Per continuare la mia segnalazione di libri divertenti, eccone un altro, firmato da un giornalista algerino che da anni vive a Roma, Ahmara Lakhous, e che recentemente ho citato perché è diventato direttore editoriale di Sharq/Gharb, nuova casa editrice nata in e/o. Il vecchio Ahmara, come direbbe Salinger, ha scritto un libro divertente soprattutto per chi vive a Roma e conosce il quartiere Esquilino, dove si concentrano le famiglie immigrate della capitale.
Si tratta di un giallo molto carino, che Lakhous questa estate ha portato anche per le scuole di Roma, e in cui si parla della misteriosa morte del “Gladiatore”, inquilino tuttomuscoli, razzista come pochi, che per sfregio alla portiera fa anche pipì in ascensore. E proprio in ascensore viene ritrovato morto ammazzato.
Il libro viene costruito quindi come una raccolta di “verbali” in cui ciascuno dei condomini che abitano nel palazzo della vittima dà la sua versione dei fatti, rivela la sua opinione sui vicini di casa, la sua ipotesi sull’assassino, il tutto condito con una buona dose di lamentele sulla propria vita, il resoconto delle proprie abitudini quotidiane, e anche dei propri segreti.
C’è ad esempio Parvis, lo chef iraniano che è finito a fare il lavapiatti, e gira sempre con una bottiglia di Chianti sotto il braccio, o il mitico Sandro Dandini, barista, che prima di fartisi amico (anche se sei pakistano) ti chiede sempre se sei laziale, ma anche la portiera napoletana per cui tutto il resto del mondo è “Albania”. Tutti sparlano di tutti, tranne che sul signor Amedeo, marito di un’italiana, quello che risolve i problemi di tutti, e che nessuno vuole credere non sia italiano. Ed è proprio Amedeo, che dalla morte dell’assassinio risulta irreperibile, l’indiziato numero uno.
E’ uscito in questi giorni “Angela e Gesù bambino” (Adelphi), l’ultima fatica letteraria di Frank McCourt, autore della splendida trilogia irlandese “Le ceneri di Angela”, “Che paese l’America” e “Ehi prof”.
In un’intervista al Venerdì di Repubblica, McCourt dice di essersi ispirato a un curioso episodio di cui fu protagonista la madre.
“Da bambini, a Natale mamma ci portava a fare il giro dei presepi di Limerick…puntava il dito sulla Natività dicendo: “Un giorno –avevo la vostra età – quel Gesù Bambino me lo sono portato a casa. Pensavo ce avesse freddo…così l’ho nascosto nel mio letto. Si è scatenato il putiferio: il parroco, il poliziotto”.
Alla domanda se scriverà un ultimo libro sulla sua vecchiaia per completare il ciclo dei suoi romanzi, McCourt ha risposto negativamente: “Mi sono stufato di parlare di me stesso. Per ora sto scrivendo un romanzo di “pura fantasia” sugli irlandesi immigrati in Usa”.
Su Carmilla c’è una bella intervista a Joseph O’Connor, che è uno degli scrittori irlandesi che preferisco. Con grande gioia quindi, apprendo dal sito che il suo nuovo libro, “Redemption Falls”, uscirà presto anche in Italia per Guanda (ma sul sito della casa editrice non c’è scritto ancora niente), e che fa parte della trilogia di romanzi storici iniziata con “Stella del mare” (immigrati irlandesi fine ‘800) e “Desperados” (Nicaragua sandinista). Il nuovo libro è ambientato nell’America devastata dalla guerra civile.
O’Connor, che è fratello della cantante Sinead, ha scritto il romanzo “Cowboys and indians” (il primo: viaggio verso Londra di un irlandese fricchettone), i racconti de “I veri credenti”, il divertente “Il maschio irlandese in patria e all’estero”, e anche, fra gli altri, “La fine della strada”, storia d’amore fra un cinquantenne che ha perso suo figlio e una coetanea, che in mezzo ai loro dolori imparano ad amarsi. Il libro più bello secondo me è comunque “Il rappresentante”, una storia complessa da descrivere, che inizia quando un uomo si trova per caso in giardino il rapinatore che ha sparato a sua figlia mentre lei era al lavoro in un negozio, e lo ingabbia (letteralmente). Si instaura un rapporto assurdo, e fra le visite alla figlia in coma, e il racconto della splendida storia d’amore con la ex moglie – finita per l’alcolismo di lui - inizia di “resurrezione”, ovvero ci viene raccontato come sia possibile passo dopo passo andare avanti anche quando sai benissimo che proprio tu hai distrutto con le tue mani la tua felicità. E che quella che ti restava all’improvviso te l’hanno tolta.
Per lui, che dice che scrivere un libro è come comporre musica, la scrittura è una cosa “terribile”.
Scrivevo di migranti e centri di permanenza temporanea, di quello che vediamo - gli sbarchi - e di quello che non vediamo o non vogliamo vedere - cosa succede nei cpt -. C’è un libro che racconta tutto quello che succede prima. Quando chi decide di partire, con la speranza di una vita migliore, si mette in viaggio, attraversando deserti, mari, frontiere. Una testimonianza, ma anche un grido d’allarme per quanto continua ad accadere ogni giorno, in mezzo a un Mediterraneo che sempre più divide anziché unire.
Mamadou va a morire, di Gabriele del Grande (Infinito Edizioni) è un reportage su ciò che accade ai migranti che cercano di arrivare in Europa; l’autore ha passato tre mesi con i suoi coetanei in viaggio dall’Africa verso un futuro migliore. Questo libro è la loro storia e la loro memoria.
Scrive Antonello Mangano su Terrelibere.org:
Gente asciugata dal sole mentre attraversava il Sahara a piedi, uomini morti in fondo all’Atlantico nel braccio di mare che divide il Senegal o il Saharawi dalla Canarie, giovani neri uccisi dai proiettili delle guardie mentre saltavano le barriere tecnologiche del muro di Ceuta, eritrei sfracellati contro gli scogli mentre provavano a raggiungere Lampedusa dalle coste libiche, pachistani mangiati vivi dal sale nel fondo del Canale di Sicilia, profughi derubati dai poliziotti ad ogni cambio di frontiera, donne violentate da gendarmi, passeurs, compagni di viaggio, maliani rinchiusi nei campi del Senegal o del Marocco ed espulsi alla frontiera, che spesso è solo una linea infinita di sabbia bruciata dal sole impietoso.