
In questi giorni alla stazione Leopolda di Firenze i cosiddetti “Rottamatori” capeggiati da Renzi si sono ritrovati per la seconda volta, a un anno di distanza dal primo incontro, a parlare del futuro dell’Italia. A questo giro il nome scelto per l’evento è stato Big Bang, a significare la volontà di una nuova partenza esplosiva che possa ricreare un legame di fiducia tra la classe dirigente della sinistra e la sua base, sempre più distante.
Al di là dei discorsi politici, che potete trovare tra i post degli amici di Polisblog, in questa sede vi vorrei proporre qualche ragionamento a caldo sul discorso di Alessandro Baricco, lo scrittore e Gran Maestro degli Holdeniani, che è intervenuto sul palco della Leopolda con un breve intervento di una decina di minuti.
Percorriamo velocemente ciò che ha detto Baricco. Dunque, l’inizio è promettente, lo scrittore torinese ammette le colpe della propria generazione, il cui errore fondamentale è stato quello di “allestire un sistema di tutele, di privilegi, di difese” che idealmente rivolte alla tutela degli emarginati e dei deboli ha invece agevolato l’autosostentamento di sistema basato sulla mediocrità e sul servilismo.
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In un momento come questo, contraddistinto da una produzione editoriale ipertrofica e da una recrudescenza del perverso fenomeno che vede, nel nostro paese, aumentare a dismisura gli scrittori e, contemporaneamente, crollare il numero di lettori – tanto da arrivare alla constatazione paradossale che la maggior parte degli aspiranti scrittori non legge – la pubblicazione di questo piccolo volume tascabile di un giovane esordiente completamente controcorrente come Giacomo Leopardi non può che far piacere.
Quello che colpisce di più in questo formidabile ragazzo nato e cresciuto nella desolante provincia marchigiana è l’acutezza del suo sguardo, la formidabile capacità di analizzare il mondo che lo circonda e che non ha mai visitato, alla perfezione, dimostrando una conoscenza così profonda dell’animo umano e di questo secol nostro, che a fatica si riesce a credere che, come scrive Alessandro Baricco nella sua introduzione:
Lo sguardo di Giacomo è uno di quelli ampi, come la vita. Ed è straordinario per uno che come lui non si è praticamente mai mosso da Recanati. Ma Giacomo è un mutante, un barbaro. Giacomo ha le branchie e respira dove noi crediamo di affogare. Le sue branchie si chiamano Twitter, Facebook, Anobii. Leopardi rappresenta perfettamente il prodotto della nostra evoluzione.
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Leggere è importante. Ma anche rileggere. Sono così tornato sulle mie letture di qualche tempo fa e ho ripreso in mano Emmaus di Baricco.
La storia è nota: un gruppo di liceali che si divide tra scuola e parrocchia e che si trova a fronteggiare eventi e situazioni ben più grandi di loro. Il dubbio, la paura di poter far fronte con la sola fede ai vari problemi che incontrano, una fede che forse è vissuta in maniera un po’ troppo di maniera. Alla fine il gruppo si disperde e rimane solo il narratore – la voce narrante che resta ignota per tutto il libro – che tornerà sotto le ali della parrocchia. All’orizzonte l’intenso brano evangelico dei discepoli di Emmaus che camminano e tornano sui propri passi; che hanno la soluzione al proprio fianco, ma sono incapaci di vederla; che sono disposti al dialogo e pronunciano una delle più belle “preghiere” di tutto il Nuovo Testamento: “Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto”.
In questo romanzo lo stile di Baricco è asciutto e lineare, a tratti scarnificato che, quasi per contrasto, ha il pregio di arricchire l’opera e di evidenziarne i passaggi. Interessante, poi, la scelta di affrontare la vita dei giovani attraverso la lente della fede nel contesto storico-culturale del periodo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Infine, in un periodo come il nostro in cui la pubblicità, le fascette editoriali, le IV di copertina, le bandelle assumono una cruciale importanza ai fini della vendibili di un prodotto, trovo oltremodo interessante la scelta di non scrivere nulla sulla coperta se non il titolo: è il lettore che, come i discepoli di Emmaus, deve compiere il proprio cammino…
Alessandro Baricco
Emmaus
Feltrinelli, 2009
ISBN 9788807017988
pp. 139, euro 11,70
Quando ho letto sul sito degli amici di Lapsus, una interessante rivista genovese, che Alessandro Baricco era tornato alla regia dopo l’esperimento cinematografico di Lezione 21 ho pensato ad uno scherzo, poi, dopo aver visto il video su YouTube mi sono ricreduto.
E’ proprio vero, il Bariccone nazionale è tornato dietro la macchina da presa, e l’ha fatto alla grande, dirigendo una serie di corti con due attori veramente fantastici, di quelli che hanno la comicità nel sangue e che soltanto il caso, o la sfortuna, hanno deviato sul binario morto della scrittura.
