Alice, di Judith Hermann

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alice hermann≪Vieni≫ disse Lotte, ≪ti faccio vedere una cosa≫. In piedi l’una accanto all’altra sulla grande terrazza con la panca e la sfera di pietra. Lotte srotolò il tubo verde dal cilindro di supporto e aprì l’acqua. Direzionò il getto, luminoso e lungo, sui cespugli di lavanda, ci volle un minuto. Lotte disse: ≪Aspetta≫. Dai cespugli schizzarono fuori a centinaia i coleotteri rossi, una marea rossonera, infinita, di coleotteri invase la terrazza, correndo dappertutto. ≪Guarda≫ disse Lotte. ≪Guarda che roba≫.

Alice aveva sempre pensato che sarebbe morta prima di Micha. “Micha ci sarebbe sempre stato”, questo aveva pensato. Perche avesse pensato una cosa del genere non avrebbe saputo dirlo, forse era una manifestazione del suo amore, un qualcosa di fuori dal tempo”.

E un giorno aveva anche chiesto, al suo Raymond, se avesse voluto morire prima o dopo di lei. Era stato dopo essere andata da Margaret e Richard a stabilire i dettagli del funerale di lui. Bara portata a spalla dagli amici, ricevimento con polpette e birra.

Una bella raccolta di racconti sul dirsi addio, e sul dire addio alla vita, questo Alice di Judith Hermann. Sulla dolcezza di morire quando la vita ha deciso che è giunta la tua ora; e sull’impresa di rendere luminosa la nostalgia, di imparare a trattenere quel che non svanisce neanche nell’assenza, e che la vita continua a regalarti anche dopo il distacco.

I primi giorni, e settimane e mesi senza Raymond; cosi vividi e luminosi non lo sarebbero stati piu, forse doveva imparare a ricavare da essi un qualche piacere, altrimenti non ne sarebbe uscita. (…)
Lotte – Alice lo sapeva – si era attaccata alla porta un foglietto sul quale Conrad, ancora in vita, aveva scritto una frase con mano sicura:
– Torno subito. –
Alice cercava qualcosa di simile per se e per Raymond. Non riusciva a trovarla ma era sicura che ci fosse. L’avrebbe di certo trovata un giorno, per caso.

E’ un testo sulla nostalgia che ti spinge a volere un ultimo incontro con l’anziano uomo di cui un giorno il tuo giovane zio, morto suicida, si innamorò; sull’umiltà di accettare l’ultima lezione della vita, come avviene per Conrad: quello stupore nel sentirti infine vulnerabile, tu da sempre così muscoloso e giovanile.

Mentre Alice si spogliava, da sola sulla spiaggia, completamente nuda, ed entrava in acqua, facendo attenzione a non inciampare sui sassi scivolosi, le ritornò in mente quello che Conrad le aveva detto del lago allora, quando l’aveva invitata a venire. Aveva detto che l’acqua del lago era sempre gelida, che lei doveva vincere la sua reticenza ad immergervisi. Le aveva detto che lei ci sarebbe comunque entrata, in quell’acqua. Che non se ne sarebbe pentita. Non se ne sarebbe pentita mai. (…)
Il lago era gelato. L’acqua trasparente. Ad Alice si bloccò il respiro nel momento in cui si immerse, un’incomprensibile, estasiante asfissia. Tutto era diverso. Tutto era perfetto. Distese completamente il corpo sott’acqua, un lento allungamento dalla punta delle dita a quella dei piedi, poi aprì le braccia e cominciò a nuotare.

E starà ad Alice trovare il fil rouge che lega tutte le morti di chi ha amato, amici, parenti, compagni di vita, per dare un senso alla sua, di vita. Come capita a tutti noi, in fondo. Un libro dalla scrittura incantata, grazie anche alla sapienza con cui Hermann inserisce nella sua creazione narrativa la descrizione della bellezza della natura. Del conforto che danno il sapore di certi cibi o la bellezza della vista di certi paesaggi. Che trasforma la nostalgia e il dolore in qualcosa di dolce e leggero, anche se intenso. Con grazia.

J. Hermann
Alice
Socrates ed.
9.50 euro

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