
L’ultimo suo libro è L’uomo che non voleva amare (Rizzoli) e racconta di un uomo, Tancredi, ricchissimo e molto affascinante, ma incapace di amare per via di una ferita che si porta dentro. L’incontro con una donna – Sofia –, il colpo di fulmine, la musica malinconica del pianoforte che accompagna tutta la storia rendono questo libro di Moccia diverso dagli altri finora pubblicati. Si parla di uomini adulti e non più di ragazzini: questo ci ha dato lo spunto per porre la prima domanda a Federico Moccia, che incontriamo durante la presentazione di questo suo romanzo sulla nave Splendour of the Seas di Royal Caribbean.
Come costruisce psicologicamente un personaggio?
Prendendo spunto da quello che vedo anche negli incontri, immaginando che l’aspetto di una donna o di un uomo che mi ascoltano – o che stanno facendo altre cose come te o altri – catturano la mia attenzione per delle caratteristiche fisiche, una fisionomia che magari mi rimane impressa. Su questi dati scavo e indago, mi costruisco un personaggio e, successivamente, ci lavoro a lungo, anche se poi non ci sono nel libro. Si tratta di elementi che mi servono per conoscere di più il personaggio stesso. Più ci lavoro, più mi aiuta mentre scrivo perché viene fuori un carattere perfettamente definito che si muove e risponde per conto suo, quasi fosse un avatar letterario.
Tutti sappiamo che Federico Moccia è al centro di diverse critiche, anche molto aspre: i nostri lettori ricorderanno che lo scorso anno Moccia è stato molto contestato in un incontro con gli studenti dell’Università La Sapienza. Le posizioni sono le più varie, e, credo, sono ben sintetizzate dal commento di un amico di Booksblog: “Moccia scrive per chi vuole leggerlo. E se lo leggono in tanti, chiediamoci perché, non critichiamolo. È gusto che esista un Moccia, ma è auspicabile che ci siano anche dei non-Moccia, non fosse altro per differenziare l’approccio alla lettura”.