Lei ricorda ancora la macchia scura che ha visto la prima volta, al suo posto ora c’è un cuore che batte veloce, quel battito che non può controllare le fa paura. Chiude gli occhi e poggia la mano sul torace per sentire il suo cuore e trattiene forte il respiro. Il dottore le stringe invece la mano con un’intimità che non si aspettava e lei si tiene stretta a lui come a un padre.
“Lo sente?”
Anche il suo cuore adesso continua a battere forte e a gareggiare con quello di suo figlio.
“No, io non sento niente”, dice.
Quand’è che un amore è perfetto?. La domanda assedia la vita di Gioia, la protagonista di L’amore imperfetto, il bell’esordio di Irene di Caccamo che dà il via alla nuova collana di narrativa Greenwich.2 di Nutrimenti a cura di Benedetta Centovalli, ed è in uscita il 30 settembre. Accade quando nella sua esistenza convergono all’improvviso dei durissimi interrogativi sul senso che alla vita dà la morte di chi amiamo, e su cosa significhi amare davvero una persona nonostante l’apparente voglia di fuggire da lei o l’incapacità di comunicarle quello che si prova.
C’è silenzio, nella vita di Gioia, volitiva medico anestetista che vive a Roma, e la cui esistenza è travolta da improvvise assenze e nuovi arrivi. Un’ultima notte di un amore forse già finito, la morte del suo uomo che da tempo le nasconde un segreto: da quell’incidente Gioia “la notte non riesce a dormire. Dal letto guarda la casa vuota che Edoardo ha lasciato. Di notte si alza per bere e camminare al buio. La valigia è ancora dove lui l’ha abbandonata”.
Continua a leggere: Anteprima Booksblog. L'amore imperfetto, di Irene di Caccamo
Il matrimonio? La tomba dell’amore, dice il luogo comune. Dipende, direbbe Jane Eyre, dopo quante peripezie ci arrivi, e a quale prezzo (attenzione: segue spoiler di Jane Austen!Ehehehe). Visto il suo caso, poi, il matrimonio può diventare un vero colpo di scena se - come sa chi ha letto l’omonimo romanzo di Charlotte Bronte, corona un sogno d’amore lungamente impossibile.
Dopo impedimenti apparentemente insuperabili, come la differenza sociale fra gli sposi, la scarsa autostima di lei (!) e un pregresso matrimonio non rivelato che rischia di mandare tutto all’aria (anche a causa, diciamo, del cattivo temperamento della sposa precedente).
A parte queste ironiche pennellate su uno dei più bei romanzi di sempre, vi riporto il brano in cui Jane descrive la sua felicità di donna sposata, con una delle mie frasi preferite di sempre sul significato di essere (felicemente) in coppia:” Lo stare insieme è nello stesso tempo per noi essere liberi come nella solitudine,essere contenti come in compagnia”.
Continua a leggere: Le più belle pagine d'amore. Jane e Mr Rochester (Jane Eyre)
Non è una lunga lamentazione sulle sofferenze del carcere, il De profundis di Oscar Wilde. A chi non conoscesse questa splendida opera scritta in prigionia a Reading – dove Wilde finì ultraquarantenne con l’accusa di omosessualità per aver amato Alfred Douglas – consiglio di recuperare la lacuna.
Si tratta infatti di un testo, una lunga lettera in pratica, in cui l’autore svela la sua profondità, la sua umanità, la sua vocazione all’arte, la sua fede nella verità – che ai tempi, lo sappiamo, costava carissimo – di un amore che lo aveva portato, fra l’altro, alla rovina economica ( per soddisfare i capricci del ragazzo, a cui fra l’altro si riunì una volta uscito dal carcere).
Wilde e Alfred tornarono insieme, ma in carcere lui lo accusa di suoerficialità e di poca compassione nei confronti della sua vicenda (fra l’altro si misero in mezzo anche i genitori di Alfred), componendo uno dei più bei inni all’amore, al significato della sofferenza, all’umiltà, che ci abbia regalato la storia della letteratura.
