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Che senso ha scrivere? Ricordando Pier Paolo Pasolini nell'anniversario dell'uccisione

Pubblicato: 02 nov 2011 da Roberto Russo

Pier Paolo Pasolini veniva brutalmente ucciso il 2 novembre di trentasei anni fa. Della sua morte ebbe a dire Alberto Moravia:

“La sua fine è stata al tempo stesso simile alla sua opera e dissimile da lui. Simile perché egli ne aveva già descritto, nella sua opera, le modalità squallide e atroci, dissimile perché egli non era uno dei suoi personaggi, bensì una figura centrale della nostra cultura, un poeta che aveva segnato un’epoca, un regista geniale, un saggista inesauribile”.

Di questa figura centrale della nostra cultura riportiamo uno spezzone di un’intervista in cui gli viene chiesto quale sia il senso dello scrivere. La risposta di Pasolini è interessante: non ha nessun senso scrivere, lo si fa per una forza d’inerzia. E lo scopo dello scrittore è altalenante tra l’essere un non senso e l’essere un cittadino che ha degli impegni che lo portano a scrivere. In un certo senso, lo scrivere è un impegno di civiltà, una testimonianza dell’essere consapevolmente nel mondo. Ma è, al contempo, un non senso.

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