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Il Libro dei fatti 2010 e la salute precaria del giornalismo italiano

pubblicato da Andrea Coccia

libro dei fatti 2010
Qualche giorno fa vi ho parlato di una misteriosa intervista a Philip Roth pubblicata da Libero e ripresa dal Corsera che si è poi rivelata inventata, contemporaneamente si sta scatenando una dura polemica contro la direzione del TG1, rea di aver sostituito, nell’ambito di un servizio sul caso Mills, il termine “prescritto” con “assolto”: pare proprio che il giornalismo nostrano non se la passi molto bene.

Oggi vi voglio segnalare un altro episodio che, almeno a mio parere, testimonia ulteriormente lo stato di salute precaria del nostro giornalismo, si tratta della pubblicazione del Libro dei fatti 2010, un almanacco “bestseller”, curato dalla agenzia di stampa Adnkronos, che da 21 anni ripercorre l’anno precedente la pubblicazione registrandone gli accadimenti più importanti, quelli che hanno segnato il 2009 giorno per giorno: dalla tragedia del terremoto dell’Aquila fino alla pioggia di medaglie dei mondiali di nuoto, fino alla morte del re del pop Micheal Jackson.

Divenuto ormai una tradizione, il Libro dei fatti è un almanacco certamente interessante, curioso, magari anche utile da tenere sotto mano o da lasciare in bagno per le letture veloci, ma sicuramente non è una pubblicazione aproblematica, richiede una certa imparzialità e un certo controllo, non possiamo infatti fare a meno di chiederci chi ci sia dietro la selezione dei fatti più importanti dell’anno e del loro commento.

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A 34 anni dall'omicidio di Pier Paolo Pasolini pochi se ne ricordano

pubblicato da Andrea Coccia

A 34 anni dall'omicidio di Pier Paolo Pasolini pochi se ne ricordano2 Sono passati 34 anni dalla tragica e misteriosa morte di Pier Paolo Pasolini ammazzato sul lido di Ostia, ma pochi sembrano ricordarsene. Da una veloce ricerca tra le news pubblicate questa mattina su internet difatti, l’unico post che ricorda questa tragica ricorrenza si ritrova sulle pagine di Queerblog, mentre sembra che sulle testate online dei principali quotidiani nazionali l’anniversario sia passato completamente inosservato.

E’ un peccato non vedere nelle pagine virtuali del Corsera, per esempio, qualcuno degli interventi di Pier Paolo Pasolini, tanto profondi quanto attuali nelle loro analisi e conlcusioni. Sì perché la caratteristica principale del Pasolini Corsaro, quello del Caos, delle Lettere luterane, degli Scritti corsari, giusto per fare qualche esempio, è la profondità e la capacità di vedere più in là dei suoi contemporanei.

Già a metà degli anni ‘70, infatti, Pasolini aveva intravisto e delineato con nitidezza impressionante il futuro sociale dell’occidente, dominato dal disimpegno, dalla religione dell’edonismo e da una grettezza intellettuale sempre più diffusa.

Solo su una cosa, forse, Pasolini si sbagliava: credeva probabilmente in un futuro segnato da una omologazione di stampo piccolo borghese, mentre i tempi che stiamo vivendo ci stanno dimostrando come, paralleli a questo fenomeno, corrano i binari di un’altra dinamica omologante, quella della povertà, quella di una classe che una volta si chiamava sottoproletariato e che oggi, pur non avendo nome, sta ingrossando le sue file a dismisura.

Foto | Wikipedia

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Come mi batte forte il tuo cuore, di Benedetta Tobagi

pubblicato da Andrea Coccia

Come mi batte forte il tuo cuore, di Benedetta Tobagi Esce domani, 3 novembre, per i tipi Einaudi il libro Come mi batte forte il tuo cuore: Storia di mio padre, di Benedetta Tobagi, figlia del grande giornalista del Corsera, Walter Tobagi, ucciso dalla ‘Brigata XVIII marzo’, una banda di ricchi figli della borghesia milanese che, all’inizio degli anni ‘80, giocava al terrorismo.

Quella di Walter Tobagi è stata una delle voci più profonde della storia del giornalismo italiano, una di quelle voci che, con la complicità di una mente acuta, di un’intelligenza brillante e di un forte senso della professionalità e dei valori civili, avrebbero potuto dare molto al nostro paese, quest’oggi così privo di personalità del genere, soprattutto nel mondo del giornalismo.

Roberto Saviano, che di questo libro ha scritto oggi su Repubblica una bella recensione, ricorda “Tobagi non era un giornalista d’inchiesta. I terroristi non uccisero giornalisti d’inchiesta, ma giornalisti come Carlo Casalegno e, appunto, Walter Tobagi che analizzavano le questioni, davano nomi e interpretazioni. Non rivelazioni di nuovi elementi. E questo li condannava a morte. “Scrivere chiaro è difficile” diceva Walter Tobagi.”

Giornalisti che analizzano le questioni, che fanno nomi, che danno interpretazioni, giornalisti il cui primo attributo è l’onestà intellettuale: dal giorno della morte di Walter Tobagi sono passati quasi trent’anni ormai, da allora di giornalisti come lui ne nascono sempre di meno, forse rieleggerne la storia, ripercorrere le cause che ne hanno decretato la condanna morte (sua come di molti altri giornalisti i cui nomi dimentichiamo purtroppop facilmente) può contribuire a migliorare la grottesca situazione in cui versa il giornalismo italiano.

Benedetta Tobagi
Come mi batte forte il tuo cuore: storia di mio padre
Einaudi
euro 19,00

Via | Repubblica.it

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Ecco perché il premio Nobel a Herta Muller è una grande opportunità

pubblicato da Andrea Coccia

Ecco perché il premio Nobel a Herta Muller è una grande opportunità

Il trambusto che ha sollevato in Italia l’assegnazione del premio Nobel per la letteratura a Herta Muller ha avuto un’intensità elevatissima: da alcuni esponenti della critica giornalistica, in primis D’Orrico del Corsera, fino ad un sacco di lettori comuni, alcuni anche lettori di Booksblog, la vittoria della Muller è stata spesso vissuta con fastidio.

Anch’io, nel mio piccolo, ho avuto l’istinto iniziale di chiedermi chi diavolo fosse questa Muller, forse una parente dei produttori di yogurt, eppure studio lettere, scrivo in un blog di libri, produco una rivista di letteratura. Ma proprio per questo motivo mi sono subito imposto di riflettere e di vedere la cosa in modo intelligente. Non so chi sia Herta Muller? Beh, allora vuol dire che dovrò allargare i miei confini culturali, dovrò legegre qualche libro in più.

Ma quello che mi ha fatto definitivamente giudicare positiva la vittoria della Muller è un articolo apparso oggi sul Fatto Quotidiano, intitolato “L’editore del Nobel che gira in furgone e brinda a chinotto”, un articolo che parla di un editore, Roberto Keller, che produce libri in soffitta, che ha pagato poco meno di 1000 euro per i diritti de Il paese delle prugne verdi e che ora, alla luce di questo Nobel, potrà dare un contributo forse importante, sicuramente originale, al panorama editoriale italiano. Se l’avesse vinto Philip Roth questo Nobel, o qualsiasi altro grandissimo autore, tutto questo clamore sarebbe servito a molto di meno.

Foto | Gazzetta di Parma

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