
Gli estimatori di Petra Delicado ne saranno felici: a breve Alicia Giménez Bartlett terminerà una nuova avventura dell’ispettrice più famosa della penisola iberica. Sarà un’indagine ambientata per buona parte a Roma e uno dei personaggi si chiamerà Maurizio Abbate. Questo è quanto la scrittrice ha rivelato al pubblico di Libri Come, la festa del libro che si è svolta a Roma dall’8 all’11 marzo.
Scoop a parte, la Bartlett ha parlato soprattutto del suo rapporto con la scrittura, del “come”, appunto. Lavora circa sei ore al giorno: quattro la mattina e due la sera e le sue storie non nascono da episodi di cronaca, come accade per altri suoi colleghi. Lei sceglie degli argomenti e poi li cala in un’ambientazione. “Di solito sono temi che interessano la società in un dato momento”, ha spiegato. E quindi i senza tetto di Un bastimento carico di riso, gli animali e tutto ciò che ruota intorno a loro per Un giorno da cani, la Chiesa ne Il silenzio dei chiostri .
Per prima cosa si documenta e lo fa confrontandosi con delle figure di riferimento: i poliziotti di Barcellona, un medico legale (donna), un avvocato. A loro sottopone le sue teorie per sapere se hanno riscontro nella realtà, perché “bisogna stare attenti a certi lettori”. Con ironia si riferisce al popolo degli amanti dei “gialli” come a una setta (”mi fanno un po’ paura”, dice), perché pronti a far notare un qualsiasi particolare inesatto. “Una volta - spiega - sono stata ripresa perché in un racconto avevo scritto che Petra sparava tre colpi con una Glock e un lettore mi ha fatto notare che quel tipo di pistola non può farlo perché dopo due colpi deve essere ricaricata”.
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E’ un mondo indubbiamente fuori, quello raccontato da Ornela Vorpsi, scrittrice albanese trapiantata a Parigi dal 1997. Un mondo dall’apparenza completamente normale, che si deforma già a partire dagli occhi che cercano avidamente di accedervi e di percepirne i più acuti segreti. Questi bulbi appartengono a Tamar, segnata da un lutto precoce, che sente il peso del tormento già da piccola e invidia, ma solo a tratti, le vite degli innumerevoli figli di Maria, l’anziana vicina che regna, come una matrona, sulla vasta distesa di prole, nuore e cuccioli di gatto, che sembra riprodursi ad un ritmo incessante.
Poi entra in scena Manuela, prima timida pretendente innamorata del bel Dolfi, una delle più deliziose creature messe al mondo da Maria, e poi cadavere, forse frutto di suicidio. Una morte che è una vera maledizione per tutta la comunità la sua, intrisa di sospetto e grondante di colpe, solleverà interrogativi e riflessioni, ma soprattutto aprirà la via su un abisso dal fascino innegabile, che finirà per catturare ancora di più coloro che ne subiscono da sempre i suadenti canti.
Qualcosa si era rotto, certo, ma dove. Mi sedevo, sforzandomi di immaginare l’interno del mio cervello per individuare la crepa, lo spacco, lo squarcio o non so che, e ogni volta la vedevo materializzarsi nell’incrinatura che percorre il muro a casa di mia nonna a partire da un giorno d’estate, quando un terremoto tracciò una linea fine, ma quanto acuta e profonda, spezzandolo a vita. Linea coerente, dal suolo al soffitto. Come i confini sulla carta geografica. C’era una profezia in quel disegno, mostrava la carta geografica del mio cervello, ma non l’avrei rivelato a nessuno, solo il muro io e la mia tomba l’avremmo saputo.
Via | einaudi.it
Konatè, pubblicato in Francia dalla prestiogiosa collana noir di Gallimard, è amato dal pubblico italiano fin dalla Maledizione del dio Fiume (e/o) e di recente ho avuto il piacere di leggere una delle indagini del commissario Habib e del fedele Sosso.
