25 aprile 2012: Io sono l'ultimo. Lettere di partigiani italiani

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25 aprile 2012: Io sono l'ultimo. Lettere di partigiani italianiC’è stato un periodo recente della nostra storia in cui anche leggere era considerato un atto rivoluzionario. Accadeva durante il fascismo. Lo racconta Ferdinando De Leoni che quell’epoca l’ha vissuta:

Sono nato durante il fascismo. Ho frequentato scuole fasciste – il liceo Tasso, dove andavano i figli del Duce. In un’epoca in cui la televisione non esisteva e la radio era la radio del Regime e i giornali erano giornali del sistema, era proibito leggere libri di autori stranieri e persino parlarne la lingua. Un’epoca in cui era proibito dire ho fatto goal alla partita e al cinema si andava a vedere i film di Renato Rascel (sempre che quel cretino di Starace non fosse riuscito a farlo chiudere, il cinema Eden, perché Eden era il nome del capo dei laburisti inglesi): un’epoca in cui chi decideva le nostre parole non conosceva neppure il significato della parola Paradiso. Di fronte a tutto questo, come abbiamo fatto, alcuni di noi, a diventare antifascisti? Le strade sono molteplici. Molto differenti. Per me, si leggeva. Clandestinamente. Si studiavano i libri che giravano sottobanco.

La testimonianza di De Leoni, insieme a quelle di altre centinaia di persone, è raccolta nel libro Io sono l’ultimo. Lettere di partigiani italiani, raccolte con la collaborazione dell’Anpi, a la cura di Stefano Faure, Andrea Liparoto e Giacomo Papi e pubblicato da Einaudi. Testimonianze dirette che mettono in luce l’importanza dell’odierna celebrazione: dimenticare, infatti, è uno dei più grandi errori che si possano commettere.

Talvolta mi ritorna l’immagine della città vuota. Stato d’emergenza assoluto. Ponti tutti distrutti. Ho un ricordo di questo silenzio più del rumore dei combattimenti. Il mio nome di battaglia era “Angela”. È stata un’esperienza, quella partigiana, dura e tragica, che ha richiesto immensi sacrifici e tanto coraggio. Eravamo consapevoli che, una volta catturati, prima di ricevere la morte saremmo passati attraverso la tortura e le sofferenze più atroci. I compagni ci chiedevano se si volesse il veleno da portare appresso. Ma io non l’ho mai preso: non lo volevo il veleno sul corpo. Però ho una soglia del dolore piuttosto bassa. Mi chiedo ancora come avrei fatto. Tuttavia penso che rifarei la stessa scelta che feci allora. (Liliana Mattei)

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