Ma quanto è carina questa pupattola africana con i capelli racconti in tanti boccolini? Si chiama Obax ed è molto in gamba, sapete, soprattutto a raccontare storie. E ci credo, direte voi, lei stessa si lamenta di non avere mai nulla da fare (a parte inseguire giraffe ed elefanti, s’intende). E’ normale che, nelle sue condizioni, si sia trovata un hobby del genere.
Il problema è che, la protagonista di questo coloratissimo Obax, di Andrè Neves ogni volta che (a fine giornata) racconta le sue fantastiche storie alla mamma e alle donne del villaggio, non viene creduta da nessuno. Neanche quella volta che le è capitato di trovarsi nel bel mezzo di una pioggia di fiori.
Ma la fantasia dei più piccoli, si sa, non ha confini. E la combattiva Obax troverà l’accompagnatore giusto per esplorare il mondo, e per viverne le meraviglie nascoste agli occhi degli altri. Perché chi l’ha detto che esiste solo ciò che si vede?
Consiglio questo libro coloratissimo anche per i bei paesaggi africani tratteggiati dalla mano di Neves, attentissima ai dettagli degli abiti, dei bei vasi e dei monili tradizionali, oltre che degli orizzonti sconfinati che si aprono alla fantasia della inimitabile Obax.
A. Nevès
Obax
Bohem press
16.50 euro
Vicino a Roma c’e’ una campagna che sembra un paradiso, e c’era una giornata di sole caldo e anche quando e’ calata la notte c’era la temperatura che invita a vivere, a stare all’aria, ad abbracciarsi, perfino a ballare. C’ero anche io li’ quel giorno, esattamente nel punto in cui l’assurdo coincide con l’impegno e la vita non ha ragione di proseguire ma chiede e impone di proseguire.
30.08.2010 - Immagini e parole di Lulù. Esce oggi in libreria per i tipi Kowalski, con questo titolo, un volume di parole e immagini dedicato al concerto che nell’agosto scorso Niccolò Fabi ha voluto dedicare alla memoria della piccola Olivia (detta Lulù), la sua bimba morta di meningite.
Chi c’era (come me) sa quali sono state le emozioni trasmesse sul palco. Non solo per la voce di grandissimi artisti (e suoi amici) che hanno duettato con lui, da Jovanotti a Fiorella Mannoia o Baglioni, Max Gazzè ed Elisa. Soprattutto per la sua presenza e le sue parole, quelle di Niccolò.
Continua a leggere: Parole di Lulù. Un libro di parole e immagini per la figlia di Niccolò Fabi
In un villaggio africano c’è una bimba che, con la sua gallina inseparabile, tiene sempre gli occhi molto lontani dalla terra. Lontani dai campi arati e dalle mucche che ruminano,dalla mamma che stende e dal papà che guida il trattore. Lei preferisce guardare in alto, seduta in cima alla sua capanna, e sognare di ballare insieme alle nuvole, un giorno.
“La mamma mi diceva di lasciar perdere, perchè solo gli uccelli riuscivano a toccarle. Ma io insistevo”, ci racconta la piccola protagonista, sempre col naso all’insù, che non si accorge che intorno a lei il villaggio cambia.
Perchè arriva la signora che vende i salumi, quella del pane. Il fruttivendolo, poi, e anche la signora che vende le scarpe! Ma lei non si accorge di niente, finchè una notte arriva un nuovo coinquilino, Matteo, che costruisce la sua casa proprio…sotto la sua. Matteo le sta simpatico: suona i bonghi.
Ancora altre notti e arriva la signora Teresa, che fa la cantante…e che costruisce la casa sotto quella di Matteo! E così via, così che la nostra protagonista arriva a essere sempre più in alto, sempre più vicina al cielo, a un “tantino così” dal realizzare il suo sogno. Ma una volta realizzato, si accorgerà che ormai nella sua vita ci sono tante cose, che le fanno venir voglia di restare con i piedi per terra.
V. Starkoff
Ballare sulle nuvole
Kalandraka ed.
16 euro
Attira subito, la copertina di Natale bianco, Natale nero, perchè ci troviamo di fronte un signore africano con una bella barbona bianca, come fosse un Babbo Natale che è possibile incontrare a un qualsiasi angolo della strada. Consiglio, in particolare, questa bella storia di Beatrice Fontanel e Tom Schamp per far avere ai bambini un punto di vista diverso sul Natale.
