
90 anni fa nasceva Jack Kerouac, considerato da molti come uno dei vertici della letteratura contemporanea americana, uno di quegli autori - pochi, pochissimi - a cui un lettore accorda il raro privilegio di essere letti più volte nel corso di una vita. Io ho provato a leggere due volte Kerouac, entrambe le volte attaccando le pagine di On the Road e entrambe le volte fallendo.
La prima volta avevo 14 anni, mi ricordo che era estate e che ero in montagna con tanto tempo e poche cose da fare. Una situazione ideale per leggere un buon libro e perdercisi dentro, ma anche un’età - 14 anni - perfettamente adatta a trasformare una lettura casuale in un marchio quasi indelebile. Ma così non avenne. Mi fermai intorno a pagina 100 e pensai che, tra i due, il problema dovevo essere io, non certo Kerouac, che tutti mi consigliavano e mitizzavano.
Quattro o cinque anni dopo ripresi in mano quel libro per la seconda volta. Speravo di essere cresciuto abbastanza per capire quel che alla prima lettura non avevo capito: tutta quella voglia di perdersi, quelle droghe, quella voglia di libertà, quell’esigenza di perpetuo movimento rappresentata in parte anche da quella scrittura spontanea, apparentemente senza regole.
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Se la torre di Babele riuniva tutti gli abitanti della terra in un un unico idioma, inerpicandosi in altezza fino a sfidare lo stesso Creatore, l’omonima Biblioteca immaginata dallo scrittore argentino Jorge Luis Borges, è piuttosto un “luogo dalle infinite “possibilità lettoriche”. Il racconto fantastico tratto dalla raccolta “Finzioni” (scritta tra il 1935 e il 1944, in un periodo segnato da incredibili eventi storici) sembra essere ispirata alla legge dell’eterno ritorno e riproduce, con un’ingegneria degna delle macchine più complesse, il meccanismo preciso di un orologio.
“La biblioteca di Babele” è la storia immaginaria di una fantomatica “biblioteca infinita” (nata nella notte dei tempi e destinata ad esistere per sempre), nella quale sono contenuti tutti i libri possibili (creati con le combinazioni dei venticinque simboli dell’alfabeto (ventidue lettere, spazio, virgola e punto) in pagine da quaranta caratteri per quaranta righe e stipati in scaffali dalle dimensioni rigidamente regolamentate.
Si tratta forse di un’utopia, del desiderio di uno spazio altro, sottratto al tempo e capace di alimentarsi del suo proprio misterioso contenuto. All’interno non vi sono che tomi qualsiasi, tutto ciò che può essere partorito dalla mente umana vi trova posto, gli opposti si declinano in ogni direzione pur restando intimamente coerenti. Eppure vi è anche un libro speciale, quello reputato a contenere la Verità con la V maiuscola, quello che da solo può dar senso all’intera ricerca umana, se non fosse che:
M’inganneranno, forse, la vecchiaia e il timore, ma sospetto che la specie umana - l’unica - stia per estinguersi, e che la Biblioteca perdurerà: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile, armata di volumi preziosi, inutile, incorruttibile, segreta.
Una delle fonti dalle quali il mondo dell’editoria si nutre da sempre è quello degli scritti inediti che grandissimi autori hanno “dimenticato” lungo la strada e che, per una galassia infinita di motivazioni, non hanno mai pubblicato in vita. Scritti dimenticati in qualche cassetto, bozze mai riviste di progetti incompiuti, manoscritti non pubblicati per scelta o per autocensura sono alcune delle tessere che compongono questo infinito puzzle - ogni tanto un po’ forzato - degli inediti di lusso.
L’ultimo esempio di questo tipo riguarda Jorge Luis Borges, uno degli autori probabilmente più sfruttati da questo punto di vista. A conclusione dell’Anno borgesiano - coincidente con l’anniversario dei 25 anni della sua morte - Maria Kodama, giovane vedova del genio argentino, ha annunciato la prossima pubblicazione dell’ennesimo inedito del grade scrittore di Buenos Aires.
In questo caso non si tratta né di un libro dimenticato in qualche cassetto segreto, né di un progetto mai terminato, bensì di una conferenza che Borges tenne nel 1968 all’università di Austin, nel Texas, dedicata alla figura a lui tanto cara di Don Chisciotte. Quel giorno in sala - per la fortuna di Maria Kodama e degli editori di mezzo mondo - c’era Julio Ortega, della Università di Brown, munito di un piccolo registratore portatile che registrò il bizzarro inglese di Borges su nastro.

Il 24 agosto di centododici anni fa nasceva a Buenos Aires Jorge Francisco Isidoro Luis Borges Acevedo, noto come Jorge Luis Borges, uno dei più grandi geni letterari del Novecento. Anche Google lo celebra con un doodle.
Forse Borges non avrebbe gradito un omaggio così virtuale. Stando a María Kodama (sua ex-alunna, poi sua segretaria e, infine, sua seconda moglie, sposata per procura in Uruguay) Borges storceva un po’ il naso dinanzi alle tecnologie (l’ultima volta che Borges avrebbe visto la tv sarebbe stato nel 1969 quando l’uomo andò sulla Luna - ricordiamo che Borges è morto a Ginevra il 14 giugno 1986).
