
Lo scrivere porta con sé delle manie, come per ogni attività legato al “caso” (e per la scrittura rientrano nel campo della casualità vari fattori come l’ispirazione, il definire meglio quel personaggio che proprio sfugge, il sostegno dell’editore, la fortuna del libro una volta pubblicato). Molti scrittori hanno sviluppato diverse manie che mettono in pratica quando scrivono: alcune sono vere e proprie liturgie apotropaiche, altre sono soluzioni ad hoc per superare questo o quel problema, altre ancora sono abitudini che si sono prese e non si vogliono lasciare.
Ecco alcune manie degli scrittori e delle scrittrici viventi:

Il titolo, più della copertina, è un elemento fondamentale per il successo di un libro. La copertina può cambiare di edizione in edizione, ma il titolo rimane. Come dire: un titolo – bello o brutto – è per sempre. Come dare, quindi, un buon titolo al proprio romanzo? Come si procede di solito? Si parte da un titolo e si sviluppa la storia? O si scrive la storia e alla fine qualcuno mette un titolo? O, ancora, si aspetta la famigerata ispirazione che suggerirà il titolo perfetto?
Ci sono autori che pare seguano un certo schema. Per esempio, il Premio Nobel Mario Vargas Llosa ha titolato diversi suoi libri nominando due cose: La città e i cani, Pantaleón e le visitatrici, La zia Giulia e lo scribacchino… Altri autori usano diverse metodologie: Andrés Trapiello annota sistematicamente i titoli che gli vengono in mente su un quaderno e ha così tanti titoli che li regala agli amici che glieli chiedono. Bel regalo, non trovate? Ma abbiamo anche casi particolari come lo scrittore argentino Abelardo Arias che usava sempre titoli di tredici lettere: De tales cuales, Polvo y espanto, Álamos talados.
La trattazione che, finora, mi ha più convinto sulla metodologia da seguire per dare un titolo a un libro è quella di Umberto Eco nelle celebri Postille a “Il nome della rosa” pubblicate su Alfabeta n. 49, giugno 1983 e poi riprese in appendice a varie edizioni del romanzo.

Dopo aver smaltito i durissimi, tediosi e faticosi impegni derivati dalla scomoda - si fa per dire - assegnazione del premio Nobel per la Letteratura lo scorso dicembre, lo scrittore Mario Vargas Llosa ha dichiarato di poter finalmente tornare ad applicarsi all’attività che predilige, che per fortuna non è vendere milioni di copie dei propri romanzi grazie all’assegnazione di un premio, ma scrivere, inventare storie, vale a dire fare letteratura.
E difatti, in un intervento all’Università Complutense di Madrid lo scrittore cileno peruviano ha dichiarato di voler tornare subito a scrivere e di avere già in mente un progetto per un prossimo libro (tra le altre cose ha dichiarato anche che non ha mai sofferto della sindrome della pagina bianca, beato lui) ma anche che il suo prossimo lavoro, piuttosto che un romanzo sarà un’opera di teatro basata sull’inizio del Decameron di Boccaccio.
Dopo Dario Fo, dunque, che ha festeggiato i suoi 85 anni con un libro proprio dedicato al Boccaccio e al suo Decamerone, ora anche Vargas Llosa, un altro premio Nobel over 75, decide di dedicarsi alla ripresa del Boccaccio. Se non fosse, ovviamente, un caso ci sarebbe da inquietarsi, perché saremmo costretti ad ammettere che l’equazione “vincere il Nobel e invecchiare porta a riscrivere Boccaccio” sarebbe altrettanto vera di quella che, secondo l’empirismo tradizionale, vede l’associazione tra caffè e sigaretta aprire sistematicamente la strada verso il bagno.
Via | Eltiempo.com.ve
Foto | EliHeiliger
Il Premio Nobel Mario Vargas Llosa ha rilasciato una lunga intervista a un settimanale uruguayano e, tra le altre cose, ha parlato anche di come si legge e si scrive nella nostra epoca dei social network. Secondo lo scrittore i giovani che in chat, su Twitter o su Facebook fanno un uso smodato di abbreviazioni, sigle e via dicendo, alla fine “pensano come scimmie”.
Se scrivi così è perché parli così; se parli così è perché pensi così; e se pensi così è perché pensi come una scimmia. Questo mi sembra preoccupante. Forse le persone sono più felici se giungono a questo livello. Forse le scimmie sono più felici degli esseri umani. Non lo so […] Internet ha ucciso la grammatica, l’ha liquidata. Viviamo una sorta di barbarie sintattica.
Opinione molto netta, senza dubbio, e forse un pochino esagerata. Ma non credo del tutto errata. Lo si nota in diverse pubblicazioni recenti di autori che provengono dalla “rete“: a volte la grammatica e la proprietà di linguaggio va a farsi benedire.
Foto | Periodismoenlinea

