
La vergine ventenne ch’io fui […]
[…] ora dov’è?
Ove scomparve ella che fu sì certa di non morire? Non morì.
Rimasta è fra la scabra terra presso il fiume che mormora
e serpeggia in tortuose spire oltre le grandi foreste:
intatta giace fra tremolii di fronde e rami di betulle […]
Calmo è il sonno di quella ch’io già fui
Nella terra che suona ancor del canto dei miei vent’anni-
e sole o pioggia o neve il mio volto d’allora ha quella terra”
(da Ada Negri, “Vita ch’io vissi”)
Certi luoghi ci hanno avuto, è rimasta in loro come un vapore la vita che ci abbiamo vissuto. Tornandoci, possiamo riviverla. Noi, come direbbe Whitman, “siamo stati” e anche se non siamo più gli stessi, abbiamo via via lasciato quello che siamo stati dentro la terra dove siamo passati e su cui abbiamo vissuto, premendola con i nostri corpi.
E proprio questo dice Negri (Lodi 1870 - Milano 1945): nel fiume vedo ancora il mio riflesso ogni volta che ci ripasso, lo stesso che ho lasciato cadere quando mi ci sono specchiata a venti anni. E il fiume lo conserverà sempre ai miei occhi. Vi ricorda un po’ i campi di grano del Piccolo principe?

“Avevamo studiato per l’aldilà/un fischio, un segno di riconoscimento/Mi provo a modularlo nella speranza/che tutti siamo già morti senza saperlo”
Molti di noi hanno imparato a memoria, a scuola, la poesia di Eugenio Montale (Genova 1896 - Milano 1981) che fa “Ho sceso, dandoti il braccio, un milione di scale”…Ebbene sappiamo che quella poesia fa parte della silloge Xenia, dedicata alla moglie morta del poeta, e ricordiamo forse le sue foto con gli occhialoni.
Se abbiamo il coraggio però di riprendere in mano quella intera silloge, scopriremo davvero una vera poesia d’amore, una nostalgia fatta di piccole “assenze”. E l’aldilà è solo un altro mistero dall’altra parte del “muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”…”
“Eppure non mi dà riposo/sapere che in uno o in due noi siamo una cosa sola”
Da procurarsi assolutamente, come tutti i “Sassi” dell’editore Nottetempo, questo delizioso libretto dal titolo “I 33 nomi di Dio”, versi sciolti di Marguerite Yourcenar (Bruxelles, 8 giugno 1903 – Mount Desert, 17 dicembre 1987), che girano intorno all’eterna domanda: dov’è Dio.
Dio, per lei, è molto vicino, è (anche)
il mare al mattino,
il volo triangolare dei cigni;
Sole nascente
sopra un lago
ancora mezzo
ghiacciato;il silenzio fra due amici.
Il trionfo del corpo dell’amata, l’amore che passa per le sue mani, per le colombe gemelle dei suoi seni, per i suoi piedi che calcano la terra e, soprattutto, per il suo sorriso.
Una bellissima selezione delle poesie d’amore di Neruda è quella edita dall’editore Passigli con il titolo “I versi del Capitano”. Una silloge consegnata negli anni ‘50 all’editore da Rosario de la Cerda (in realtà la compagna dell’autore, Matilde Urrutia, cui sono dedicati) e che narra di un’amore nato e consumato in un’isola in una notte che “fu tutta la terra”.
Di un uomo innamorato e rapito dal corpo della sua donna come un vasaio, di una donna che cammina fra le altre ed è una regina, anche se nessuno lo sa, di due amanti che neanche il sogno può separare, perchè al mattino si ritrovano uniti, abbracciati come si sono addormentati. “In questo territorio/dai tuoi piedi alla tua fronte/camminando, camminando, camminando/passerò la mia vita”.
Tanti lettori e lettrici di Booksblog sono giovani e giovanissimi: ci seguono per le tante segnalazioni su Harry Potter, o su Breaking Dawn, ultimamente. A tutti loro è dedicata la poesia di oggi, che parla di baci ed è stata scritta da Jacques Prévert (Neuilly-sur-Seine, 4 febbraio 1900 – Omonville-la-Petite, 11 aprile 1977).
Un autore che, spero, venga ancora scritto sui diari delle adolescenti oggi come era spesso quando io avevo 14 anni. E perchè non solo le canzoni parlano d’amore, ve ne scrivo qualche verso, sperando vi venga la curiosità di comprare i libri di questo poeta, che sa interpretare i batticuore che prendono i giovanissimi quando si innamorano:
I ragazzi che si amano si baciano in piedi
Contro le porte della notte
E i passanti che passano li segnano a dito
Ma i ragazzi che si amano
Non ci sono per nessuno
Ed è la loro ombra soltanto
Che trema nella notte
Stimolando la rabbia dei passanti
La loro rabbia il loro disprezzo le risa la loro invidia
I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno
Essi sono altrove molto più lontano della notte
Molto più in alto del giorno
Nell’abbagliante splendore del loro primo amore
(I ragazzi che si amano, in “Poesie scelte”, Guanda)
Foto | Wikipedia commons
Degustazioni di aggettivi, illuminazioni di metafore, musicalità di ritmo: Booksblog vi propone, da oggi, un “alfabeto poetico” per scoprire autrici e autori più o meno conosciuti attraverso i loro componimenti.
Il criterio seguito sarà quello alfabetico, ovvero il fatto di proporre una parola per ogni lettera dell’alfabeto. Per ognuna di queste parole, una poesia, un autore.
Iniziamo con la poesia di un autore contemporaneo che non nasce poeta, ma dai suoi romanzi in fondo, per chi li conosce, si intuisce questa sua vocazione. Erri De Luca (Napoli, 1950), che pubblica con i tipi Einaudi il suo secondo libro di versi. E proprio intorno all’abbandono sembra ruotare la sua poesia, riportata sulla copertina del libro visibile qui a lato: un incontro di volti che scivola, inaspettatamente, in un abbandono.