Il doodle di Google, comunque, è un buon modo, secondo me, per ricordare ai distratti navigatori della rete di fermarsi per un po’ e leggere (o rileggere) qualcuno degli scritti di Borges: c’è solo l’imbarazzo della scelta. Non dimentichiamo, poi, che Borges ha influenzato/ispirato diversi scrittori (come, per esempio, Italo Calvino, Umberto Eco, Leonardo Sciascia, Roberto Bolaño, Paul Auster, Philip K. Dick), cantautori (come Guccini, Vecchioni, Elvis Costello) e anche autori di fumetti (come, per esempio, Alan Moore e Grand Morrison). E per noi lettori, niente? Ecco una frase di Borges stesso sui buoni lettori:
A volte credo che i buoni lettori siano cigni anche più tenebrosi e rari che i buoni autori… Leggere, per intanto, è un’attività successiva a quella di scrivere: più rassegnata, più civile, più intellettuale
Devo ammettere che ogni volta che mi accingo a leggere raccolte di testi “riscoperti” di grandi autori sono sempre un po’ scettico sull’effettiva utilità di queste operazioni editoriali di ripescaggio e sulla loro liceità. Eppure nel caso di questo libro, i Testi prigionieri di Jorge Luis Borges, edito da Adelphi nel 1998, sono rimasto piacevolmente soddisfatto, anzi, quasi sorpreso dalla pregnanza e dall’interesse di questi testi, estratti dall’oblio e riversati in un unico volume appassionante. .
La raccolta mette in fila una serie di brevi articoli scritti tra il 1936 e il 1940, liberati dalla prigione di carta che per cinquant’anni li ha sepolti – le colonne di un giornale femminile dal titolo El Hogar, il focolare. A quei tempi, Jorge Luis Borges aveva più o meno quarant’anni e aveva pubblicato, oltre che a qualche raccolta giovanile di poesie non eccelse, soltanto la Storia universale dell’infamia e la Storia dell’eternità. Gli anni dei racconti di El Aleph e di Finzioni erano ancora a venire.
Credo che si possano definire due tipi di piacere che questo libro può dare ai suoi lettori, sia a chi Borges lo conosce come le proprie tasche, sia a quelli che ne hanno solamente sentito parlare. Il primo, il piacere degli appassionati, trae la propria forza dallo scoprire tra le righe di qualche biografia sintetica o di qualche brevissima recensione, frammenti di discorsi che all’epoca si stavano ancora costruendo e che poi, con gli anni, sarebbero diventati l’impalcatura dell’affascinante e vertiginoso immaginario borgesiano.
Il secondo, di cui di certo non saranno privati i lettori esperti, ma che riguarderà facilmente anche i neofiti, è un piacere strano, vertiginoso, che fonda il suo fascino sulla collisione degli spazi temporali, senza però che questa collisione vertiginosa sia il frutto di uno dei paradossi o dei trucchi su cui Borges ha sempre amato basare le sue finzioni. Al contrario, per una volta la vertigine è vera, ed è causata dalla sensazione, che spessissimo si prova scorrendo le recensioni raccolte nel volume, di osservare alcuni dei classici del primo Novecento, da Kafka a Wells, da Chesterton a Huxley, fino a Joyce con gli occhi della contemporaneità.
Jorge Luis Borges
Testi prigionieri
Adelphi
euro 18,50
Da domani sarà in tutte le librerie l’ultima fatica di Orecchio Acerbo di Roma, un’uscita molto interessante, come ormai la casa editrice romana ci ha abituato: si tratta del ripescaggio di un racconto di Jack London dal titolo L’ombra e il bagliore, illustrato da Fabian Negrin.
L’ombra e il bagliore è un racconto tra i più visionari e fantastici del tormentato scrittore americano, padre tra gli altri di avventure memorabili come quelle di Zanna Bianca e de Il Richiamo della foresta, ma anche prolifico e non meno geniale inventore di marchingegni narrativi fantastici, come Il Vagabondo delle stelle.
Protagonisti del racconto sono Paul e Lloyd, due ragazzi identici tra loro la cui vita procede in qualche modo in opposizione, in eterna competizione, che si estende dal gioco alle donne, fino ad una comune e pazzesca sfida, la ricerca dell’invisibilità, l’eliminazione della rifrazione della luce, una ricerca che vede i due ragazzi affrontarsi su due piste parallele, da una parte la trasparenza, dall’altra il nero assoluto.
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In occasione del 110mo anniversario della nascita di Jorge Luis Borges, uno dei più grandi, se non il più grande scrittore argentino di sempre, il governo del partito peronista attualmente al governo in Argentina ha fatto richiesta della salma al cimitero di Ginevra, dove lo scrittore è sepolto dal 1986, anno della sua morte.
Jorge Luis Borges, che del peronismo non è mai stato simpatizzante, che proprio durante gli anni di Peron era stato trasferito dal ruolo di bibliotecario di una piccola biblioteca di Buenos Aires al ruolo di controllore del mercato dei polli, che proprio da quel governo vide arrestate la madre e la sorella si sta probabilmente rivoltando nella tomba.
Anche la vedova Maria Kodama, sta facendo tutto ciò che è possibile per tenere le spoglie del defunto marito a Ginevra, città in cui Borges visse gli anni dell’adolescenza e degli studi durate la prima guerra mondiale, città a cui Borges era molto legato e che mai avrebbe voluto lasciare, soprattutto per motivi politico-ideologici. La stessa Maria Kodama afferma: “In democrazia nessuno, di nessun partito, può disporre del corpo di qualcun altro, che è la cosa che abbiamo più sacra”.
Via | Le Magazine Littéraire
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