E’ un grande giorno per la letteratura, ottantacinque anni fa ad Aracataca, paesino sulle rive dell’omonimo fiume, “metteva i suoi piedi su questa terra” uno dei più grandi scrittori mai esistiti. Si tratta del colombiano Gabriel García Márquez indimenticato autore del complesso intrigo di “Cronaca di una morte annunciata” e di mille altre storie.
Ma ci sono anche altre ragioni per festeggiarlo, ricorrono quest’anno anche le sessanta primavere dalla prima opera “La tercera resignación”, le quarantacinque dal capolavoro intitolato “Cent’anni di solitudine”, e le dieci dalla pubblicazione delle sue memorie “Vivere per raccontarla”, per non parlare dei tre decenni dall’assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura.
Se qualche tempo fa vi annunciavamo l’uscita della raccolta di testi inediti “Non vengo a fare un discorso”, oggi vi lasciamo con una notizia che farà piacere a coloro che si dedicano alle letture “in ispanico idioma”. Carmen Balcells, agente letterario di Barcellona e grande amica dello scrittore ha annunciato l’arrivo della versione elettronica di “Cien años de soledad”, che ritornerà ad avere la copertina con la quale venne pubblicato per la prima volta nel 1967, in versione cartacea naturalmente, un galeone sullo sfondo della foresta colombiana.
Immagine da eluniversal.com.mx
Via | cultura.elpais.com

Quest’anno l’assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura al poeta svedese Tomas Tranströmer ha scatenato un discreto numero di critiche e di strascichi polemici. Ma chi è sto qua? Chi l’ha mai letto? Ma cosa diavolo avrà mai fatto agli svedesi Philiph Roth? E via dicendo.
Critiche che hanno portato qualcuno a lanciare provocazioni del tipo, aboliamo il premio Nobel, o facciamolo ogni quattro anni. In questi giorni moltissime ottime penne del giornalismo culturale si sono scervellate per capire cosa non funziona nel Premio Nobel, ovvero perché ogni tanto ci sia così tanto distacco tra le aspettative del pubblico e le decisioni dell’Accademia Svedese. Ma in fondo è sempre la stessa storia, capita ogni volta che il premio viene assegnato a qualche scrittore che la maggior parte del pubblico mondiale non conosce.
In ogni caso tra tutte le analisi che ho letto finora, la migliore è quella scritta da Tim Parks per il New York Review of Books. Lo scrittore e traduttore inglese - che qualche settimana fa abbiamo intervistato al Festivaletteratura di Mantova - riesce infatti ad individuare esattamente il problema, senza sbattere in faccia ai giurati l’accusa di snobismo e, nello stesso tempo, senza accusare il pubblico di essere troppo pop.

Mancano poche ore alla assegnazione del Nobel per la Letteratura 2011 e i nomi dei possibili vincitori si rincorrono. Voci di corridoio, calcoli astrali, tentativi di interpretazione dell’anno trascorso alla ricerca di indizi “Nobellizzanti”: queste sono solo alcuni degli elementi che contribuiscono a determinare le quote dei bookmakers inglesi, storicamente i più attivi e preparati sulle scommesse di ogni tipo.
Intanto che i minuti scorrono - ne mancano più di 180 in questo momento - diamo un’occhiata alle quotazioni di Ladbrokes, uno dei siti di riferimento per scommettere su qualsiasi evento nel mondo: dalle primarie inglesi per decidere il leader del Labour Party, passando per il meteo del giorno di Natale, fino ad arrivare, ed è quello che qui ci interessa, al Premio Nobel per la Letteratura.
Scorrendo il lungo elenco di nomi e delle quotazioni non può non stupire il balzo in testa di Bob Dylan, quotato 5 a 1, seguito a una attaccatura da quello che moltissimi analisti (me compreso) danno per quasi certo vincitore, il giapponese Haruki Murakami, quotato 6 a 1. Subito dopo troviamo, insieme al terzo posto (7 a 1) la scrittrice algerina Assia Djebar e il poeta siriano Adonis, che potrebbero sfruttare il vento primaverile del mondo arabo per strappare il titolo.
Continua a leggere: TotoNobel 2011: per Ladbrokes il favorito è Bob Dylan

Non è certo una novità che lo scrittore tedesco Günter Grass, premio Nobel per la Letteratura nel 1999, ritorni a parlare del proprio passato, un passato legato a doppio filo alla storia della Germania nel Novecento: ci ricordiamo tutti quel giorno di agosto di 4 anni fa quando, spiazzando tutti gli addetti ai lavori e non solo, lo scrittore tedesco aveva annunciato il proprio coinvolgimento, seppur da ragazzino, tra le file delle SS.
