"Giorno da cani" di Alicia Gimenez Bartlett

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Giorno da caniMi verrebbe quasi da dire povera Petra Delicado, icona della sua autrice, prima onorata e poi bistrattata tempo fa sulle nostre pagine, se non fosse che questa poliziotta spagnola tutta d’un pezzo, che vive sola, non ha alcuna fiducia nei rapporti amorosi e ingoia whisky e delusioni, è completamente agli antipodi rispetto ad ogni forma di commiserazione. Ve l’abbiamo presentata qualche anno fa, e vi riportiamo di nuovo su una delle sue rocambolesche vicende.

Perché in fondo credo che la definizione di ispettrice-caterpillar, le calzi a pennello, e metta in luce quella buona dose di cinismo che due matrimoni falliti ed un imprecisato numero di anni nella sezione omicidi, hanno contribuito a donarle. Se si destreggia con scarso successo tra indagini, avventure amorose e terribili cadute di stile del suo fedele vice Garzòn, ciò non toglie che resti una specie di capolavoro di tridimensionalità imperfetta, una persona vera insomma, che sbaglia in continuazione e fatica a ricucirsi addosso gli abiti giusti.

In “Giorno da cani”, per Sellerio editore, la coppia investiva Delicado-Garzòn diventa un trio a 4 gambe ed altrettante zampe. Perché i “nostri eroi scalcinati” si avvalgono della consulenza specialistica di Spavento, bruttissimo meticcio dal cuore d’oro, appartenuto alla prima delle vittime nelle quali incapperanno e fedele compagno durante il corso di un’investigazione tutt’altro che semplice. Tra loschi personaggi, ricchezze poco oneste e traffici vari, Petra dovrà fare i conti con la sua stessa situazione amorosa, ma soprattutto con le intemperanze da vero don Giovanni del suo vice, diviso tra due belle donne i cui caratteri non potrebbero essere più diversi.

Pensare che ti stai muovendo in una direzione completamente sbagliata è la cosa peggiore che ti possa capitare. Ti fa sentire stupido, come un bambino che, giocando a nascondino, cerca da una parte mentre i suoi compagni se la ridono dalla parte opposta. Per di più, quel maledetto caso non risvegliava in me nessun genere di passione, era completamente privo di risvolti emozionali. La vittima, insignificante, non metteva in moto dentro di me sentimenti di vendetta come le ragazze violentate del caso precedente. Di fatto nemmeno per un attimo avevamo supposto che Lucena fosse innocente. Fin da principio ci eravamo convinti che, in qualche modo, lui se la fosse cercata. Una cosa terribile, a pensarci bene, perché l’unico elemento da cui eravamo partiti per giungere a questa conclusione era in realtà il suo aspetto, o meglio, il modo in cui si presentava. Gli avremmo attribuito la stessa colpevolezza se avesse avuto l’aria impeccabile di un direttore di banca? Ma Lucena era come uno dei cani di cui faceva commercio: senza razza, senza bellezza, con un nome diverso per ogni padrone, senza nessuno che li reclamasse quando morivano. Con l’unica differenza che i cani ispirano pietà perché sono innocenti.

Via | sellerio.it

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