E’ in libreria il nuovo romanzo di Vauro, il famigerato vignettista al centro di numerose polemiche per i suoi interventi ad Anno zero. Torna a parlare in questo nuovo libro di persone ai margini. Il protagonista è Madut, un ragazzo del Sudan figlio di una popolazione di pastori che, giunto a Roma per sfuggire alla guerra, si ritrova in una lavanderia a gettoni a mettere da parte in una scatola i calzini dimenticati dai clienti.
La sua storia si intreccia con quelle di altri immigrati, ma anche di prostitute, preti e poliziotti. Alcuni di loro si muovono di soppiatto nella bella capitale, che in apparenza accoglie, ma poi relega in pochi spazi adibiti ai diversi. Dice l’autore: “Questo libro ha un titolo particolare, La scatola dei calzini perduti, perché i calzini sono quelle cose che rivestono i nostri piedi, che ci permettono di camminare, di spostarci, di muoverci e questo libro parla di cammini. In particolare del cammino di un africano che viene da una tribù di persone che vivono a stretto contatto con le mandrie.”
Vauro è stato in quei luoghi di cui parla e ha conosciuto la gente della tribù dei dinka, che definisce dotata di “un’allegria quasi magica”. Non è questo, come si potrebbe pensare, un romanzo sulla tragedia dell’immigrazione, perché Madut si ritrova a Roma per caso, non arriva su un barcone, ma in aereo e lui stesso non si percepisce come immigrato; si vede più portato in un luogo diverso da qualche forza magica.
La scatola dei calzini perduti
Vauro Senesi
Piemme, 2009
€ 17,50
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Quali sono i romanzi che più hanno influenzato la storia della letteratura internazionale degli ultimi 25 anni? Lo ha chiesto la rivista Wasafiri a 25 scrittori internazionali, proprio per festeggiare i 25 anni dalla sua fondazione.
Da ‘Il giardino di mezzanotte’ di Rushdie a Lolita di Nabokov, passando per il ‘Paziente inglese’, le risposte sono le più diverse e opinabili (le trovate qui), ma credo sia una buona scusa per conoscere i temi di questa rivista.
Wasafiri in lingua Kiswahili, leggo, vuol dire viaggiatori, e si occupa di scrittori migranti con una particolare attenzione alla letteratura africana. Da tenere d’occhio.
Via | Antonio Dini
E’ uno dei primi eventi del primo giorno di Festival, di conseguenza ci si potrebbe aspettare un pubblico a chiazze e molti vuoti tra le sedie che riempiono il bellissimo Cortile della Cavallerizza, nel Palazzo Ducale. Ma così non è, perché il pubblico va ben oltre gli addetti ai lavori e i mantovani, sembra il pubblico del weekend, quello che fa la fila davanti agli eventi che si assiepa.
Davanti a questa marea di gente che ascolta attenta, Peter Florence presenta l’Africa letteraria, sintetizzata in quattro nomi, quattro facce. La stella della serata è la sudafricana Nadine Gordimer, vincitrice del premio Nobel nel 1991 e autrice di libri memorabili come Storia di mio figlio o Vivere nell’interregno, ma attorno a lei ci sono Natalia Molebatsi, anche lei sudafricana, la nigeriana Chika Unigwe e l’ugandese Timothy Wangusa.
Quei quattro visi, quelle quattro voci che parlano altrettanti inglesi differenti sono la voce dell’Africa, la voce dei senza voce, quella che, costretta ad usare la lingua dei colonizzatori per comunicare, non si fa schiacciare da questa costrizione, ma al contrario la sfrutta ne trae forza.
Foto di proprietà di Festivaletteratura di Mantova
E’ il settembre del 1975, e Ryszard Kapuscinski ha affittato una stanza d’albergo affacciata sul porto di Luanda, in Angola (Africa). Ci rimarrà tre mesi, in attesa della data fatidica: l’11 novembre, giorno in cui è prevista la proclamazione d’indipendenza del paese dal Portogallo. Sotto i suoi occhi, la città si svuota dei suoi abitanti: i negozi rimangono deserti, con inquietanti manichini nudi e la sporcizia, in strada, aumenta sempre di più, perchè gli spazzini (dopo la polizia e i vigili del fuoco) se ne sono andati in massa.
Il reporter polacco, che ogni sera manda dispacci all’agenzia stampa per cui lavora, ci racconta come di consueto i ‘retroscena’ di un momento storico, come in tutti i suoi libri. Come appunto uno ’storico dle presente’, lui è l’unico europeo dell’est a essere presente sul luogo dei fatti, mentre avviene la storia. E la storia, da buon giornalista, ce la racconta attraverso le vite di coloro che ne sono coinvolti.
Dagli ospiti dell’albego ai negozianti in fuga, ai soldati dell’esercito di liberazione, ognuno ha la sua verità: suggestivo in questo senso l’intarsio, nella narrazione, del discorso indiretto dei vari personaggi. “Abbiamo 100 tribù da trasformare in una nazione. Quanto ci vorrà? Nessuno può dirlo. Dobbiamo disabituare la gente all’odio”, dice uno dei partigiani ‘guerriglieri’.
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Le tante guerre dimenticate, i soprusi che ogni giorno in luoghi lontani e vicini vengono perpetrati, la miseria, la disperazione, insomma tutti quegli argomenti che restano sulle pagine dei quotidiani quel tanto che basta a fare notizia e a placare la brama di voyeurismo sono qui raccolti in un libro reportage sui sud del mondo, specificando che “non esistono solo i sud del mondo geografici, ma anche quelli sociali e culturali”.