Continua a leggere: Le più belle pagine d'amore. Oscar e Alfred (De Profundis)
E’ un luogo comune: il gioco dei sentimenti e delle relazioni amoroso è uno dei più complicati da comprendere - e più complessi da vivere - che ci sia stato dato. Perchè allora non esplorarne le sfaccettature rivolgendoci a quello che i più grandi scrittori di tutti i tempi hanno scritto sull’argomento? Potrebbe essere - pensavo - un modo per essere invogliati a leggere un capolavoro letterario che abbiamo sempre snobbato.
Sì, lo so che voi che amate leggere e che ci seguite sapete già chi sono Marius e Cosette, e magari avete letto e riletto i Miserabili. Per tutti quelli per cui non fosse così, mi piace rispolverare in questo primo post alcune delle più belle pagine d’amore del capolavoro di Victor Hugo. Un ristoro per il cuore del lettore appassionato, seguire i ritmi di scrittura di Victor Hugo e la sua definizione di “Amore”.
Che avviene precisamente nella prima lettera d’amore che scrive Marius a Cosette, ancor prima di sapere il suo nome. Aprite, se proprio non volete leggere tutto il libro, la Parte Quarta, libro Quinto, paragrafo IV (”Un cuore sotto un sasso”), da cui traggo questo splendido passo che trovate dopo il salto.
Continua a leggere: Le più belle pagine d'amore. Marius e Cosette (I Miserabili)
“No, non mi lamento. Di questa vita. Che scorre, si trasforma, si distrugge. Che ricalco attraverso una patina trasparente di umanità e per questo mi fa schifo. Che riesco a sopportare dignitosamente solo dopo il primo bicchiere di rum, perchè la nitidezza mi repelle”.
Tornano a conquistarci gli occhi, in questo nuovo romanzo di Marilù Oliva, le movenze ipnotiche della Guerrera, uno scricciolo con i capelli fino al sedere e gli occhi di brace dal taglio arabo, che combatte con la consueta determinazione le sue quotidiane ore di esistenza diurna (la notte no, quella non è vita, è solo rum e ballo, patate fritte e a volte sesso).
Torna con il suo piglio inconfondibile, in Fuego, la Guerrera-Elisa Guerra, perchè anche se fa i turni da pizza express su un motorino scassato non rinuncia alle scarpe da cubista (per la gioia dei clienti gay) e combatte con calci da capoeira un misterioso aggressore donna con baffi finti che la aggredisce sotto casa.
Kate guardò le donne intorno a lei. Formavano un gruppetto incongruo, le ricordavano una collezione di sassi raccolti sulla spiaggia nel corso del tempo da una mano invisibile, le scelte che apparivano sensate solo quando erano finalmente insieme.
Ho già spiegato in cosa consista, secondo me, la bellezza della scrittura di Erica Bauermeister (già autrice di La scuola degli ingredienti segreti), ovvero nella sensazione che si prova in certi momenti di improvvisa intimità fra donne, in una cucina in cui si è avvolte da piacevoli aromi di cibo in cottura, e in cui tutti i nostri sensi, rilassati e appagati, sono in festa.
Bauermeister non si smentisce neanche in questo secondo romanzo, in cui c’è la ricetta per riscoprire piccoli piaceri quotidiani che salvano la vita.
Come il massaggio ai piedi da parte di un uomo galante o le rose che ti sfiorano i capelli quando rientri nel tuo giardino. Nei romanzi di Bauermeister le auto ti superano con i finestrini abbassati spandendo musica jazz dall’autoradio, e le case al mare, sulla spiaggia, hanno sempre quel buon odore di pane farinoso, anche dopo essere state chiuse per anni, a causa del loro carico di dolorosi ricordi.
Continua a leggere: La casa dei destini intrecciati, di Erica Bauermeister
L’eredità di Rachel ha un mucchio di peli addosso e due occhi brillanti che sanno cosa stai pensando solo guardandoti in faccia. Si chiama Gem, è un boarder collie e gliel’ha lasciato una vecchia prozia, zia Dot, una tipa un po’ stramba che da tempo si era ritirata a vivere in una tenuta di campagna adibita a rifugio di cani abbandonati.