Non avevamo indovinato i pronostici per il Nobel della Letteratura 2010. Come detto il vincitore è Mario Vargas Llosa (le mie simpatie andavano tutte a Ngugi wa Thiong’o). Questa la motivazione dell’Accademia di Svezia:
“per la sua cartografia delle strutture del potere e la sua tagliente immagine della rivolta, della resistenza e della sconfitta dell’individuo”.
Mario Vargas Llosa diventa così il primo scrittore peruviano a ricevere il prestigioso riconoscimento. L’ultima volta che il Nobel andò in America Latina fu nel 1982 per il colombiano Gabriel García Marquez; per rimanere in ambito ispanofono, invece, nel 1989 il Nobel è andato allo spagnolo Camilo José Cela mentre nel 1990 al messicano Octavio Paz.
Continua a leggere: Mario Vargas Llosa: la cartografia delle strutture del potere

L’ipnotista di Lars Kepler, il promesso best-seller del 2010, sta cominciando a vendere un ragguardevole numero di copie. Booksblog ha incontrato il traduttore italiano Alessandro Bassini, già docente di Letterature scandinave contemporanee all’università di Milano, e ha chiacchierato con lui di Lars Kepler, di Stieg Larsson, della letteratura scandinava contemporanea, dei legami con la letteratura russa, e naturalmente de L’ipnotista e dei suoi futuri seguiti.
Alessandro, gli autori de L’Ipnotista dicono di aver usato un linguaggio molto semplice e comprensibile. Parafrasando il famoso spot, ti piace vincere facile?
Non proprio. È vero che L’ipnotista ha uno stile molto secco e paratattico, senza troppi orpelli di stile. Ma il problema, traducendo, è fare in modo che questa “semplicità” non diventi “piattezza”. Deve emergere chiaramente l’intenzione degli autori, cioè dare vita a un narratore esterno non-onniscente, che si limita a ripetere quello che dicono i personaggi e a descrivere quello che vedono, scendendo di rado nei loro pensieri, a meno che non siano sotto ipnosi… I pensieri della stessa Joona Linna, per esempio, restano avvolti nel silenzio.
Sei di quelli che leggono tutto il romanzo prima di cominciare a tradurlo, o procedi pagina dopo pagina?
Nel caso de L’ipnotista, per ragioni di tempo, ho iniziato a lavorare prima di aver terminato la lettura; ma mi è servito molto anche da stimolo.
Continua a leggere: L'ipnotista: intervista al traduttore Alessandro Bassini
Come ogni anno in questa stagione, mentre le foglie iniziano a seccare e i vento girano portando via i rimasugli del caldo estivo, sale in cattedra la discussione sui possibili vincitori del Premio Nobel per la Letteratura, che verrà consegnato giovedì 8 ottobre a Stoccolma. L’anno scorso il francese Le Clezio, seppur presente in alcune liste di possibili vincitori, era stato per moltissimi una assoluta sorpresa. E quest’anno? A chi andrà l’ambito premio, chi sarà il più importante scrittore del 2009?
I nomi che circolano sono, più o meno sempre gli stessi, si va dagli americani Gore Vidal, Philip Roth e Joyce Carol Oates alla canadese Margaret Atwood, dagli israeliani Amos Oz, David Grossman e Abraham Yehoshua ai sudamericani Mario Vargas Llosa e Carlos Fuentes, qualcuno parla anche (e non è una novità) del grande Bob Dylan, ma a molti, compreso chi scrive, pare un po’ un’esagerazione.
Voi che ne dite? Chi sarà il Premio Nobel per la Letteratura 2009? Per quanto mi riguarda dico due terzetti, il primo è quello dei possibili composto da Philip Roth, in primis, seguito da Carlos Fuentes e Abraham Yehousha,; il secondo, invece, è quello degli impossibili: Boris Pahor, Milan Kundera e, se dio per una volta fosse italiano, Vincenzo Consolo.
In questo suo ultimo libro, edito da Scheiwiller e intitolato “Israele e Palestina - Pace o guerra santa. Dallo smantellamento delle colonie al trionfo delle destre”, lo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa, vincitore di un premio Cervantes, di un Grinzane-Cavour e amato in tutto il mondo, rivede le sue posizioni nei confronti della questione israelo-palestinese.
Vargas Llosa, che si è sempre considerato filo israeliano, nel senso di difensore del diritto ad esistere dello stato di Israele, qualche anno fa ha compiuto un viaggio nei territori occupati e, per la prima volta, ha avuto l’occasione di visitare un campo profughi, a Gaza, rimanendo scioccato da quel mondo di miseria e disperazione, tanto da cambiare le sue posizioni. E non si può certo pensare che Vargas Llosa non conoscesse la miseria e la disperazione, spesso le aveva incontrate sul suo cammino, sicuramente anche nel suo paese, in Perù: “Sono andato in molti luoghi del mondo dove si soffre, ma non ne avevo mai visto uno uguale a Gaza”.
Questo nuovo volume (la cui prefazione è anticipata dal Corriere) dunque ha tutta l’aria di essere un libro molto duro, un ideale viaggio della ragione attraverso la realtà sconcertante dei luoghi più infernali della terra, che farebbe bene a tutti coloro che osservano il problema, da una parte e dall’altra, dall’alto delle loro idee, idee che confrontate all’odore del sangue e delle pallottole o all’odore di disperazione rivelano tutta la loro folle irrealtà, la loro incolmabile distanza dal mondo.
Mario Vargas Llosa
Israele e Palestina - Pace o guerra santa. Dallo smantellamento delle colonie al trionfo delle destre
Scheiwiller
euro 14,00