Se fossi fuoco arderei Firenze, il nuovo libro di un talentuoso scrittore toscano di nome Vanni Santoni, l’ho letto tutto di filato su un treno che da Parigi mi riportava a Milano. E ogni volta che alzavo gli occhi dalla pagina, a riprendere il fiato, il paesaggio sempre diverso che mi sfrecciava a lato dal finestrino faceva da rilassante contraltare a Firenze, paesaggio obbligato di questa immensa collana narrativa.
Una collana, esattamente, perché le decine di personaggi che Vanni Santoni mette in gioco si intercalano, si passano il testimone e insieme le scenografie, da piazza della Signoria fino a San Miniato, passando per gli Uffizi, le stradine più recondite e le piazze più famose della città di Dante. E così emerge il ritratto della vera protagonista: Firenze, con le sue virtù, i suoi vizi, le sue luci e le sue ombre, la cui immagine viene fuori un po’ come quella delle foto che, viste da vicino, rivelano la propria essenza di mosaico, formate come sono da decine e decine di altre foto, in questo caso dai personaggi che si alternano sulla scena, quasi tutti alle prese con qualche fallimento o delusione.
Alla fine l’unica a non deludere sembra essere proprio Firenze. Non credo sia un caso che, seppur molto spesso i personaggi si chiedono se restare o andarsene, la chiusa sia affidata a un personaggio che ritorna: Maddalena, videomaker assente dalla sua città da due anni, che si ritrova a riflettere sull’impossibilità di filmare Firenze senza essere retorica, o alla meglio inutile:
E neanche puoi dire: bene, saremo analitici, prenderemo in considerazione tutto, filmeremo ogni cosa, ottima idea per ritrovarsi dopo due o tre anni di lavoro con un film che è un inutile documentario sulla cosa più ovvia del mondo: il fatto che Firenze è bella.
Forse è vero, fare di Firenze un documentario originale è impresa impossibile, ma farne un romanzo originale invece no, e Se fossi fuoco arderei Firenze è lì sul comodino a ricordamelo.
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