Era un diciotto novembre di tanti anni fa, tanti almeno quanti ci separano dal lontano 1922, in cui si spense il Marcel Proust di Alla Ricerca del Tempo perduto, o quelli che sono trascorsi dal più vicino 1952 che vide la scomparsa di un altro mito, il Paul Eluard della Poésie ininterrompue. Il poeta e lo scrittore che, per una strana coincidenza del destino, sono morti nello stesso giorno, sono di nuovo faccia a faccia, come i due frammenti delle loro opere riportati.
Il video è infatti una riproposizione della mitica scena del ricordo ispirato dalle madeleines, quando la delicatezza della voce suggerisce lo scorrere morbido delle parole di Proust, come un’epifania sullo sfondo magnifico della gloriosa musica di Debussy. Lo squarcio di poesia di Eluard è invece un potente balsamo di libertà, nella culla dei suoi versi di impegno civile:
[…] Sui vetri degli stupori
Sulle labbra intente
Al di sopra del silenzio
Io scrivo il tuo nomeSu ogni mio infranto rifugio
Su ogni mio crollato faro
Sui muri della mia noia
Io scrivo il tuo nomeSull’assenza che non desidera
Sulla nuda solitudine
Sui sentieri della morte
Io scrivo il tuo nome

Si dice che Machiavelli, quando leggeva, si vestisse con abiti del periodo in cui era vissuto lo scrittore che stava leggendo; si dice anche che, quando era immerso nella lettura, facesse imbandire la tavola sia per lui che per l’autore che stava leggendo.
Marcel Proust, nello scritto Sulla lettura – che nacque come introduzione alla versione francese di Sesamo e gigli di John Ruskin – parla di quella speciale liturgia che accompagna la lettura di un libro speciale:
Non esistono forse giorni della nostra infanzia che abbiamo vissuto intensamente quanto quelli che crediamo di avere perduto senza viverli, i giorni trascorsi in compagnia di un libro molto caro. Tutto quello che piaceva ai più lo allontanavamo come un volgare ostacolo per un piacere divino: l’amico che veniva a cercarci per giocare quando stavamo nel passaggio più interessante; la molesta ape o il raggio di sole che ci obbligava ad alzare gli occhi dalla pagina o a cambiare posizione; la merenda che ci avevano obbligato a portare con noi e che lasciavamo intatta…
Si dice che gli stolti aprano cammini che poi i saggi seguiranno. O che il confine tra pazzia e genialità sia molto labile. Queste affermazioni sembrano essere molto vere nel caso degli scrittori. Secondo lo psichiatra Enrique González Duro non è una mera casualità:
Ci sono troppi esempi di autori curati, rinchiusi, a cui è stata diagnosticata qualche forma di pazzia perché la relazione tra letteratura e pazzia sia casuale. È curioso notare come in molte culture il pazzo sia un individuo ispirato, privilegiato, capace di percepire e di dire quello che altri non captano. Sempre si è cercata una connessione tra pazzia e arte. L’artista, con il suo lavoro, tende a crearsi un mondo interiore che lo allontani dalla realtà e se questo processo non ritorna al mondo reale sotto forma di prodotto artistico, si corre il rischio di rimanere intrappolati in questo mondo immaginario. In un certo senso si potrebbe dire che la creazione artistica libera dalla propria pazzia.
Molti mostri sacri della letteratura hanno avuto una qualche forma di “disordine”: Friedrich Hölderlin era schizofrenico, parlava continuamente con se stesso in una lingua incomprensibile e solo dopo, a sera, scriveva poesie (serene, per ironia); Percy Bysshe Shelley soffriva di frequenti attacchi di melanconia, allucinazione e sonni letargici; l’umore di Byron cambiava spessissimo; Charles Baudelaire era vittima di frequenti crisi nervose, nevralgie e vertigini che lo lasciavano prostrato a letto; Marcel Proust rimaneva chiuso in casa per settimane, tra tende pesanti e nutrendosi di caffeina, birra e gelati. E alla lista possiamo aggiungere Virginia Woolf, Allen Ginsberg e Sylvia Plath.
Se quando vi accingete a scrivere siete tormentati da mal di testa e crisette varie, allora potreste essere sulla strada per diventare grandi maestri della parola scritta (del resto, bisogna essere un po’ stolti per dedicarsi all’insana arte della scrittura e della lettura…).
Via | Papel en blanco
Foto | Flickr
Il 18 maggio del 1922, al Ritz di Parigi, seduti allo stesso tavolo, insieme ad altri convitati, forse uno davanti all’altro, ci furono due dei più grandi scrittori del Novecento europeo, due dei fondatori della modernità letteraria, due geni, James Joyce e Marcel Proust, come a dire il monologo di Leopold Bloom da una parte, dall’altra le spirali del Tempo Perduto.
Seppur durante le tre ore che scandirono quell’incontro, oltre a qualche sguardo, neppure una parola fu scambiata tra i due, lo scrittore francese Patrick Roegiers, in un libro che è da poco uscito oltralpe, ma che ancora non è stato ancora tradotto in Italia, intitolato La Nuit du monde” (la notte del mondo), reinventa quell’incontro “mancato” rendendolo “un corpo a corpo”.
A chi lo accusa di aver messo in piedi un gioco accademico, un coacervo di esibizionismo e di eruditismo, Roegiers risponde secco: “Il sapere è un’illusione che bisogna superare. Non c’è ragione cge Proust o Joyce vengano rapiti dai critici e dai saggisti. Abbiamo il dovere di riconsegnarli alla letteratura viva.” Insomma, La Nuit du monde si presenta con le carte in regola per essere un buon libro, ma per saperlo siamo costretti ad aspettare la sua traduzione, che speriamo in arrivo.
Patrick Roegiers
La nuit du monde
Seuil
euro 18,00
Via | LeMonde