"Una casa di petali rossi" di Kamala Nair

"Una casa di petali rossi" è il romanzo d'esordio dell'americana Kamala Nair, un libro che fa la sua comparsa in Italia proprio oggi, per l'Editrice Nord. Nata a Londra da genitori indiani, cresciuta tra gli Stati Uniti e l'Inghilterra, la giovane scrittrice non ha mai abbandonato i forti legami con la sua cultura d'origine, un radicamento profondo che ritorna costantemente nelle sue pagine e si fa materia misteriosa. Un nodo spesso ed affascinante di tradizioni e di enigmi che spingono ad addentrarsi velocemente nella storia di Rakhee. Promessa sposa desiderosa di svelare una parte importante di sé al suo futuro marito, una vicenda che comincia con un viaggio e si tinge di orizzonti lontani. Perchè gran parte dell'avventura è ambientata nel sud-ovest dell'India, e precisamente nella regione del Kerala, tra tempi Indù, tradizioni ancestrali, un ospedale ayurvedico e Ashoka, l'albero che presta il suo nome alla casa dell'antica e rispettata famiglia Varma. Il paese dove Rakhee, l'undicenne magrolina e occhialuta venuta dall'altra parte del mondo, fa il suo ingresso nell'età adulta, scoprendo l'affetto delle sue cugine, l'atmosfera calda e umida dell'estate indiana, ma anche una lunga serie di segreti inconfessabili.

I mesi trascorsi con la madre saranno un vero e proprio apprendistato sociale per la piccola Rakhee, e la porteranno ad un incontro fatale, quello con Taulasi, custode di una magnifica casa nascosta nella foresta e del suo lussureggiante giardino. Una ragazza gentile e premurosa, ma terribilmente solitaria, che dice di esser nata da una pianta ed ha come unico amico un pavone bianco di nome Puck. Una ragazza che le somiglia incredibilmente ed alla quale si sente molto legata, nonostante la sua partenza. Un'anima che la riporterà indietro tanti anni dopo quando, alle soglie della sua nuova vita, deciderà di ritornare sui suoi passi e di ricucire il filo doloroso del passato.

Se non altro, l’avevo trovata. Dovevo essere forte anche per lei. Dovevo resistere. Ma più a lungo restavo in quella stanza, osservando il sole che danzava sulle lenzuola bianche del letto su cui Muthashi aveva esalato l’ultimo respiro, più restare calma mi costava fatica. Continuavo a pensare all’ultima volta che ero stata lì, e i ricordi fendevano il mio coraggio con la precisione di un bisturi. Il buio. Quel corpo consumato che giaceva sul letto. La mano che si allungava ad afferrare la mia, in cerca di un conforto che non ero in grado di darle. E l’odore... l’odore... Non riuscivo a respirare. Mi lasciai cadere su un fianco, allungai le gambe, e chiusi gli occhi. E mi abbandonai a una cosa che non era sonno... ma piuttosto un’ombra scura e protettiva. La stanza intera divenne prima una macchia confusa, poi si dissolse.

Via | unacasadipetalirossi.it

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