
La notte tra l’1 e il 2 novembre del 1975 Pier Paolo Pasolini veniva brutalmente picchiato e ucciso sul litorale di Ostia. Ora il poeta friulano avrebbe 88 anni, e chissà con quale sguardo osserverebbe l’Italia di oggi, i problemi dell’informazione, della politica (così cambiata da allora), della società. E chissà cosa penserebbe, ora che i capelli lunghi sono dappertutto, ci sono altri intellettuali “che sanno”, e le borgate di Roma sono state riempite da palazzoni.
E’ difficile dire cosa abbia lasciato a noi contemporanei l’opera multiforme di Pasolini: i suoi saggi, i suoi romanzi, le sue opere teatrali, i suoi film, le sue recensioni, la sua attività giornalistico-polemica. Forse a testimoniare quanto bruci ancora la sua figura, quanto sia ancora attuale, è proprio il fatto che la critica di oggi (letteraria, sociologica) non ha ancora trovato un compromesso sul quale basare il proprio giudizio.
Si è pasoliniani, e si ha una sorta di mito dello scrittore, o si è antipasoliniani, e allora si giudicano come frottole i suoi interventi sociologici, si pone l’accento sulla grossolanità di alcune interpretazioni, sulla troppa disinvoltura utilizzata nel maneggiare diversi strumenti interpretativi (il cinema, la critica letteraria, la psicoanalisi etc). Proprio in questi giorni sono usciti dei libri che a volte cercano di fare il punto su questo personaggio, come ci informa Bruno Pischedda in un articolo (per molti versi dissacrante) uscito sull’ultimo inserto del Sole 24ore (”Pasolini, lucciole senza lanterne”).