“Il mio amico M. mi svela tutti i segreti di un buon caffè fatto in casa. Mi segnala la macchinetta migliore, la miscela, come dev’essere l’acqua…ma perchè farlo in casa se a Napoli vivo circondato da baristi-artisti che mi fanno godere, ad un prezzo modico, di un’arte dal valore inestimabile?”
Parte da questo presupposto il delizioso ‘Elogio del caffè al bar’ di Josè V.Q. Rives, uno spagnolo trapiantato a Napoli e direttore dell’Istituto Cervantes della città, che da ’straniero’ tesse le lodi di uno dei ‘piaceri’ del palato italiani più famosi. Il caffè.
Che non è ‘espresso’, ma semplicemente caffè, che si gusta non all’alba (bisogna dar tempo alle macchine di scaldarsi e lavorare due tre ore) si manda giù, dopo essersi sciacquati la bocca con un bicchiere d’acqua (“rito di abluzione per accogliere qualcosa di così prezioso”) in quattro sorsi e ha l’inconfondibile crema dal retrogusto, per i più esperti, di nocciola o cacao.
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