Una conversazione con Enrico Deaglio. Prima parte.

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Accennare alla storia professionale di Enrico Deaglio significa accennare alla storia del giornalismo e del telegiornalismo italiano. Cresciuto nel quotidiano di Lotta Continua - di cui è anche direttore per un lustro - Deaglio ha collaborato con buona parte dei quotidiani e dei settimanali più importanti del nostro paese, da La Stampa al Manifesto e poi Epoca, Panorama, l'Unità, Diario, Reporter, oltre ad alcune delle più interessanti trasmissioni di inchiesta televisiva, da Mixer all'ultimo L'Elmo di Scipio.

Quest'anno, dopo tutta una carriera spesa a analizzare e a interpretare la realtà, Enrico Deaglio si è messo alla prova nel campo non facile della narrativa, scrivendo per i tipi del Saggiatore il suo primo romanzo Zita, di cui qualcuno di voi avrà letto la recensione proprio su queste pagine. Noi di booksblog lo abbiamo incontrato a Milano e abbiamo discusso con lui di questa sua esperienza, ma anche di ciò che sta succedendo nel Mediterraneo e di ciò che si aspetta dal futuro di questo nostro paese.

Dopo il salto trovate la prima parte di questa conversazione, buona lettura.

Passando dal giornalismo alla finzione, come si è trovato a gestire completamente storia e personaggi?

In effetti ogni tanto mi sono trovato in difficoltà, nel senso che credevo che fosse più semplice. Da una parte sono inventare una storia in certi momenti ti da molta gioia. L'idea di costruirsi un personaggio o una storia è certamente molto stimolante, ma ogni tanto si entra in agitazione perché non riesce più a capire come farlo procedere. Tanto più che questa vicenda di Zita era per me una storia che ho costruito in molti anni. C'erano pezzi che avevo scritto addirittura vent'anni fa, delle paginette, e quindi è stato un lavoro d'incastro. Diciamo quindi ho avuto un po' di difficoltà. Ma non sta a me giudicare se il risultato se sia buono o no.

La struttura di Zita è abbastanza particolare, com'è nata?

Si, in effetti c'è un narratore in terza persona, che è Carlo e ogni tanto c'è una specie di alter ego di Carlo che parla in prima persona. All'inizio non lo avevo pensato così. All'inizio l'idea era di ambientarlo tutto in un'unica nottata, era un sogno. Poi ho deciso di ridurre lo spazio del sogno semplicemente nella parte finale. Su tutto il romanzo non sarei riuscito a tenerlo, era troppo complesso e complicato, probabilmente sarebbe stato troppo anche per il lettore.

Zita, è un romanzo che attraversa tutta la storia del secondo Novecento. C'è qualcosa di autobiografico in questa sua scelta?

Certamente un po' sì. Torino d'altra parte è la mia città e quindi le parti riferite a Torino sono certamente legate alla mia vita di quando ero piccolo. Poi la mia idea era quella di inscrivere tutta la vicenda tra il centenario dell'Unità d'Italia e il centocinquantesimo. E poi, sì, diciamo che ci sono molte assonanze con la mia vita o con la vita di persone che ho conosciuto. Più come giornalista, forse. Con in più questo cambio di scena a metà del libro, per cui da Torino si passa all'Iran.

Come mai l'Iran?

Quel periodo lo avevo vissuto molto intensamente. Ero stato anche a Teheran. Tra l'altro c'era una ragazza che conoscevo che effettivamente aveva intervistato Khomeini e in realtà quell'esperienza era stata molto simile a quella che descrivo io nel romanzo.

Nel suo romanzo Zita rappresenta l'azione. Ma in Italia c'è ancora spazio per personaggi del genere?

Non so c'è spazio, ma di sicuro ce n'è un bisogno assoluto. In Zita c'è l'azione, il senso pratico e l'urgenza di dover fare certe cose. Ogni tanto ha delle idee che sembrano delle follie, ma che in fondo non sono poi così pazzesche. Una è quella dei denti, l'altra è quella che riguarda i migranti, un'idea che potrebbe salvare effettivamente moltissime vite. In ogni caso credo che in Italia ci siano ancora persone di questo tipo, solo che forse non gli si dà molta visibilità.

Ha accennato alla questione dei migranti. Cosa ne pensa della rivolta che settimana scorsa ha sconvolto Lampedusa?

Io generalmente sono pessimista, se mi chiede come andrà a finire l'Italia le rispondo male. Stiamo invecchiando rapidamente e se non riusciamo ad avere un buon rapporto con la gente che arriva dall'altra parte del mare non andremo lontano. Dobbiamo capire che questa cosa che chiamiamo Mare Nostro non è affatto nostro, è una cosa che dividiamo insieme agli altri. Nello specifico naturalmente è ovvio che una situazione come quella che si è venuta a creare nel Nord Africa, se non viene seguita da vicino dall'Italia rischiamo di perdere una storica occasione, oltre a non fare i nostri interessi. Ci converrebbe molto avere buoni rapporti e scambi con l'altra parte del Mediterraneo. Non mi sembra che nessuno abbia voglia di farlo, anche perché metà del Nord Italia vota un partito come la Lega che chiede espressamente che si faccia il contrario.

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