E stato un piacere per me, dicevo, seguire le orme delle sue investigazioni. Sia per la sua scrittura brillante e pulita, sia per i personaggi – la bonomia di Habib mascherata da rudezza, gli slanci di ingenuità del valente Sosso – quanto, infine, per la descrizione dell’ambientazione.
Niente sgommate on the road: la fretta di arrivare sul luogo del delitto si scontra – se è tempo di piogge – con il fango, e la conversazione con i testimoni non ha quel freddo razionalismo, né quell’ironia tagliente a cui siamo abituati nei polizieschi, perchè spesso si cade nelle battute popolari che suscitano risata condivisa, come nella migliore tradizione africana.
«Mi chiamo Angie. Ho ventidue anni. Mi piace parecchio parlare di me, perché so di raccontare cose interessanti». Così si presenta la protagonista e voce narrante dell’ultimo divertentissimo libro di Gianluca Morozzi, Chi non muore, appena uscito, come sempre, per Guanda.
In realtà, il suo nome vero, come si può facilmente arguire, è Angela, viene da Francavilla (Abruzzo), ha ricevuto una buona educazione (suo padre è il preside di un liceo classico) e, cosa più importante, è di una simpatia travolgente. Si trova a Bologna per motivi di studio, cioè, si fa per dire, non perché non sia intelligente, tutt’altro, ma perché sarebbe molto più portata per fare il meccanico.
Peccato che Angie, già al primo rigo della sua storia, stia a un passo dalla morte.

Parte la seconda edizione di Paris Noir, la rassegna europea dedicata al mistero, organizzata dall’associazione Les Miches Tinguettes (impegnata nello sviluppo di scambi interculturali e intergenerazionali allo scopo di consolidare una reale “società mista” che condanni ogni discriminazione) e consacrata all’Italia. Una tre giorni (dal 21 al 23 ottobre) “farcita” di tavole rotonde (presso la Maison des Métallos) su argomenti inerenti alla letteratura noir nostrana, come il “matrimonio di sangue” tra gialli e fumetti, “esiste il documentario noir?” o “l’influenza delle serie poliziesche sul cinema noir”.
Guarda proprio in quest’ottica la serie di incontri e snodi cruciali:
Un’attenzione tutta particolare avvolge il cosiddetto polar de femmes, dibattito sulla “crescita della presenza” (e della potenza) femminile nella letteratura noir. Se era ormai consolidata la massiccia percentuale di donne tra i lettori, la realtà odierna le rende sempre più protagoniste delle stesse storie che amano leggere da sempre. Che le signore amino “mettersi in nero e al nero” è una realtà della quale discuteranno, con la mediazione del giornalista Stéphane Allegret, specialisti del settore come Dominique Sylvain, Dominique Manotti, Catherine Diran et Sylvie Cohen.
Sicuramente farà parte delle mie letture estive il prossimo libro di Fred Vargas (in uscita il 5 luglio). Lo sarà perchè non vedo l’ora di ritrovarmi fra i “soliti noti”.
Non vedo l’ora di seguire le circonvoluzioni mentali di Adamsberg, farmi guidare dalla sua lunatica ricerca di indizi, sempre a distanza di cautela dai suoi soliti ineguagliabili colleghi (Danglard, Veyrenc, Retancourt) divisi fra diffidenza e ammirazione per il suo incomprensibile modo di lavorare.
Stavolta, in La cavalcata dei morti, ad Adamsberg toccherà risolvere un giallo che ha al centro quella che ha tutta l’aria di essere una leggenda passata di moda, e che in realtà sembra essere connessa con una misteriosa “morte annunciata”.
Stando alle anticipazioni, c’è una bambina che ha visto troppo, una madre che ha fondati timori per la sorte dei suoi figli. E l’inafferrabile Adamsberg al centro di una misteriosa armata di morti che infestano i boschi della Normandia.