Inizia così Il rifugio dei cuori solitari di Lucy Dillon, caso editoriale esploso col passaparola che conquisterà chi ama i quattrozampe e le storie d’amore. Storie d’amore non solo fra esseri umani, uomo e donna, ma anche fra cani e padroni, ovviamente.
Le storie d’amore raccontate da Dillon nascono infatti anche grazie a cuccioli di cane che vanno a colmare vuoti quando i bimbi tanto desiderati non arrivano, o quando ad esempio in una famiglia i figli subiscono i dolorosi divorzi dei genitori e le conseguenti astiose recriminazioni.
Continua a leggere: Il rifugio dei cuori solitari, di Lucy Dillon
L’articolista del New York Times passa in rassegna i più famosi pseudonimi inventati, in passato, dagli scrittori: Lewis Carroll (Charles Dodgson), George Orwell (Eric Blair) e Isak Dinesen (Karen Blixen).
Ma anche Agatha Christie scrisse romanzi d’amore con lo pseudonimo di Mary Westmacott, ed Eric Blair prese un bel nome inglese, George Orwell. Anche noi ne abbiamo avuti(basti pensare a Italo Svevo – Ettore Schmitz; Sibilla Aleramo-Rina Faccio; Alberto Savinio-Andrea de Chirico).
Molti decisero di cambiarsi solo il cognome, per la vanità, forse, di renderlo più aulico (Alberto Moravia-Pincherle; Elsa Morante-Lo Monaco). Ma perchè usare uno pseudonimo, in fondo?
Continua a leggere: Scrivere sotto pseudonimo, una moda d'altri tempi?
La poesia è morta? La letteratura aforistica ancora peggio? E allora ecco che noi andiamo controcorrente e suggeriamo delle chicche per chi ama questi generi tanto bistrattati (soprattutto in Italia).
Inizio con Taccuino d’amore, del premio Nobel Wislawa Szymborska, una delle mie poetesse preferite. Un libro che consiglio di leggere soprattutto se siete innamorati, perchè per dirla con lei, in effetti, “che se ne fa il mondo di due esseri/che non vedono il mondo?(…) Guardate i due felici:/se almeno dissimulassero un po’/si fingessero depressi, confortando così gli amici!” (Un amore felice).
E invece “Eccoci qui distesi, amanti nudi,/belli per noi – ed è quanto basta -/solo con foglie di palpebre vestiti/siamo immersi nella notte vasta” (Notorietà). Anche se nessun giorno ritorna, e “ieri, quando il tuo nome qualcuno ha pronunciato/mi è parso che una rosa/sbocciasse sul selciato./Oggi che stiamo insieme,/ho rivolto gli occhi altrove./Una rosa? Ma cos’è?” (Nulla due volte).
Ne Il linguaggio segreto dei fiori di Vanessa Diffenbaugh ho respirato la stessa atmosfera riposante che si trova in alcuni best seller al centro dei quali ci sono storie di donne lontane dai ritmi frenetici degli impieghi metropolitani (penso ad esempio alla stessa Scuola degli ingredienti segreti).
Si tratti di composizioni floreali o di cucina, la storia scorre narrata attraverso gli occhi di una protagonista che svela se stessa raccontandoci le sue routine e il suo “club” di rapporti amicali-parentali, introducendoci in punta di piedi – e senza sentimentalismi – nei complicati meccanismi che caratterizzano l’inizio di una storia d’amore.
Victoria ha 18 anni, è appena uscita dalla casa per orfane che l’ha accolta per una vita, e non sa cosa fare della sua esistenza. Odia il contatto fisico, che le procura degli involontari conati di vomito, si tratti di una carezza sulla schiena o delle mani infilate sotto le maniche del cappotto per aggiustarle i polsi di una maglietta.
Continua a leggere: Il linguaggio segreto dei fiori, di Vanessa Diffenbaugh