Un anno fa sembrava che l’autore del Tamburo di latta sarebbe ritornato ancora una volta sulla sua storia personale e su quella della sua nazione, pubblicando un diario intitolato Il cammino dalla Germania alla Germania, ma non se ne fece nulla. Ora Grass torna, ancora una volta, a parlare del suo passato, in particolare del periodo compreso tra gli anni 60 e la caduta del Muro, un periodo in cui la Stasi, il celebre servizio segreto della Germania Est, tenne un fascicolo molto particolareggiato su di lui.
A riportare alla mente di Günter Grass il ricordo di quei tempi è un libro scritto da Kai Schlueter, intitolato Günter Grass nel mirino: i dossier della Stasi, edito in Germania dall’editore Ch. Links, in uscita in questi giorni.
Via | Repubblica.it
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La sala grande del Teatro Parenti, ieri sera, era affollatissima, dei cinquecento posti a sedere disponibili almeno mille erano occupati. L’accoglienza a José Saramago, ad uno dei più grandi maestri viventi della Letteratura mondiale, d’altronde, non poteva che essere calorosa, sentita, addirittura quasi commossa, almeno nel momento dell’ingresso dell’anziano autore del Vangelo secondo Gesù Cristo, entrato in sala tra una corona di applausi scroscianti.
Che dire dell’evento? Sentire direttamente la voce, un po’ rauca e forse stanca, del grande portoghese, vederlo a pochi passi corrucciare gli occhi dietro le lenti è stata un’esperienza sicuramente magnifica, che è valsa le due ore di attesa. Ma alla fine, quando la grande folla di cultori del nobel portoghese è lentamente defluita fuori dal teatro, nei discorsi e nei commenti non c’era l’aria degli eventi memorabili, c’era piuttosto un diffuso senso di delusione.
Questo senso diffuso di delusione ha avuto secondo me due cause: la prima è l’aver messo di fianco a José Saramago, vale a dire ad uno dei più grandi scrittori viventi, due interlocutori Marco Belpoliti e Marco Travaglio, che solo minimamente hanno saputo sfruttare l’occasione per far emergere la profondità del pensiero di Saramago, quella conoscenza della varia umanità che è il motivo principale della sua grandezza.

Il trambusto che ha sollevato in Italia l’assegnazione del premio Nobel per la letteratura a Herta Muller ha avuto un’intensità elevatissima: da alcuni esponenti della critica giornalistica, in primis D’Orrico del Corsera, fino ad un sacco di lettori comuni, alcuni anche lettori di Booksblog, la vittoria della Muller è stata spesso vissuta con fastidio.
Anch’io, nel mio piccolo, ho avuto l’istinto iniziale di chiedermi chi diavolo fosse questa Muller, forse una parente dei produttori di yogurt, eppure studio lettere, scrivo in un blog di libri, produco una rivista di letteratura. Ma proprio per questo motivo mi sono subito imposto di riflettere e di vedere la cosa in modo intelligente. Non so chi sia Herta Muller? Beh, allora vuol dire che dovrò allargare i miei confini culturali, dovrò legegre qualche libro in più.
Ma quello che mi ha fatto definitivamente giudicare positiva la vittoria della Muller è un articolo apparso oggi sul Fatto Quotidiano, intitolato “L’editore del Nobel che gira in furgone e brinda a chinotto”, un articolo che parla di un editore, Roberto Keller, che produce libri in soffitta, che ha pagato poco meno di 1000 euro per i diritti de Il paese delle prugne verdi e che ora, alla luce di questo Nobel, potrà dare un contributo forse importante, sicuramente originale, al panorama editoriale italiano. Se l’avesse vinto Philip Roth questo Nobel, o qualsiasi altro grandissimo autore, tutto questo clamore sarebbe servito a molto di meno.
Foto | Gazzetta di Parma
La motivazione ufficiale dell’Accademia Svedese nell’assegnare il Premio Nobel per la Letteratura alla scrittrice rumeno-tedesca Herta Muller è stata”la forza della poesia e la franchezza della prosa” con cui la scrittrice “descrive il panorama dei diseredati”, ma di questa forza e di questa franchezza i lettori italiani (e forse non solo) non sanno praticamente nulla.
Ma a dimostrare la più completa ignoranza di questa poetessa e scrittrice, almeno in Italia, non sono solo i lettori più sprovveduti, come me, ma sono persino i critici, quelli che dai giornali danno ordine, con i loro giudizi, al caos letterario che ci circonda. Ma anche loro, temo, questa Muller non l’hanno mai sentita nominare.