Uno è Carlo Lucarelli, scrittore affermatissimo di noir e indagatore tra i più fini dei misteri del nostro paese, l’altro è Dario Voltolini, scrittore membro della redazione del Primo Amore, il blog-rivista che conta tra i suoi collaboratori, tra gli altri, Tiziano Scarpa e Antonio Moresco. Per l’occasione però, i due scrittori si sono trasformati nei personaggi di una serie di sketch molto brillanti, Toshiro Mifune e Il Cinghiale.
Rare sono le volte che mi vedono applaudire ed approvare le mosse artistiche di Alessandro Baricco e le iniziative della Scuola Holden, ma questa è una senz’altro una di quelle. Il filmato è veramente fantastico, 3 minuti abbondanti di risate assicurate. Non siete d’accordo?
Via | Lapsus
Volendo parafrasare lo stesso Alessandro Baricco di Carlo Magno, l’imbecille (in Barnum. Cronache del grande show, Feltrinelli, 1995, pag. 69), potrei dire: “A parte che l’uscita di un nuovo testo di Alessandro Baricco è degna di nota; a parte che il titolo del libro è di sicuro effetto; a parte che il salotto buono di Fabio Fazio è una garanzia; a parte tutto questo e altre amenità” la presentazione di Emmaus durante la puntata di Che tempo che fa di sabato 7 novembre mi è apparsa scialba, se non addirittura demotivante.
Mi chiedo sempre perché Fabio Fazio, la cui intelligenza è fuori discussione, debba continuamente sperticarsi in lodi che finiscono per soffocare l’autore di turno. Nella puntata in questione ci si è limitati a parlare di temi gradevolmente secondari del libro (infilandoci anche Marrazzo e trans del momento) ma tutto questo incenso ha impedito a Baricco di affrontare il tema che avrebbe dovuto rendere appetibile la sua ultima fatica: l’incapacità dell’uomo di riconoscere. A questo è stato dato un rilievo minimo, anche se il titolo richiama direttamente uno dei passi evangelici più belli in cui si affronta proprio il tema dello smarrimento. Si è parlato sì dell’incoscienza che l’uomo ha del tempo, ma non dell’incapacità che l’uomo ha di riconoscere se stesso, le proprie ideologie, e le proprie aspirazioni.
È pur vero che le presentazioni dei libri in genere sono faziose poiché si parla sempre bene del testo in questione, ma è altrettanto vero che l’esaltazione molto spesso annulla il risultato. La giusta idea di non scrivere nulla nei risvolti di copertina per invitare il lettore a penetrare personalmente nel libro, si è forse scontrata con una logica di (troppe) parole e (molte) lodi che potrebbero portare alla noia, più che stimolare la curiosità.
Foto | Anz60 – Emmaus, Monastero di Santo Domingo de Silos, Burgos (Spagna)
Da ieri in libreria è possibile acquistare, sfogliare o sbirciare la nuova fatica letteraria di Alessandro Baricco, Emmaus. Ammetto di non essere un’esperta dell’autore: ho letto e apprezzato Oceano mare e Novecento, ma mi sono un po’ annoiata con Castelli di rabbia. Mi fido però del giudizio di Domenico Starnone che ha recensito il libro per Repubblica e in ogni caso la trama sembra intrigante.
Quattro bravi ragazzi cattolici (e qui mi viene in mente, anche se il genere è molto diverso, Jack Frusciante e il suo gruppo punk parrocchiale) si incontrano e scontrano con i loro coetanei liberi da sensi di colpa e altri problemi religiosi. Il tutto si svolge nella Torino degli anni Settanta anche se tempo e luogo restano, come da tradizione baricchiana, piuttosto indefiniti. E’ dunque un romanzo di formazione, in cui il protagonista senza nome e i suoi amici si misurano pian piano con la vita e tutto ciò che comporta: amore, sesso, violenza, morte.
Figura centrale è la bella Andre, un po’ androgina, tormentata, reduce da tentativi di suicidio. La ragazza irrompe nell’esistenza dei giovani amici e la stravolge, scompiglia e scuote. Loro perderanno l’innocenza e usciranno dal guscio protettivo e borghese in cui hanno vissuto per lungo tempo.
Continua a leggere: Arriva in libreria Emmaus, il nuovo libro di Baricco
Alessandro Baricco non è affatto nuovo alle collaborazioni giornalistiche, tutti ricorderanno “I Barbari”, pamphlet a puntate sulla presunta mutazione culturale degli ultimi anni, pubblicato su La Repubblica e poi diventata libro per la Fandango. Quest’oggi, sempre sul quotidiano La Repubblica lo scrittore torinese è tornato alla carica, esponendo le sue proposte per affrontare l’attuale crisi culturale del paese.
