Non venitemi a raccontare che l’elemento essenziale dello scrittore è la capacita di distacco, perché si tratta di una tesi, a mio modesto parere, accettabile solo come movimento di ritorno. Nel senso che l’allontanamento segue necessariamente ad una profonda immersione quotidiana, e che quindi, la missione stessa di chi è chiamato (da se stesso probabilmente, o da una misteriosa obbedienza ad una specie di dono) “all’ingrato compito” della descrizione, non possa in realtà esimersi da questa prima fondamentale “tappa istruttoria” da compiersi rigorosamente in medias res.
Nessun esempio è dunque più adatto alla descrizione di una tale “necessità istruttiva” che il testo di Simone Weil dedicato alla riflessione sul danno causato dai partiti politici. Un pensiero che può essere sintetizzato (come in un sillogismo aristotelico) mettendo insieme forzatamente tre affermazioni della stessa Weil:
1) L’Accusa & il “male allo stato puro”.
Ma è molto più sensato chiedersi: c’è in loro anche solo una particella infinitesimale di bene? Non sono forse un male allo stato puro, o quasi?
2) Il Crimine & lo “spirito che acceca”.
Si ammette che lo spirito di partito acceca, rende sordi alla giustizia, spinge anche le persone oneste all’accanimento più crudele contro gli innocenti. Lo si ammette, ma non si pensa a sopprimere gli organismi che fabbricano tale spirito
3) La Soluzione & la Soppressione.
Non è facile concepire delle soluzioni. Ma è evidente, dopo un attento esame, che qualunque soluzione implicherebbe innanzitutto la soppressione dei partiti politici.
Mi duole costatare la “parziale infedeltà” della traduzione al titolo originale: il libro scritto nel 1940, pubblicato dieci anni dopo a Parigi e ripubblicato nel 2006, si chiamava infatti “Note sur la suppression générale des partis politiques”, una definizione che non fa cenno al Manifesto citato in quello italiano e “cozza non proprio leggermente” con la personalità contraria per principio alle cristallizzazioni, dell’autrice, una Simone Weil a tratti persino “irriggidita” nella sua implacabile ricerca di coerenza intellettuale. Una figura implacabile che, non a caso, il grande antropologo Claude Lévi-Strauss, che ricevette la nomina a professore associato di Filosofia nello stesso anno, descrive così:
Chiacchieravamo nei corridoi della Sorbona. I suoi giudizi senza appello mi disorientavano. Con lei era sempre tutto o niente. La rividi in seguito negli Stati Uniti, dov’era venuta per un breve soggiorno, prima di andare in Inghilterra e morirvi. […] Discorremmo familiarmente seduti sugli scalini. Le intellettuali della nostra generazione erano spesso eccessive: lei non faceva eccezione, ma ha spinto questo rigorismo fino a farsi distruggere.
Niente di più adatto visti i “venti italiani” delle ultime ore!
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