Si parla dei vicini Balcani: delle ceneri della Bosnia, delle donne che non hanno un corpo su cui piangere, dei criminali di guerra che girano indisturbati; dei tanti perseguitati politici in Africa che, dopo aver superato innumerevoli difficoltà, approdano sulle nostre coste e si vedono rifiutare lo status di rifugiato. Sono ragazzi, anche molto giovani, sfuggiti a morte certa per l’appartenenza politica o per non aver voluto imbracciare i fucili, con il sogno di potere ancora studiare e trovare un giorno un lavoro.
Facce che quotidianamente confondiamo tra i tanti disperati senza nome, come fossero una sola persona: lavavetri, venditori di calze. Uomini e belve resttituisce a questi volti una storia e un’identità là dove pregiudizio e ignoranza costringono all’anonimato e privano del diritto all’unicità.
Non ho mai creduto ai viaggi che ti cambiano la vita. Ho sempre ascoltato con scetticismo i resoconti di amici e conoscenti che raccontavano di terre lontane e persone incredibili che, dicevano, li avevano resi diversi. Perché poi si torna alla quotidianità e si scopre che i luoghi non sempre sono “luoghi dello spirito”.
Per questo mi è piaciuto il libro di Simone Rossi, La luna è girata strana. edito da Zandegù. Nonostante lui dica che vedere l’Etiopia gli abbia cambiato la vita, quello che arriva è che poi lui torna alla normalità, riprende la sua esistenza da dove l’aveva interrotta e il tempo rallentato dell’Africa riacquista velocità nel ritmo frenetico del vivere occidentale.
Quel che resta è una testimonianza, questo libro scanzonato, leggero (nel senso calviniano del termine), pieno di colore e suoni, in cui i personaggi ricordano quelli delle fiabe. C’è la suora alta due metri, il vecchio e schietto Verbano, il frate buono, i bambini allegri e sporchi, come quelli sperduti di Peter Pan.
Continua a leggere: La luna è girata strana, di Simone Rossi
Come anticipano i colleghi di Travelblog, il festival (che segue quello della Letteratura Ebraica) si terrà a Roma dal 25 al 28 settembre, nella cornice di Villa Celimontana ma anche nel Palazzo delle Esposizioni. A organizzar il tutto, la Società Geografica Italiana e Federculture.
Gli eventi, tantissimi, sono tutti a ingresso libero e per maggiori informazioni, oltre a visitare il sito festivaletteraturadiviaggio.it si può chiamare il call center gratuito 060608.
Noi di Books cogliamo solo l’occasione per ricordare i grandissimi autori italiani che si sono dedicati a questa passione nel Novecento: da Calvino esploratore del Giappone a Anna Maria Ortese visitatrice della Russia, fino a Moravia innamorato dell’India e a Pasolini, che lo seguì in tanti viaggi, anche in Africa. Da riscoprire anche il Parise di “Cara Cina” per il suo stupendo ritratto della popolazione incontrata durante il viaggio.
Continua a leggere: A Roma il Festival della letteratura di viaggio
Viene lanciata in questo mese, dalla Book Aid International, una petizione per raccogliere 5 milioni di euro in 3 anni, per raccogliere 750mila libri da spedire nel continente subsahariano entro il 2010.
Il lancio dell’iniziativa è previsto per l’8 settembre alla London Review Bookshop e molte celebrità da tutto il mondo hanno dato il loro supporto a questa iniziativa, per l’ovvio impatto che i libri hanno sulla vita delle persone. Per maggiori informazioni e per partecipare, ecco il sito ufficiale.
Via | Rare Book Review
Foto | Flickr
L’Africa nel cuore. Si chiama così un libro (edito da “Il filo”) che potrebbe essere intitolato anche come “nel cuore dell’Africa”. Al centro della narrazione infatti c’è la storia, sicuramente fuori dal comune, di una giovane coppia romana che alla fine degli anni’70, a poco più di vent’anni, decide di catapultarsi dalla borgata dell’adolescenza direttamente in Zaire (8 ore di volo e sei lì). C’è Vittore, “con la linea dell’equatore stampata nel cervello, sempre pronto a immaginarsi a cavallo del mondo sotto il cielo africano”. E c’è Paola, che stringendo un orsacchiotto sale in volo con lui dicendogli semplicemente “verrò ovunque andrai”.
Continua a leggere: L'Africa nel cuore di Vittore Accorsi: da una borgata romana allo Zaire
Tahar Ben Jelloun è quello che si può definire uno scrittore di frontiera: nato in Marocco, autore di numerosi libri in lingua francese, è salito alla ribalta del panorama letterario internazionale come autore di bellissimi romanzi (su tutti Creatura di Sabbia) e di saggi come Il razzismo spiegato a mia figlia, che gli è valso, insieme ad altre sue attività, il Global Tolerance Award nel 1998, consegnatogli dal Segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan.
Nel 2007, per Bompiani, Tahar Ben Jelloun ha pubblicato il romanzo Partire, una storia di immigrazione, amore, compromessi e sofferenza (qui un’intervista all’autore sul romanzo e qui la scheda del libro sul sito Feltrinelli). Del 2000 è invece un racconto lungo, edito sempre da Bompiani nella collana asSaggi di narrativa, intitolato La scuola o la scarpa, che parla di un maestro africano che ritorna nel villaggio dove è cresciuto per fare da insegnante ai bambini, ma si troverà di fronte a una realtà sconfortante: non ci sono sedie, non ci sono banchi, non c’è lavagna, e i bambini, che non hanno niente da mangiare, preferiscono cucire scarpe e palloni di cuoio per un dollaro l’ora piuttosto che frequentare la scuola.
Continua a leggere: Tahar Ben Jelloun: La scuola o la scarpa