Si tratta del racconto della vita di Moussa, che vive in Francia. Ed “è tenace. E’ paziente. Una volta faceva il fabbro in Africa. Oggi, raccoglie le pattumiere. Sa aggiustare tutto, proprio tutto”. Anche i malumori dei propri nipotini, che si fanno più pressanti quando arriva Natale.
Perchè Moussa ne ha un sacco di nipoti, di tutte le età, e vivono tutti con lui in Francia: Mokeoro, Mawauro, Amelie e Amelia, Kokou e Alphonse, Afi e Adjoa. “Te lo dico io: Babbo Natale è bianco. Non verrà da noi. Va dai bambini bianchi e basta” pensano alcuni di loro.
Continua a leggere: Natale bianco, Natale nero, di Béatrice Fontanel e Tom Schamp
Mi ha colpito molto la testimonianza di Kuki Gallman (qui la videointervista) in cui l’autrice di Sognavo l’Africa parla della sua battaglia contro l’uccisione degli elefanti africani, l’ultimo cosa in cui vuole impegnarsi per dare senso alla sua vita, vuota dopo la morte di suo figlio Emanuele.
Allo stesso tempo, un’altra scrittrice, Arundhati Roy (suo il bellissimo Il dio delle piccole cose) rischia addirittura il carcere, perchè ha pubblicamente sostenuto che il Kashmir non appartiene all’India. Il reato che si configura è quello di sedizione. In questi casi la pena può arrivare anche a tramutarsi in ergastolo.
Notizie che dimostrano che evidentemente ci sono scrittori che riescono a dire la loro, lontano dalla pagina scritta, con coraggio, senza timore di abbandonare torri d’avorio e di schierarsi per grandi temi ambientali. E, a volte, come nel caso di Roy, politicamente. C’è uno scrittore o una scrittrice di cui avete ammirato le prese di posizione? Io ovviamente penso a Saviano (che si dichiara comunque lontano dagli schieramenti dell’agone politico). Voi? E pensate che sia giusto che gli scrittori ‘dicano la loro’? E soprattutto, pensate che riescano in qualche modo a ‘cambiare le cose’?
E’ in libreria il nuovo romanzo di Vauro, il famigerato vignettista al centro di numerose polemiche per i suoi interventi ad Anno zero. Torna a parlare in questo nuovo libro di persone ai margini. Il protagonista è Madut, un ragazzo del Sudan figlio di una popolazione di pastori che, giunto a Roma per sfuggire alla guerra, si ritrova in una lavanderia a gettoni a mettere da parte in una scatola i calzini dimenticati dai clienti.
La sua storia si intreccia con quelle di altri immigrati, ma anche di prostitute, preti e poliziotti. Alcuni di loro si muovono di soppiatto nella bella capitale, che in apparenza accoglie, ma poi relega in pochi spazi adibiti ai diversi. Dice l’autore: “Questo libro ha un titolo particolare, La scatola dei calzini perduti, perché i calzini sono quelle cose che rivestono i nostri piedi, che ci permettono di camminare, di spostarci, di muoverci e questo libro parla di cammini. In particolare del cammino di un africano che viene da una tribù di persone che vivono a stretto contatto con le mandrie.”
Vauro è stato in quei luoghi di cui parla e ha conosciuto la gente della tribù dei dinka, che definisce dotata di “un’allegria quasi magica”. Non è questo, come si potrebbe pensare, un romanzo sulla tragedia dell’immigrazione, perché Madut si ritrova a Roma per caso, non arriva su un barcone, ma in aereo e lui stesso non si percepisce come immigrato; si vede più portato in un luogo diverso da qualche forza magica.
La scatola dei calzini perduti
Vauro Senesi
Piemme, 2009
€ 17,50
Quali sono i romanzi che più hanno influenzato la storia della letteratura internazionale degli ultimi 25 anni? Lo ha chiesto la rivista Wasafiri a 25 scrittori internazionali, proprio per festeggiare i 25 anni dalla sua fondazione.
Da ‘Il giardino di mezzanotte’ di Rushdie a Lolita di Nabokov, passando per il ‘Paziente inglese’, le risposte sono le più diverse e opinabili (le trovate qui), ma credo sia una buona scusa per conoscere i temi di questa rivista.
