“…A Schummertal. Novembre. E il mio cuore era pesante come uno straccio per i pavimenti vecchio e fradicio. (…) Decido dunque di andare al Maison, a prendermi un caffè Fertig. …E’ andata proprio così: in tasca niente, oltre a un paio di sigarette e un po’ di moneta…Ero però in attesa di qualcuno che mi doveva. Ma prova a raccontarlo, appena fuori di galera, prova a dirlo a qualcuno, che a dire il vero ti spetterebbero un sacco di soldi”
Un Charles Bukowski svizzero, il protagonista di questo In porta c’ero io! , di Pedro Lenz, che dà voce a Gol, ex tossicodipendente appena uscito di galera che ti conquista dalla prima all’ultima pagina, con la sua scrittura “parlata”. Il libro, che ha vinto il premio Schiller 2011, è stranamente poetico, come - lo insegnava lo stesso Buk - può essere la vita in certi bassifondi di solitudine, ansia di vita e senso di vuoto, perchè i cuori migliori stanno lontani dalle cravatte.
Perchè Gol appena uscito di prigione si innamora, gli riesce facile, anche se non è mica come Budi, il fidanzato di Regula “mi congratulo Budi: tu hai tutto sotto controllo, controlli la tua macchina, controlli la tua fidanzata, controlli la tua pettinatura, controlli la tua pressione del sangue, sei il capo, Budi, al centopercento, sei il campione, Budi, lei è tua, hai in pugno la situazione, hai in pugno lei, bravo, bravo, bravo Budi, bambino di mamma ho pensato, e ho sputato per terra”.
Quasi una sorta di storia della letteratura trasversale il cui filo conduttore è il gatto. Sono molti, infatti, gli scrittori che, in un modo o in un altro, hanno uno stretto rapporto con un animale, un gatto in particolare e sarebbe interessante vedere se la presenza - o l’assenza - di un animale da compagnia abbia influenzato il modo di scrivere dei grandi della letteratura di ogni tempo.
Alcuni blogger provano a farlo in maniera visuale, raccogliendo foto di scrittori famosi con i loro gatti: ci troviamo, così, dinanzi a simpatici quadretti che svelano aspetti meno noti della vita degli autori. Come, per esempio, Bukowski che coccola un gatto bianco o Samuel Beckett che spera fiducioso che il cane e il gatto risolvano per fatti loro la momentanea lite. Abbiamo poi T. S. Eliot che scrive Il libro dei gatti tuttofare (Old Possum’s Book of Practical Cats) la cui copertina originale del 1939 è un vero tributo al gatto.
Dopo il salto, una gallery con alcuni scrittori celebri alle prese con i loro felini. E una domanda: secondo voi, “fa più scrittore” avere un gatto o un cane?
Scarabocchiare i margini dei libri è un’attività vecchia quanto il libro (o, comunque, quanto lo scrivere): basti pensare all’indovinello veronese, primo testo in volgare romanzo. Ci sono alcuni lettori che sui libri prendono appunti in forma di testo o anche di immagini; lo stesso vale per gli autori che, sui propri libri o su quelli che stanno leggendo, appuntano, scarabocchiano, vagano con la mente (e la matita). Pare sia un’attività preferita da chi ha una spiccata intelligenza e sensibilità. È stato pubblicato anche un libro sugli scarabocchi dei presidenti USA: Presidential Doodles: Two Centuries of Scribbles, Scratches, Squiggles, and Scrawls from the Oval Office squiggles & scrawls from the Oval Office.
Ecco una gallery con alcuni ghirigori di scrittori famosi. In ordine potrete trovare: Sylvia Plath (1932-1963), David Foster Wallace (1962-2008), Franz Kafka (1883-1924), Charles Bukowski (1920-1994), Vladimir Nabokov (1899-1977), Samuel Beckett (1906-1989), Jorge Luis Borges (1899-1986), Allen Ginsberg (1926-1997) - tra i più elaborati e, secondo me, splendidi.
Voi li scarabocchiate i vostri libri?
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È uscito God hates us all, il più celebre romanzo di Hank Moody, protagonista del telefilm Californication. Com’è possibile che uno scrittore inesistente, un personaggio di fantasia interpretato in un telefilm da David Duchovny abbia scritto un romanzo vero? Be’, dovreste chiedervi piuttosto: perché così tardi?
L’operazione di marketing era piuttosto ovvia, dato che Californication, ormai alle soglie della quarta serie, vede protagonista uno scrittore playboy, anzi ultra-playboy, il leggendario Hank Moody, una specie di Charles Bukowski da commedia. Nel pochissimo tempo libero tra una scappatella e l’altra, Hank - nella fiction - ha prodotto romanzi di successo come South of Heaven, Seasons In The Abyss e, soprattutto, Dio ci odia (God hates us all). Ma quest’ultimo, grazie all’abile e tentacolare ufficio marketing del network televisivo CBS, da settembre scorso si può leggere davvero.
Da fan di Californication e da traduttore vorrei lanciare ai tanti editori che leggono Booksblog un doppio appello personale: 1) per favore, comprate i diritti di God hates us all; 2) fatelo tradurre a me!