F. Vargas
La cavalcata dei morti
Einaudi
19 euro
Non ci si aspetti nebbia, neve, o pioggia e umidità, questa volta la piacevole sorpresa arriva da Las Palmas, capoluogo di quelle meravigliose isole spagnole, le Canarie, che da un angolo dell’oceano guardano verso le americhe, soprattutto quella del nord, dalla quale arriva l’eco di Philip Marlowe e Raymond Chandler.
Ma le isole e lo scrittore in questione, José Luis Correa, così come il suo libro, Quindici giorni di novembre (Del Vecchio editore), sono anche troppo vicini all’Europa per non sentire l’ascendenza di uno scrittore come Manuel Vásquez Montalbán.
Ricardo Blanco, invece, è il nome dell’investigatore: quarantaquattro anni, gli piacciono i film in bianco nero, quelli con Humprey Bogart, i romanzi gialli (e gli autori appena citati) e, esattamente come i suoi predecessori, forse per questo ancora una volta del tutto personale, Blanco ha un problema con la vita che, nonostante tutto, continua a non capire.
Continua a leggere: Quindici giorni di novembre, di José Luis Correa

“Tre anni dopo, Louis era partito per il college e io sposai Griff. Maledette fate, mi dico adesso. Non abito in una casa gialla, non ho visto l’oceano e Louis non mi ha mai amato per sempre. E la mia Calli, la mia adorata, è scomparsa. Tutto quello che tocco si rovina o svanisce”.
Calli e Petra sono sparite nel bosco. Calli ha sei anni ed è una bambina che non parla. Da tanto, troppo tempo. E suo fratello Ben sa il perchè. E’ stato suo padre Griff, dice. Ed è colpa sua – del suo padre violento, operaio in un gasdotto in Alaska che quando è a casa non fa che combinare guai - se ora Calli è sparita nel bosco e nessuno sa dove sia.
E’ che neanche Griff si trova, e la moglie Antonia lo maledice, per questo. Lo ha sposato per unire le loro solitudini. Lui, col suo rapporto difficile con i genitori. Lei, senza più una madre, e con i fratelli via, che sentiva di essere diventata un peso per il padre. Senza radici: soprattutto dopo che il suo fidanzato, Louis, aveva deciso di andare via. L’aveva mollato lei, perchè lui non aveva scelto di restarle accanto.
Continua a leggere: Il peso del silenzio, di Heather Gudenkauf
Non è un giallo, non è un thriller, né un horror, allora cos’è Un colpo di vento, il libro d’esordio di Ferdinand von Schirach, uno dei libri più venduti in Germania, appena uscito in Italia per Longanesi?
A voler liquidare la cosa con un paio di aggettivi, diremmo semplicemente che si tratta di un libro bello e intrigante. Ma la verità è che è unico nel suo genere, dato che non è propriamente classificabile in un unico genere. Eppure è capace di contenerli tutti.
All’apparenza, il protagonista e voce narrante è un avvocato berlinese che racconta una serie di episodi legati naturalmente al suo mestiere. E, nella gran parte dei casi, gli capita di assistere persone fuori del comune, che commettono cose davvero strane.
Continua a leggere: Un colpo di vento, di Ferdinand von Schirach
Il primo consiglio, nel caso di Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio (regia Isotta Tosi) è quello di leggere lo spassoso giallo di Ahmara Lakhous da cui è stata tratta la storia. Il secondo è, se vi è piaciuto il libro, di andare assolutamente a vedere il film.
La sceneggiatura riesce infatti a ‘integrare’ la storia a più voci del giallo ambientato nel quartiere più multietnico della Capitale, raccontandoci un punto di vista che mancava: quello del Gladiatore, la vittima, che sporcava sistematicamente l’ambito ascensore del palazzo, e proprio lì è stato ammazzato.
La storia di lui, ragazzo ‘difficile’ dopo l’arresto per frode del padre, che da allora non riesce più a comunicare con un fratello più grande (Daniele Liotti) che convive con la storica fidanzata Giulia (Kasia Smutniak), è davvero bella.
Continua a leggere: Dal libro al film: Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio