scuola e su tutti gli attori coinvolti: insegnanti, ragazzi, genitori, educatori.
In un momento storico così cruciale per il mondo dell’istruzione pubblica porre l’accento sulla funzione educativa appare, a mio avviso, un intento necessario e, allo stesso tempo, coraggioso. Occorre ripensare al ruolo fondamentale della scuola pubblica e di tutti i servizi sociali che ultimamente vengono sempre più spesso posti in secondo piano perché non redditizi e perché, come ha affermato lo stesso ministro dell’economia Tremonti, “la cultura non paga“.
Il Salone dell’editoria sociale “evidenzia il ruolo fondamentale dell’educazione nel contribuire alla crescita delle persone come individui autonomi, pensanti, piuttosto che come fruitori passivi e consumatori del mercato, del potere, dei media”. Ecco alcuni nomi degli editori che saranno presenti all’iniziativa: Infinito edizioni, minimumfax, Edizioni dell’asino, Manifestolibri, Nottetempo, Quodlibet. Nell’ambito delle giornate verranno comunicati anche i dati relativi alla prima ricerca sull’editoria sociale in Italia.
A 150 anni dall’unità nazionale, escono per Laterza due riflessioni su cosa significa essere italiani, oggi.
Due buone letture, i volumi di Silvana Patriarca (Italianità) e Francesco Remotti (Ossessione identitaria). La prima è docente di Storia Europea contemporanea alla Fordham University di New York, e nel saggio spiega come gli epiteti ‘italiani brava gente’ o il ‘familismo amorale’, per finire con la proverbiale ‘autodenigrazione’ del nostro popolo abbia radici profonde nei vari periodi della nostra storia.
E questi concetti sono spesso stati utilizzati, scrive, come ‘alibi’ per deresponsabilizzarsi. Il secondo saggio già dal titolo esprime il concetto della necessità di una ridefinizione dell’identità delle nazioni moderne. Cambiamento inevitabile, visto l’evolversi multiculturale della nostra società.
Silvana Patriarca
Italianità
22 euro
Laterza
Francesco Remotti
L’ossessione identitaria
16 euro
Laterza

Il 23 aprile è la giornata mondiale del libro. La ricorrenza è nata in Catalogna dove, in questo giorno, che coincide con la festa di San Giorgio, per ogni libro venduto viene regalata una rosa. Il 2010, inoltre, è stato indicato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite come l’anno del riavvicinamento tra le culture e i popoli, per cui l’Unesco si è fatto promotore di questo intento. “Viviamo in un mondo - ha affermato Irina Bokova, direttore generale dell’Unesco - progressivamente caratterizzato da una crescente interdipendenza in tutti i settori dell’attività umana. Il conseguente cross-fertilization delle nostre società offre nuove opportunità per rafforzare i legami tra i popoli, le nazioni e le culture a livello mondiale.”
Sarà quindi il libro il collante che cercherà di riavvicinare le diverse culture e lo farà tramite iniziative volte a instaurare un dialogo costruttivo tra mondi, almeno all’apparenza, lontani. Gli incontri si svolgeranno in molte città italiane e saranno ospitati da biblioteche, librerie e scuole. Da segnalare la crociera letteraria Una nave di libri che partirà da Civitavecchia per raggiungere Barcellona. A bordo, durante le ore di navigazione, si terrano presentazioni, spettacoli, reading e proiezioni di film. Sulla nave sarà predisposta anche una mega libreria gestita dal gruppo Arion di Roma che il 23 aprile sarà trasferita sulle Ramblas.
Per quanto riguarda gli appuntamenti organizzati a Roma, cliccate qui. A Bari ci sarà una maratona di letture, la mattina nelle scuole e il pomeriggio presso la libreria Laterza, sul tema “Dialogo tra le culture”. A Udine un’intera via (Via Gemona 22-26 il 23 aprile) si trasformerà in luogo di letture, verrà allestita con opere di illustratori e con libri a tema dedicati alle attività specifiche presenti nella via. Palermo ospiterà la Festa del libro tascabile dal 19 al 24 aprile presso le librerie Flaccovio, mentre a Bologna si alterneranno laboratori e presentazioni di libri. Per avere un elenco completo delle iniziative vi rimando al sito dell’Unesco.
“Aiuto, sono un dinosauro. Apartengo a una specie estinta e non me n’ero accorto. Non idolatro la tecnologia, guardo poco la televisione, non possiedo nemmeno un iPod, non ho una pagina su Facebook e non sopporto i luoghi rumorosi”.
Così, si presenta nell’incipit del ‘Ritorno del dinosauro’ (Garzanti ed.) Piero Dorfles, il mitico giornalista che ex cathedra della trasmissione ‘Per un pugno di libri’ di Rai Tre, che proprio qualche giorno fa ha chiuso la sua stagione.
Dorfles si descrive infatti come uno di quei ‘dinosauri’ fastidiosi che ‘ detestano chi si comporta male, chi parla a voce alta…chi frega il posto nelle file…quando pensano che i ragazzini debbano aver rispetto per gli adulti e ancor più per gli insegnanti…” e così via. In lotta con un mondo (e un Paese) in cui fanno fatica a sopravvivere.
Continua a leggere: Il ritorno del dinosauro, di Piero Dorfles
La geometria euclidea spiegata attraverso l’arte della maglia. Questo il titolo premiato dal Diagram prize riferito ai titoli dei libri più strani pubblicati nel 2009.
Secondo posto a ‘Che tipo di fagiolo è questo chiuahua?’, e il terzo riguarda i ‘Cucchiai da collezione del terzo Reich’.
Più che altro la domanda è sempre quella? Perchè degli editori hanno il coraggi di pubblicare titoli del genere? Evidentemente hanno il loro pubblico. Ma chi ha provato a farsi pubblicare qualcosa di più sostanzioso, culturalmente parlando, non potrà fare a meno di rimanerci male.
Via | The Bookseller

Cosa vuol dire oggi lavorare nell’editoria? Nella maggior parte dei casi avere uno stipendio da fame, precarietà, poche o nessuna possibilità di migliorare la propria posizione lavorativa. Ma anche fare un lavoro stimolante, che molti abbracciano per passione. Ed è forse proprio sulla passione di chi si getta a capofitto nel tentacolare mondo dell’editoria che fanno leva i tanti datori di lavoro, tranquilli di poter sfruttare fino al midollo i tanti aspiranti redattori, editor, correttori di bozze, uffici stampa e via dicendo.
Questi e altri temi gravitanti intorno alle professioni dell’editoria verranno affrontati nella tavola rotonda che si terrà a Bologna il 26 marzo alle 15.30 presso la libreria Modo Infoshop. L’iniziativa, dal titolo Fuori fiera, lavorare nell’editoria, è stata promossa da ReRePre (Rete dei redattori precari) e potrà essere seguita in diretta su Radio Articolo 1.
Interverranno giornalisti, editori, traduttori, scrittori e sindacalisti, cioè quelle figure che nell’editoria spendono la propria professionalità e auspicano quindi un cambiamento. Oggi sembra che l’unica strada percorribile sia lo svilimento di questi mestieri, ma, si chiedono gli organizzatori di Fuori fiera, “siamo sicuri che questa realtà non danneggi profondamente lo stesso mercato editoriale e culturale?”
Foto | Flickr
Tutto da leggere il bel pezzo di Stefano Salis pubblicato sul Sole24Ore che, in tempi grami per le librerie (tantissime ne stanno chiudendo, lo dice anche lui) ricorda come alcuni punti vendita di libri abbiano contribuito nel ‘900 alla vita culturale della vecchia Europa.
Come la libreria Shakespeare & Co. di Parigi (quella originale, all’8 di rue Dupuytren, non quella di oggi, nata negli anni ‘50), la cui libraia Sylvia Beach sostenne la pubblicazione dell’Ulisse di Joyce.
“Di librerie storiche memorabili sparse per tutto il Vecchio continente ce ne sono (state) molte - scrive Salis - Botteghe che non esistono più, fatte di eleganza, competenza molta romanticheria e qualche improvvisazione“.
Continua a leggere: Librerie che resistono, da Barcellona a Londra

Quasi tutte le nazioni del mondo hanno il proprio istituto per tutelare e diffondere il proprio patrimonio culturale nazionale all’estero e ogni paese, solitamente, sceglie di intitolare questo istituto ad un personaggio simbolo della propria cultura; è per questo che il mondo è pieno di sedi della Società Dante Alighieri, di quelle del Goethe Institut, dell’Instituto Cervantes, dell’Instituto Camoes, persino del Confucio Institute.