Wasafiri in lingua Kiswahili, leggo, vuol dire viaggiatori, e si occupa di scrittori migranti con una particolare attenzione alla letteratura africana. Da tenere d’occhio.
Via | Antonio Dini
E’ uno dei primi eventi del primo giorno di Festival, di conseguenza ci si potrebbe aspettare un pubblico a chiazze e molti vuoti tra le sedie che riempiono il bellissimo Cortile della Cavallerizza, nel Palazzo Ducale. Ma così non è, perché il pubblico va ben oltre gli addetti ai lavori e i mantovani, sembra il pubblico del weekend, quello che fa la fila davanti agli eventi che si assiepa.
Davanti a questa marea di gente che ascolta attenta, Peter Florence presenta l’Africa letteraria, sintetizzata in quattro nomi, quattro facce. La stella della serata è la sudafricana Nadine Gordimer, vincitrice del premio Nobel nel 1991 e autrice di libri memorabili come Storia di mio figlio o Vivere nell’interregno, ma attorno a lei ci sono Natalia Molebatsi, anche lei sudafricana, la nigeriana Chika Unigwe e l’ugandese Timothy Wangusa.
Quei quattro visi, quelle quattro voci che parlano altrettanti inglesi differenti sono la voce dell’Africa, la voce dei senza voce, quella che, costretta ad usare la lingua dei colonizzatori per comunicare, non si fa schiacciare da questa costrizione, ma al contrario la sfrutta ne trae forza.
Foto di proprietà di Festivaletteratura di Mantova
E’ il settembre del 1975, e Ryszard Kapuscinski ha affittato una stanza d’albergo affacciata sul porto di Luanda, in Angola (Africa). Ci rimarrà tre mesi, in attesa della data fatidica: l’11 novembre, giorno in cui è prevista la proclamazione d’indipendenza del paese dal Portogallo. Sotto i suoi occhi, la città si svuota dei suoi abitanti: i negozi rimangono deserti, con inquietanti manichini nudi e la sporcizia, in strada, aumenta sempre di più, perchè gli spazzini (dopo la polizia e i vigili del fuoco) se ne sono andati in massa.
Il reporter polacco, che ogni sera manda dispacci all’agenzia stampa per cui lavora, ci racconta come di consueto i ‘retroscena’ di un momento storico, come in tutti i suoi libri. Come appunto uno ’storico dle presente’, lui è l’unico europeo dell’est a essere presente sul luogo dei fatti, mentre avviene la storia. E la storia, da buon giornalista, ce la racconta attraverso le vite di coloro che ne sono coinvolti.
Dagli ospiti dell’albego ai negozianti in fuga, ai soldati dell’esercito di liberazione, ognuno ha la sua verità: suggestivo in questo senso l’intarsio, nella narrazione, del discorso indiretto dei vari personaggi. “Abbiamo 100 tribù da trasformare in una nazione. Quanto ci vorrà? Nessuno può dirlo. Dobbiamo disabituare la gente all’odio”, dice uno dei partigiani ‘guerriglieri’.
Continua a leggere: Ancora un giorno, di Ryszard Kapuscinski
Le tante guerre dimenticate, i soprusi che ogni giorno in luoghi lontani e vicini vengono perpetrati, la miseria, la disperazione, insomma tutti quegli argomenti che restano sulle pagine dei quotidiani quel tanto che basta a fare notizia e a placare la brama di voyeurismo sono qui raccolti in un libro reportage sui sud del mondo, specificando che “non esistono solo i sud del mondo geografici, ma anche quelli sociali e culturali”.
Si parla dei vicini Balcani: delle ceneri della Bosnia, delle donne che non hanno un corpo su cui piangere, dei criminali di guerra che girano indisturbati; dei tanti perseguitati politici in Africa che, dopo aver superato innumerevoli difficoltà, approdano sulle nostre coste e si vedono rifiutare lo status di rifugiato. Sono ragazzi, anche molto giovani, sfuggiti a morte certa per l’appartenenza politica o per non aver voluto imbracciare i fucili, con il sogno di potere ancora studiare e trovare un giorno un lavoro.
Facce che quotidianamente confondiamo tra i tanti disperati senza nome, come fossero una sola persona: lavavetri, venditori di calze. Uomini e belve resttituisce a questi volti una storia e un’identità là dove pregiudizio e ignoranza costringono all’anonimato e privano del diritto all’unicità.