"Punto e a capo - prima parte" di Eschedaprile

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Paris in the rainPuò sembrare sciocco, e persino leggermente infantile, ma ho sempre creduto che in fondo la scrittura sia una specie di appunto a margine, di annotazione personale che prende la forma che gli si da, la consistenza e lo spessore che si desidera, il contorno che ci appartiene e che, spesso senza neanche accorgercene, plasmiamo come sfondo alle storie che leggiamo. Ecco perché un racconto non è semplicemente un insieme di frasi legate da una progressione logica, temporale o tematica. Un racconto è un sentiero, che si estende a vista d’occhio e del quale, quasi sempre, non si può assolutamente misurare né prevedere l’evoluzione.

Tutto questo sproloquio perché fuori piove, oppure perché mi sono ritrovata ad immaginare il protagonista della storia incrociata, l’ho visto affondare per un attimo nella sua poltrona, guardando i vetri sporchi d’acqua e di vento. Tutto questo per spiegare la scelta dell’immagine, per dar ragione di questa istantanea di un altro orizzonte (ugualmente umido) “incollata alla bene e meglio” su un testo che all’origine non le apparteneva. Sono solo parole, si potrebbe obiettare, pacchetti ordinati di lettere ritrovati su Eschedaprile, il blog che si definisce “spazio letterario autogestito” e distilla emozioni in punta di tasto nella puntata intitolata “Punto e a capo - prima parte”:

Le luci della città si stavano affievolendo e il chiasso dei motori diventava sibilo. La macchina andava diretta verso gli amici, come se sapesse lei stessa il percorso. Avevo idea di fare presto quella sera. Gli occhi erano stanchi e poco motivati ad andare in fondo alla mattina. Una birra mi arrivò subito in mano, c’era molta gente attorno, un gran trambusto. La piazza piena urlava la gioia della primavera e le chitarre suonavano, vecchi giovanotti dai vestiti finti eleganti intonavano canzoni di cantautori popolari, buoni per ogni stagione. Fu in quel momento che il soffio dei ricordi mi sputò in faccia il suo conto. Sbiancai un attimo quando i suoi occhi incrociarono i miei. La vidi impallidire, cederle dolcemente un ginocchio. Poi riprendersi, guardarsi attorno, fare finta di niente, ricadere nei miei occhi, venire verso di me. Ci guardammo e un marcato imbarazzo si frappose tra noi. Ognuno di noi due stava maledicendo quel momento, ognuno di noi due sapeva che non voleva andare avanti in quel incontro, ma ci rendevamo conto entrambi che era troppo tardi. Poi iniziarono le parole. Erano scuse, carezze velate ai nostri rimpianti.

Foto | fleaingfrance.com

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