L’unico a mancare, almeno finora, era l’istituto della cultura francese che, con fare tipicamente français, ha sempre scelto di chiamarsi Institut français, convinto che fosse sufficiente la dichiarazione di nazionalità per sdoganare la propria cultura nel mondo, almeno fino a qualche tempo fa almeno.
Ultimamente infatti, anche i francesi sembrano aver capito che è più utile e più carino (e forse anche più vantaggioso a livello pubblicitario) scegliere il nome del proprio istituto nazionale pescando dal serbatoio dei grandi uomini di lettere che la Francia ha creato nella storia. E quindi, dopo un’attenta analisi, la scelta è caduta su Victor Hugo. Ma sarà quella giusta? Io personalmente avrei suggerito un provocatorio Louis Ferdinand Céline, o un incontestabile Charles Baudelaire, o un Gustave Flaubert qualsiasi, ma in fondo va bene anche così.
Via | MagazineLittéraire

In un pezzo del 13 gennaio apparso sul Corriere della sera, Cesare Segre riflette sull’uso che si fa oggi della lingua e in particolare sull’appiattimento dei registri linguistici. Partendo da un documento diffuso dalle Accademie della Crusca e dei Lincei sull’insegnamento dell’italiano nelle scuole, il filologo denuncia l’assenza di differenziazioni, nel parlare, di situazioni e ruoli. Si tende cioè, sempre di più, a utilizzare un modus parlandi unico sia che ci si riferisca a un amico in una circostanza conviviale che a un’altra persona durante un’occasione ufficiale.
Gli esempi di questo atteggiamento si riscontrano (comprensibilmente a mio avviso) tra gli stranieri che, non conoscendo bene l’italiano, fanno fatica a modulare i registri e (senza giustificazioni) in politica, nel cui ambito i veri oratori sono rimasti in pochi, perché la maggior parte cerca di accattivare l’elettorato usando un linguaggio medio-basso. “Le conseguenze - dice Segre - sono disastrose: da una parte si finisce per ridurre qualunque dibattito a uno scontro fra slogan contrapposti, dall’altra si favorisce la trasformazione di contrasti d’opinione in alterchi, nei quali le passioni, o i preconcetti, annullano il confronto delle idee.”
Un ulteriore elemento messo in luce nell’articolo è l’uso indiscriminato del turpiloquio, per cui nei discorsi abbondano termini per riferirsi a organi maschili e femminili; ma, ricorda Segre, “non dimentichiamo che i cosiddetti attributi, se da un lato vengono usati a designare vigore e potenza, dall’altro sono sinonimo di stupidità: una molteplicità di significati che ci porta nell’indifferenziato, là dove la parola non è ancora stata affilata per interpretare il mondo.” Questa serie di riflessioni ha dato vita a un dibattito sintetizzato in un altro pezzo del Corriere della sera, in cui scrittori e critici dicono la loro sull’evoluzione della nostra lingua.
C’è chi, come Silvia Ballestra, solleva i giovani dalla responsabilità del disfacimento dell’espressione orale e sottolinea la perdita di efficacia delle “parolacce” che, venendo usate con molta frequenza, non assolvono più la loro funzione originaria. Vitaliano Trevisan si sofferma sul dialetto e afferma che “nel registro alto perde qualcosa, mentre se è vivo è molto vivo in basso, e ha intatte le sue caratteristiche di inventiva.” Antonio Scurati parla di “una sorta di compulsione bassomimetica che è la manifestazione più evidente del clima di basso impero in cui viviamo.” Un altro aspetto ripreso è l’atteggiamento di chi si rivolge agli immigrati dando del tu, come a sottolineare una superiorità e una mancanza di rispetto. In generale tutti sono concordi nel rilevare un impoverimento dell’italiano, che più che evolvere sembrerebbe destinato a degradare. Voi cosa ne pensate? E’ un’esagerazione e in realtà non vi sembra nel quotidiano di riscontrare tanto abbrutimento o siete d’accordo con Segre?
Via | Corriere della Sera
Foto | Flickr