Ho amato Luis Sepúlveda e i suoi racconti. Per un periodo leggevo tutto quel che scriveva. Poi, i casi della vita, son passato ad altre letture. E così quando l’altro giorno hanno regalato a mio nipote per il suo compleanno il libro Il potere dei sogni di Sepúlveda è ri-sbocciato l’amore e me lo son fatto prestare.
Il potere dei sogni è una raccolta di testi dello scrittore cileno (conferenze, articoli per giornali apparsi anche sul Manifesto e Repubblica) che toccano i temi a lui più cari: la passione politica, il suo Cile, il rapporto con la scrittura, con i mezzi di comunicazione, con gli scrittori. Pur nella particolarità dei temi trattati, non bisogna cadere nel tranello di leggere Sepúlveda come scrittore di sinistra perché si correrebbe il rischio di sminuirlo inutilmente in sterili polemiche. Tra i testi più interessanti di questa raccolta figurano, a mio avviso, quello sulla figlia di Neruda (Neruda e una pietra coperta di muschio), sull’uso e l’abuso della televisione (Chi pensa… perde!) e sul rapporto tra la letteratura e la cultura (Letteratura e universalità umana). Il più bello di tutti, comunque, secondo me, rimane il primo (Crediamo ancora nei sogni) che è un discorso tenuto dall’autore nel 2002 presso la biblioteca Nazionale del Cile.
Sognavo che tutti quei libri rinchiusi volevano parlare, che aspettavano il giusto interlocutore, e quello ero io. Sognavo che i libri mi parlavano con il loro linguaggio silenzioso, mi mostravano tutte le parole stampate sulle loro pagine, a una a una, ed esigevano da me una promessa: dovevo trasformarmi nel depositario, nel custode, nell’amoroso protettore delle parole. Allora io promettevo di vigilare che non perdessero mai il loro valore intrinseco, la loro capacità di dare un nome a tutte le cose e, a partire da questo, di farle esistere (pag. 6)
Luis Sepúlveda
Il potere dei sogni
traduzione di Ilide Carmignani
TEA, 2008
pp. 125, euro 7,00
Il trionfo del corpo dell’amata, l’amore che passa per le sue mani, per le colombe gemelle dei suoi seni, per i suoi piedi che calcano la terra e, soprattutto, per il suo sorriso.
Una bellissima selezione delle poesie d’amore di Neruda è quella edita dall’editore Passigli con il titolo “I versi del Capitano”. Una silloge consegnata negli anni ‘50 all’editore da Rosario de la Cerda (in realtà la compagna dell’autore, Matilde Urrutia, cui sono dedicati) e che narra di un’amore nato e consumato in un’isola in una notte che “fu tutta la terra”.
Di un uomo innamorato e rapito dal corpo della sua donna come un vasaio, di una donna che cammina fra le altre ed è una regina, anche se nessuno lo sa, di due amanti che neanche il sogno può separare, perchè al mattino si ritrovano uniti, abbracciati come si sono addormentati. “In questo territorio/dai tuoi piedi alla tua fronte/camminando, camminando, camminando/passerò la mia vita”.