Sull'India, sulle rivoluzioni e sul futuro: un'intervista con Dominique Lapierre

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Dominique Lapierre è uno di quegli scrittori che non ha quasi bisogno di presentazioni, anche perché nella sua carriera, lunga più di sessant’anni, è riuscito a vendere milioni di copie dei suoi libri, 9 milioni soltanto con La città della gioia, il cui titolo coincide con l’altra grande opera a cui Lapierre lavora da anni, la sua associazione di volontariato.

Attiva dal 1982 grazie all’impegno dei coniugi Lapierre, l’Action pour les enfants des lépreux de Calcutta - così si chiama il progetto - si alimenta ogni anno grazie alla donazione dei propri diritti d’autore da parte di Dominique Lapierre. Noi di booksblog l’abbiamo incontrato ieri nella sede della casa editrice che sta ristampando tutte le sue opere, il Saggiatore, e con lui abbiamo discusso di questa sua attività di volontariato, ma anche di altro: da India, mon amour al futuro del continente indiano e di quello europeo. Leggete l’intervista completa dopo il salto.

Che posto ha India mon amour all’interno del suo percorso di scrittore?

India, non amour è un libro che per me è molto importante. In questo libro ho raccontato tutte le mie avventure nei 40 anni di viaggi in India. I primi, per fare l’inchiesta storica che ha dato vita a Stanotte, la libertà!, con il Maraja, con Mahatma Gandhi e altri; Poi, successivamente, tutti quelli che ho fatto successivamente per creare una rete umanitaria nelle bidonville di Calcutta e per scrivere un libro che si chiama La città della gioia. Diciamo che ho scritto India, non amour per dimostrare la mia riconoscenza al popolo indiano, cercando contemporaneamente di aiutare i più diseredati delle bidonville grazie al mio impegno umanitario.

Quali sono i risultati ad oggi di questo suo impegno umanitario?

Ad oggi abbiamo aperto 14 centri rifugio per bambini lebbrosi, costruito 654 pozzi d’acqua potabile, messo in funzione 4 battelli ospedale nel delta del Gange che portano aiuti e medicinali a un milione di persone che vivono totalmente dimenticate nelle 54 isole del delta. Certo, è una goccia d’acqua nell’oceano dei bisogni, ma come diceva Madre Teresa di Calcutta, senza la nostra goccia d’acqua l’oceano mancherebbe di qualcosa.

C’è una storia particolare di questa sua attività che vuole raccontarci?

Qualche tempo fa un ragazzo mi ha chiamato sventolando un documento in una mano. Si chiama Ashu, faceva parte di una colonia di lebbrosi di Calcutta, noi l’abbiamo aiutato, lo abbiamo curato e gli abbiamo dato la possibilità di studiare. Quel documento era il suo diploma di ingegnere meccanico. Oggi Ashu può trovare un lavoro, può comprare un pezzo di terra per costruire una casa e per portare la sua famiglia fuori dalla bidonville. La vita di tutta una famiglia di 20 persone cambierà grazie al fatto che Ashu ha avuto la possibilità di studiare e di diventare un ingegnere meccanico. Per me è una vittoria simbolica enorme, è la prova che dimostra la capacità che abbiamo tutti noi di intervenire sul mondo che ci circonda.

C’è qualcosa che il nostro mondo occidentale dovrebbe imparare da quello indiano?

La capacità di superare tutte le avversità. Io ho conosciuto migliaia eroi sconosciuti nei campi di battaglia della povertà, eroi che per me sono realmente la luce del cammino, che mi danno la forza di continuare. Dobbiamo sapere che oggi ci sono due Indie, ce n’è una ricca, un’India che brilla, popolata da gente può comprarsi una Ferrari, a Bombay o a Calcutta, un’India che è all’avanguardia nell’informatica.
Ma c’è anche un’altra India che è quella dei più poveri. Oggi ci sono 350 milioni di persone che vanno a dormire ogni sera con lo stomaco mezzo vuoto. Ce ne sono 100 milioni che non potranno mai entrare in una scuola perché devono lavorare per guadagnare qualche soldo. Ci sono famiglie per le quali 1 dollaro al giorno può fare la differenza tra la fame e la sopravvivenza. Ci sono 50 milioni di donne che devono fare più di 10 chilometri al giorno per trovare qualche litro d’acqua. L’India del mio cuore è questa.

Cosa vede nel futuro di questo immenso paese?

Io credo che se i ricchi non si interesseranno ai più poveri è possibile che un giorno arrivi un uomo con il carisma di Gandhi, ma che non predichi la non violenza. Un uomo nel quale il popolo potrà avere fiducia perché non sarà corrotto come tutta la classe politica. Se questo uomo quel giorno chiamerà i poveri alla rivoluzione, potremmo veramente assistere a un conflitto apocalittico. A me preme molto che i ricchi si interessino ai più poveri. Ma purtroppo non è questa la tendenza, i ricchi non vogliono sapere, non vogliono nemmeno vedere come la gente vive nelle bidonville. E difatti la mia azione umanitaria non può contare su molti aiuti da parte dei ricchi indiani.

E in Europa, invece?

Sono convinto che si debba lavorare sempre per una giustizia sociale. Questa deve essere la priorità, senza giustizia sociale andiamo incontro anche qui a una rivoluzione. Il popolo a un certo punto non ne potrà più e si ribellerà. Oggi il mondo si trova in una condizione molto pericolosa. Per esempio, in India oggi i poveri sanno benissimo quello che succede fuori dalle bidonville. Grazie alla televisione o al cellulare, o internet, ogni persona può accorgersi dell’esistenza di un mondo completamente diverso dal proprio, un mondo dove si possono spendere milioni e milioni di rupie per comprarsi una macchina. Tutto questo è molto pericoloso perché un giorno questa gente può uscire dalla marginalizzazione per rivendicare il proprio diritto a una vita migliore di quella che ha ora.

Quel è secondo lei la differenza tra miseria e povertà

Io penso che la differenza sia questa: nella miseria non c’è più speranza, cosa che invece c’è nella povertà. Diciamo una prospettiva per un mondo migliore. Non ho mai trovato la vera miseria nelle bidonville di Calcutta, ma piuttosto nei sobborghi di New York o di Parigi o di Roma. La miseria è quando le persone hanno perso tutta la speranza per una vita migliore, e insieme a quella hanno perso i vincoli con la propria cultura, la propria lingua, la propria religione. A New York per esempio ho visto gente completamente disperata, completamente ai margini della società, esclusa da tutto. In una bidonville, invece, anche nella più povera di Calcutta, il tessuto sociale esiste sempre, c’è sempre un rapporto con la cultura, la lingua la religione.

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