Grosso modo Baricco individua il nocciolo del problema nei finanziamenti pubblici diretti alle imprese culturali di più alto livello, vale dire festival culturali, per esempio e poi mostre, convegni, teatri dell’Opera, tutto ciò insomma che non interessa al pubblico di Massa, finanziamenti inutili, dunque, che tolgono soldi alla scuola e alla televisione. “Che senso ha, dice Baricco, sovvenzionare festival di storia, medicina e filosofia quando il sapere in televisione - dove sarebbe per tutti - esisterà solo fino a quando gli Angela faranno figli?” e poi rincara “Chiudete i teatri stabili ed aprite un teatro in ogni scuola”.
Insomma, la formula Baricco è semplice: tagliare i soldi alla promozione dell’alta cultura per deviarli sulla scuola e sulla televisione, vista ancora da Baricco, con un atteggiamento un po’ ingenuo, come fonte di acculturazione, esattamente come qualche decennio fa, quando insegnò agli italiani l’italiano.
Continua a leggere: La politica culturale secondo Alessandro Baricco
Dopo aver collezionato premi con “L’isola”, Armin Greder sceglie “La città” per tornare in libreria; una favola d’oggi sul rapporto tra madre e figlio, dove alla morte della madre corrisponde la crescita del figlio. Anche questa volta a tradurlo per le edizioni Orecchio Acerbo ci ha pensato Alessandro Baricco. La scrittura è scarna e incisiva, avvolta in un colore nebbioso e quasi nervoso; si avvicina a un narrato in bianco e nero dove il testo è relegato ai limiti, come se corresse su un binario altro, simile a un balloon ma senza la nuvola. Abbiamo intervistato Greder raggiungendolo in Australia.
Una domanda a Greder: se da bimbo avesse letto “La città” di Armin cosa avrebbe pensato?
Se mi immagino dodicenne, mi vedo spaventato e affascinato dalla morte di mia madre. La totale dipendenza da lei e il disastro dell’abbandono mi avrebbe spezzato come una corda. Mio padre era morto l’anno prima che io potessi essere pienamente cosciente del fatto che mia madre potesse morire. La dipendenza da mia madre e la sicurezza che lei rappresentava, mi avrebbe reso impossibile contemplare l’enormità della morte. Nel racconto, la morte della madre lascia il ragazzo libero di vivere la sua vita; a me invece avrebbe fatto scappare. Allo stesso modo, sarei stato incapace di vedere la natura egoistica e dannosa dell’amore della madre per il giovane – se mi permette di trovare un legame tra la madre narrata nella storia e la mia - . Avrei avuto bisogno di dieci anni in più, e di molte interferenze di mia madre nelle lotte con i miei lupi, per iniziare a capire.
Che cos’è la morte per Armin?
La morte fa parte della vita. Questa è la filosofia e funziona bene fino a che non si muore. Ma confrontarsi con la morte è di solito più un fatto che ha a che fare con le emozioni che con la filosofia. Poi la morte può essere niente: l’inaccettabile, una buia caverna senza fondo, una rabbia crescente, la fine del mondo, la vergogna di essere mezzi orfani, di essere abbandonati in una solitudine incomprensibile e ostile, la prova che Dio non esiste, la prova che Lui dovrebbe esistere, oppure una ragione per festeggiare (ad esempio nel caso di George W. Bush).
È uscito il 13 novembre in libreria “Mondi al limite”, edito da Feltrinelli, che racconta alcune delle crisi del mondo dimenticate dove opera l’associazione umanitaria Medici Senza Frontiere. Il volume raccoglie i racconti di Alessandro Baricco, Stefano Benni, Gianrico Carofiglio, Paolo Giordano, Mauro Cavcich, Sandrone Dazieri, Silvia Di Natale, Antonio Pascale e Domenico Starnone che sono stati nei vari luoghi in cui opera l’associazione premio Nobel per la Pace 1999.
Il racconto di Alessandro Baricco è stato elaborato dopo aver visitato il progetto di Medici Senza Frontiere in Thailandia, a Phang Nga, che offre gratuitamente cure primarie ai profughi birmani che vivono nel campo rifugiati con una particolare attenzione alla salute materno-infantile, alle malattie sessualmente trasmissibili e alla potabilizzazione dell’acqua. Il caso editoriale del 2008 con “La solitudine dei numeri primi”, Paolo Giordano, invece, per l’iniziativa ha scritto “Mundele” (che significa “uomo bianco”) dopo essere stato in Kenya coi volontari dell’associazione che curano gli africani infettati dall’Hiv. E così anche gli altri autori.
All’organizzazione di Medici Senza Frontiere indipendente di soccorso medico, andranno i proventi derivanti dalla vendita del libro e i diritti degli autori coinvolti (“Mondi al limite”, Feltrinelli, 14 euro).