Valga l’esempio di uno per tutti: Antonio D’Orrico, il critico letterario più letto d’Italia, quello che scrive sulle pagine del Corsera e di Sette, per intenderci, il quale oggi, poco dopo la proclamazione della Muller ha affermato ad AffariItaliani: “E’ la conferma che non va dato più nessun valore a questo premio. La Müller è una perfetta sconosciuta, non è assolutamente un’autrice da Nobel”. Come se fosse la fama a decretare le nomination al premio più ambito del mondo.
E’ per questo, per iniziare a conoscerla, che vi propongo, con dedica particolare ad Antonio D’Orrico, un’intervista esclusiva, rilasciata dalla Muller a Mantova durante l’ultima edizione del Festival al sito La Compagnia del Libro. Sperando che la maggior parte dei lettori reagisca al meglio a questa inaspettata proclamazione: vale a dire cominciando a leggere questa scrittrice, piuttosto che screditando l’Accademia Svedese.
Via | La Compagnia del Libro
Abbiamo già accennato, qualche giorno fa, al clima di attesa che si sta creando, come ogni anno, d’altronde, all’avvicinarsi della consegna del premio Nobel per letteratura, vinto l’anno scorso da un outsider, il francese Le Clézio. A fomentare questo clima di attesa, a riscaldarlo, soprattutto nel mondo anglosassone ci pensano i soliti bookmakers, che stanno diffondendo le loro quote circa il premio letterario più ambito.
Sfogliando alcune di queste liste ci si ritrova catapultati in una vera e propria sala scommesse e, naturalmente, si fanno delle scoperte sensazionali. Si scopre che di italiani praticamente non ce n’è, escludendo il grandissimo Claudio Magris e Antonio Tabucchi, il cui accostamento al Nobel appare francamente un po’ esagerato; ma soprattutto si scoprono nomi importanti, nomi di maestri del calibro di Milan Kundera o di Abraham Yehousha, scavalcati da decine di colleghi, non meno bravi forse, ma dalla statura meno imponente.
Ma leggendo queste classifiche si capisce una cosa più di tutte le altre: vale a dire che le chiacchiere sui possibili vincitori, come tutti gli anni, servono semplicemente a far montare l’aspettativa e a fare un po’ di pubblicità ad autori dalle pagine poco frequentate… Chissà che alla fine non vinca poi, addirittura un non-scrittore, Bob Dylan per esempio.
Via | Systemlays.uk
È uscito il 7 maggio per Guanda, “Una vita all’improvvisa“, autobiografia di Franca Rame incoraggiata da Dario Fo. La coppia l’ha divinamente presentata da Fabio Fazio a “Che tempo che fa” su Rai 3 sabato scorso, dando vita a uno show divertente e scanzonato, da rivedere enne volte sul sito della Rame per intero. Un’autobiografia nata un giorno, per caso, come ha raccontato il Nobel per la letteratura nel 1997, Dario Fo: “Cercavo delle cose che ogni tanto perdo e ogni tanto mi rubano gli amici, a casa. Quando finalmente, in un cassetto, ho trovato degli appunti: erano pagine di un discorso omogeneo che mi hanno fatto ridere come un pazzo”.
Inizia così la storia di una coppia, ma anche il racconto della storia dell’arte del teatro, che non passa per un refuso (come verrebbe da pensare) del titolo. Infatti quando diciamo all’improvviso sbagliamo: è scorretto rispetto all’origine del vocabolo, che “vuol dire andare oltre al canovaccio che serve come indicazione. Naturalmente è una disciplina straordinaria; per arrivare a recitare all’improvvisa si adoperano modi, sviluppi e giochi che hai nella memoria”, ha sottolineato Fo.
Il risultato è un racconto che parte da Franca bambina, della sua famiglia di marionettisti, della corriera detta “Balorda” con cui si spostavano di piazza in piazza, di quando Franca maggiorenne decise di fare l’infermiera e incontrò il professor Semenza, dell’amore con Dario, della loro vita, del successo di pubblico e della vicenda in Rai, dell’impegno sociale e politico, con spettacoli di denuncia, delle censure, dello stupro subito fino all’impegno come senatrice. A incorniciare il lavoro, i disegni di Dario che accompagnano per immagini questa storia, pensata come fosse una piece teatrale. Dove emerge il piacere di assaporare quanto accade nella vita, a volte straordinaria, di due miti come sono i coniugi Rame e Fo: gran signori!
Una vita all’improvvisa
Franca Rame - Dario Fo
Guanda
Pagg. 320
€ 17,50